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giovedì 4 giugno 2026

DUE BAMBINI PER MANO

 


Due bambini per mano: lei stretta al papà, un uomo alto e robusto, lui alla mamma, una donna tenera e sorridente. 

Nove anni lei, sei lui. 

Passeggiano sul lungomare di Scauri, nell’estate del 1966. 

Si scorgono tra le bancarelle affollate, tra l’odore di dritto e rovescio di camicie, pantaloni e magliette usate.
Poi, sfuggendo per un attimo al controllo dei grandi, deviano dal percorso e si ritrovano nel lido dirimpetto.

Sembra quasi che qualcuno li abbia disegnati apposta, uno per l’altra. 

Sono entrambi scuri di capelli e carnagione, stessi occhi vivaci e neri, lei  però minuta e fragile, lui sorriso contagioso e pieno, di una corporeità spontanea che si fa vicina, si accosta con grazia naturale, e in un baleno l’incertezza iniziale, impacciata, diventa improvvisamente disinvolta.

Si tolgono i sandali, li lasciano appaiati al bordo della spiaggia, e cominciano a correre scalzi, giocando su quella riva, ridendo complici con una risacca giovane e spumeggiante.

Raccolgono conchiglie e se ne donano l’eco all’orecchio; osservano l’orizzonte lontano mentre un timido sogno sfiora quell’incoscienza bambina che li tiene uniti, sinceri, liberi.

È un’arcana cabala, una congiuntura astrale che si esprime nel tocco leggero delle loro piccole mani, sospese tra la sabbia e un primo sole che già scalda la pelle.

Come ti chiami? sembra dire uno dei due, forse il più piccolo e il più audace.

La bimba alza lo sguardo incerta come a chiedere permesso e mettere confidenza, prima di una rivelazione. Tace. 

Poi si china, prende in mano una piccola pietra pallida di rosa, la osserva un attimo e gliela porge. Il bambino guarda esterrefatto, prende quell’oggetto levigato e delicato tra le manine paffute e sente che una luce chiara si sprigiona sottile, sale e contagia veloce il cuore. È come un brivido che parte dalla pelle ma mira altrove.

Si guardano un attimo, sguardo attento, diritto, e lei dice: E tu?

Lui si sente esplodere e la parola che contiene il nome facile che gli appartiene si incaglia in gola, si distoglie un attimo e corre via, mette i piedi e gli occhi per terra e fruga intorno, freneticamente, fino a che si ferma e sorride ad una piccola conchiglia, la solleva e spolvera appena la sabbia umida che la appanna, ci soffia sopra un alito tiepido e torna da lei che lo aspetta e lo osserva attenta, come volesse misurare in anticipo la risposta che sta per arrivare.

Lui la guarda e fa un cenno, la bimba allora apre la mano magra e lui ci deposita dentro il suo dono marino e con un tocco lieve la stringe.

Lei si ritrae appena, come avesse sentito una fitta, si guarda il palmo della mano e il piccolo segno rotondo che ci è rimasto stampato sopra.

Ridono, ognuno con un regalo in mano, e senza aggiungere parole riprendono a giocare e rincorrersi.

 Ma è questione di attimi.  Quell’incontro rimane furtivo, rapido e impregnato di un’alea di mistero, perché improvvisamente la mamma e il papà dall’alto li richiamano all’ordine, ognuno gridando a voce alta  il nome del proprio figlio.

Uno scoppio di risata cristallina e ingenua invade la spiaggia e arriva al largo, a farsi onda increspata.

Loro si siedono obbedienti sullo scalino di pietra, si tolgono la sabbia attaccata ai piedi, rimettono lentamente i sandali puliti, mentre le due famiglie scambiano ancora  quattro chiacchiere, salutandosi tra cortesi convenevoli e i complimenti di rito. Arrivano da Roma entrambe, ma innamorati di quella costiera che da Ulisse si allunga fino in piena Campania. La bimba, però, porta dentro il sangue napoletano; lui rimarrà romano verace.

Curioso constatare come quei giochi, quei sorrisi, quell’intesa improvvisa e allegra non li vedrà mai più insieme sulla medesima spiaggia.

Ne calpesteranno di infinite in comune, certo, ma mai nello stesso istante.

Doneranno amori e batticuore, parole, promesse e incanti, tuttavia mai più ripercorrendo le stesse orme, o sorridendosi addosso con lo stesso respiro.

Saranno sentieri lontani.

A volte si intrecceranno persino con vicende stranamente affini, parallele, sfiorandosi senza sapersi, ma senza mai ritrovare il fiatone, le risa e quel modo di battere del cuore che era appartenuto solo a quel giorno, a Scauri.

Non accadrà mai più, per tutta la vita.

Dovranno passare esistenze intere, quasi un’era geologica, perché quelle curiose congiunture astrali riallineino ogni disegno possibile rimettendoli, di nuovo, uno sulla via dell’altro, con una potenza visionaria paziente, tenace, prodigiosa.

Inizi di un tiepido autunno romano del 2026.

Campo dei Fiori di sfondo, con la sua celebre statua in alto, a guardia del pensiero libero e di una piazza trasformata in vetrina di souvenir per turisti, poche bancarelle di frutta e verdura a colorare la vita di un tempo ormai scomparso.

Di lato, nascosta, una piccola libreria che sopravvive al vociare sguaiato e offre il silenzio profumato di carta stampata e varie sale che si susseguono ordinatamente, una dentro l’altra.

Nell’ultimo ambiente, quasi in penombra, colmo di pubblicazioni di tutti i tipi e delle ultime novità letterarie, una donna non più giovane è assorta a sfogliare un libro che l’ha attratta, guarda le pagine che quasi accarezza, quando un uomo brizzolato e sorridente si avvicina e comincia a frugare tra gli scaffali, in silenzio.

Appena un cenno di saluto, discreto, cortese. Ognuno cerca qualcosa, senza sapere esattamente cosa, sospinto da una curiosità che va a toccare, scorrere titoli e quarte di copertine e perfino odorare ciò che ogni libro può segretamente offrire.

E in silenzio ne ascoltano l’eco. Come a coglierne il segreto, a intuirlo, prima di sceglierlo e portarlo via.

All’improvviso un tonfo sordo. Un libro si è improvvisamente staccato dall’alto ed è caduto sul pavimento, alla base della libreria.
L’uomo e la donna si guardano stupiti, sul viso un punto interrogativo. Si voltano. Nessuna altra presenza umana in sala.
Quiete totale. Sono assolutamente soli. Attoniti.

Entrambi si avvicinano al libro, per verificarne lo stato di salute, mentre é ancora a terra, tutto scompaginato. 

L’uomo lo raccoglie e lo osserva, è integro, lo richiude delicatamente, é un’edizione illustrata de “Il piccolo libro delle conchiglie. Gemme della natura.”

Lei è chinata a terra, accanto a lui, troppo vicina per non accorgersi di un soffio come di vaga salsedine che le arriva sul viso, vacilla appena, si appoggia a uno scaffale per rialzarsi e dice con un filo di voce:  “Amo le conchiglie, ne faccio collezione.. da quando ero bambina.. A lei interessano?”

L’uomo non risponde a tono,  riesce appena a dire: “sì, anch’io amo da sempre il mare e tutto ciò che esprime ed evoca, e a cui non so dare nome..”

Poi prende il libro sopravvissuto e glielo porge. “Le piace? Posso regalarglielo o si offende? Sa, non è così comune che un libro decida di tuffarsi dalla cima di uno scaffale e mi spiacerebbe non coglierne il senso. O sprecarlo.”

Le mani si lambiscono appena e qualcosa che somiglia a un brivido di brezza marina fa sorridere entrambi.

Forse nessuno dei due ricorda distintamente un episodio che li aveva sorpresi a rincorrersi e ridere allegramente molti anni prima, la memoria sbiadisce e lascia solo delle tracce sottili sotto pelle o sul palmo di una mano.

Ma stavolta, quelle mani giocose che un tempo si erano solo sfiorate, come in una promessa implicita di gioco e intesa profonda, sapranno riconoscersi.

E si terranno salde, per il gioco più bello del mondo:
quello a non lasciarsi mai più.

 


giovedì 23 aprile 2026

NOVAFELTRIA E LA VALMARECCHIA

Poggio

La magia di Novafeltria, e della Valmarecchia, rimane addosso ad un romano che per un paio di giorni voglia abbandonare l’ostinato caos della capitale, tirando il fiato in uno speciale limbo sospeso tra quiete, natura ed arte. 


L’occasione era conoscere finalmente, di persona, l’amico e blogger Riccardo Giannini, il mitico Riky. E poter vedere uno sguardo, dare vita ad una foto;  timbro, ad un tono di voce; sorriso, ad una entità virtuale con la quale è comunque sempre esistita empatia - confermatissima da questo piacevole incontro -. 

Sant'Agata Feltria

E aggiungo il magnifico impatto con l’ambiente e le persone incontrate, tutte sorridenti, affabili, cordiali, disponibili.. un qualcosa di un’anomalia folle rispetto agli algidi e scontanti standard relazionali cui siamo abituati nella metropoli. 


Dal barista al giornalaio, dal gestore del b&b all’addetto della biglietteria di San Leo, ognuno prodigo di attenzione, cortesia, sensibilità.. robe davvero da non credere. 


Un piccolo paradiso dove appaiono evidenti l’assenza di stress, i ritmi dilatati e la sensazione palpabile che la fretta sia quasi un parametro sconosciuto a queste latitudini, se poi sommiamo la mia intolleranza alle atmosfere romane, indubbio che esperienze del genere finiscano per lasciare tracce indelebili. 

San Leo

Ho visitato rocche, chiese e manieri, traversato campagne, sfidato l'orlo dei calanchi, praticamente da solo, mentre il mio amico lavorava, difficile incontrare anche altri turisti, altre ombre oltre la mia, curiosa e sorpresa quanto me. 


Eden incontrastati dove la natura è nettamente in vantaggio su tutto, una vallata di solchi ramificati diventa set quasi fantascientifico, tra corsi d’acqua puntellati di minimi borghi, ognuno con la sua storia ben esposta sul petto, ognuno con uno spirito di accoglienza a rendere protagonista anche il visitatore casuale.

Calanchi del Maioletto

E l’amplificazione del silenzio sicuramente un effetto di scarso impatto sui residenti; loro sono abituati bene. 


Noi che giungiamo da mondi estremi invece, facciamo fatica ad elaborare queste pause che ti ingoiano e abbracciano di vicolo, di sentiero, di piazza; ti sbattono cielo e orizzonti tutt’attorno e il paesaggio si disegna come intuito dai tuoi desideri, e non ti stancheresti mai, stordito di bellezza stratificata. 


Continuo rigenerato e rapito fino ad addentrarmi, sulla strada del ritorno, tra le pendici del Fumaiolo e scoprire le meravigliose cascate dell’Alferello, acque limpide e rampanti.. 
se penso che il Tevere nasce qua, e tra qualche ora ci ritroveremo a Roma assieme..  entrambi sfibrati e inguardabili..

Alferello


mercoledì 25 marzo 2026

VIAGGIARE A VISTA

 


Ho chiesto una tregua
anche se non sto combattendo affatto,
sono arreso all’evidenza
del viaggiare a vista,
con la bussola dimenticata,
le vele che si attorcigliano
ad ogni traccia di maestrale.
La chiglia a fendere,
lo sguardo a perdersi.

Ho chiesto di negoziare
anche se non sto combattendo,
resto in muta balìa
affacciato all’imperterrito proseguire.
Offro una buonanotte ad ogni notte
non ti volto le spalle mai
perché ti voglio appesa
alle palpebre.

Ho chiesto di contrattare
una pace che forse non merito,
ma di combattere non se ne parla,
resterò a sventolare
la resa ai ricordi.

 

 

 

 

 

 

 


lunedì 2 marzo 2026

STO SOGNANDO POCO

 


“Accade sovente che appena sveglio,
lo spettacolo di un sogno - anche dettagliato - mi possieda lucidamente.

Ma il tempo di rendermene conto ed ecco che l’immagine inizia a liquefarsi,
in perentoria, rapida, irrefrenabile dissolvenza.

Cerco di mettere toppe alla perdita, come ad una crepa idraulica,
puntello figurazioni, inchiodo sequenze,
ma è sabbia tra le dita, rivoli sbriciolati a diradarsi.

Resto in un attimo svuotato, azzerato, disidratato.
Lavagna intonsa.
Solo vuoto dove tento un vano riposizionamento di vacui tasselli.

Il sogno non è già più,
e forse ho anche solo sognato di sognarlo.”

Avevo già scritto di queste minime disavventure  ricorrenti.. ma un amico, proprio parlandone ieri, e sorridendo all’idea, ha formulato la possibilità che esista un posto dove vengano raccolti i pensieri che si diradano, un Ufficio Sogni Smarriti che si mantengono integri proprio perché nessuno cerca di carpirne senso e forma.

Trovano riparo e quiete, e neanche il gestore se ne potrà appropriare, a meno che non li rispedisca dal sogno alla veglia di qualcuno che riesca ad averne più cura, a non perderne l’essenza mischiata ai rumori del disaddormentamento, agli umori della luce che filtra, e che dedichi loro attenzione, ascolto, li accomodi in un lato di pensiero riservato, certo meno cieco e buio di uno scaffale di Sogni Smarriti. 

Senza smolecolarli tranciandone la poesia in un risveglio brusco, perché quei puntelli che crediamo di inserire, in realtà, sono rifiuti alla vita alternativa offerta, un negarsi all’immaginazione che vorrebbe prendere parte alla nostra esistenza, mentre viene liquidata senza appello, senza offrirle neanche una possibilità, se non quella sentenza aridamente drastica, del sogno sognato.

Di questo periodo sto sognando poco, probabilmente perché sono ricolmo di sogni ad occhi aperti che rigonfiano la veglia, dormo infatti il minimo sindacale e offro poco fianco ad un’attività notturna particolarmente remuneratrice, in materia di sogni, come se non dovessi - tantomeno volessi - alimentare nessun Deposito dei Sogni, ma tenermi tutto palpabilmente accanto.

 

giovedì 12 febbraio 2026

IN RISPOSTA AL COSA MANCA, ORA.



"Tenerti per mano sempre nuova sensazione
come un plaid a rilasciare tepore.
Tutela mente e cuore.

Sono ombra a ridisegnarti,
appuntamento preciso,
capello ricomposto,
riflesso nello specchio.

Custodisci segreti, lacrime, angosce,
e io disegno futuri a forma di te,
sui tuoi passi, le esitazioni,
su quel guardarmi, cercarmi,
e poi trovarmi sempre.

Il resto è attesa che logora,
e la risposta tenerti per mano"


Lo scrivevo una vita fa, lo sottoscrivo ora,

mentre ti avverto in ogni spazio vuoto,
in ogni rumore pacato,
ogni eco che risuona lieve.


Quando le cose non vanno,
albeggia ugualmente, e pioverà come sempre,
e verrà vento a ribaltare lo stendino in terrazza.
Ma non potrò raccontartelo,
come vorresti, come vorrei.

Perché attorno c'è quel silenzio che comunque curi,
non più quelle porte chiuse piano,
quando temo possa svegliarti,

addirittura i tasti del pc pigiati con cautela.

Non potrò più raccontartelo, ma so che tu lo vedi ora,
mentre accade, qui accanto;
forse crucciata perché non vuoi che pianga.
E allora respiri piano,
senza più affanno,
e io lo so.

Chissà se obliterano anche nell'aldilà.

Ciao Lù.


mercoledì 7 gennaio 2026

DANIELE VERZETTI, BLOGGER

 


"Daniele Verzetti era un blogger come noi che è venuto a mancare nel
gennaio del 2025. A un anno dalla sua morte lo vogliamo ricordare con un
pensiero, un suo verso, un'immagine. L'abbiamo conosciuto in tanti, con
lui abbiamo dialogato amabilmente, a volte discusso polemicamente, ma
sempre in modo civile. Daniele aveva delle idee forti e le esprimeva in
modo libero nella sua Agorà, con poesie, scritte o video, impegno civile
e collaborazioni con altri blogger. Per questo ha lasciato dietro di se
un ricordo bello nella blogosfera. Per questo vogliamo ricordarlo.
Unisciti a noi il 15 gennaio"

(Diego Alligatore)


Mi unisco volentieri - anche se velato di profonda malinconia - al ricordo di Daniele, scomparso improvvisamente ad inizio 2025.

Era una persona con la quale intrattenevo dialogo, mail, contraddittori, foto e scambi di opinione a prescindere dalla convenzionale e consueta via che unisce una rete di bloggers.
E c'eravamo sfiorati, a Genova, per un incontro di persona poi sfumato.

Con Daniele esisteva empatia, stima, rispetto, che superavano serenamente tante divergenze sulle più svariate opinioni, dalla politica fino al calcio. 
Ci univano soprattutto la poesia, la complicità, la franchezza, e mi piaceva quel suo fervore su piccole e grandi questioni, ma sempre con una passione ed un coinvolgimento fuori dal comune che trovavo encomiabili.

Ci lascia un ricordo che rimarrà nel tempo.

Un blogger "scomodo", come ti ha definito con efficacia il comune amico Diego. Scomodo e necessario. 

Ciao Daniele.


"Una malinconica giornata di sole
Non è un lasciapassare verso nuove speranze
Ma solo quello che vediamo
Una malinconica giornata di sole
Una carezza pietosa e compassionevole
Pronta a sussurrarti all'orecchio:
"Hai fatto il possibile
Di più non potevi ottenere"


..come inquietante presagio.. dal suo ultimo post


  

venerdì 26 dicembre 2025

L'ALBERO

 

Cartolina concorso Scripta Ludus

Dal concorso Scripta Ludus della mitica Luz del blog Io, la letteratura, e Chaplin,

ecco il mio incipit vincitore, pari merito con Marina Guarneri, direttamente ispirato dall'illustrazione qui sopra. 

Invitiamo ogni blogger di ogni ordine e grado a prendere nota dell'evento e delle successive edizioni, cui faremo comunque discreta pubblicità.. non troppa però altrimenti le probabilità di vincere mi si andrebbero assottigliando.. ihih.. 

"Il fuoco nel camino crepitava, ed era probabilmente l’unica fonte di calore a non tradire, a differenza di tutto il resto.
In silenzio padre e figlio cercavano di creare atmosfera dal nulla ma i pensieri viaggiavano altrove, e in direzioni differenti.
“No Giorgio, la mamma credo proprio che non lo vedrà l’albero, comunque un bella stella luminosa la mettiamo; che si scorga a distanza, e la Befana magari riempirà anche la sua calza appesa”.
Il papà parlava lentamente, come sospeso tra la speranza da trasmettere a Giorgio e quel sostenere un’ostinata lotta all’evidenza.
E chissà,  pensava, in qualche angolo della sua coscienza il Natale riuscirà a smuovere qualcosa di buono, sempre che riesca a trovarlo.
“Ci lascerà soli anche stavolta? Forse siamo stati noi quelli incapaci di comprendere e non abbiamo fatto mai abbastanza, o piuttosto io non ho fatto nulla, affinché l’irreparabile non accadesse.. certo è stata dura cavarcela, senza che tua madre si facesse viva una sola volta, specie questo ultimo anno, anche se alla fine manca, e so che manca tanto a te.”
Giorgio, assorto, continuava a tendere luminarie al padre, tra i luccichii della camera che tante volte li aveva visti giocare e sorridere come una famiglia serena, ricordava i sorrisi della mamma, si chiedeva di continuo cosa potesse aver fatto di così brutto per meritarsi quell’abbandono, senza di lei era davvero dura, anche se papà si prodigava i tutti i modi e cercava di farlo sentire meno a disagio possibile, ma le feste, nonostante luci e addobbi, nascondevano solo malinconia.
Uno scampanellio lo ridestò improvvisamente..
“Suonano alla porta!! Vado a vedere.. magari è lei!..”
Giorgio era raggiante mentre correva quasi alla porta, il papà un po’ meno, temeva la polizia, piuttosto, che mai aveva creduto a quell’allontanamento volontario e lo stava torchiando da tempo, quel papà amorevolmente afflitto e, all’apparenza, inoffensivo.."

Con l'occasione i migliori Auguri di Buone Feste all'intero universo blogger!! 

 


venerdì 19 dicembre 2025

L'ORA DEL DIAVOLO

 


"Mi stai leggendo nei racconti di Pessoa, ma non sono quello autentico, neanche tra le sue righe
- per altri versi, illuminanti -.
Lui immagina, come stai facendo tu ora.

Ma come siete lontani dalla realtà, tutti!
Come potrebbe farvi impazzire all’istante quella concretezza che con tanta fantasia, da millenni, cercate di tradurre nelle vostre testoline, e trascrivere sulle vostre paginette.

Potrei ammettere di esistere, di aver compiti e origini differenti da quelli conferitimi, in linea di massima, da chiunque si appresti a citarmi e collocarmi.
Potrei venirvi incontro, palesarmi in maniera del tutto discordante da quella che molteplici fantasie tendono ad escogitare.

Ma nasco con voi, e mi estinguo con voi, ogni volta.
Appartengo, unicamente, a chi mi considera, disegna, concepisce e descrive.
Non posso somigliare a nessun altro che al mio artefice.
Non posso contribuire che ai suoi esclusivi sogni,
desideri, visioni e timori.

Quindi leggetemi pacatamente attraverso i filtri di chi scrive
e decide di concedere confidenza.

E fidatevi solo quanto potreste fidarvi dell’autore."


giovedì 13 novembre 2025

UN NOME ALLE COSE

 


Un’affermazione di Baricco che mi ha fatto pensare:

“I grandi scrittori sono quelli che danno un nome alle cose”

Potrebbe fuorviare, nel senso che noi usiamo parole esistenti per scrivere.
Ma per descrivere possiamo adoperarne di mai usate, o perlomeno non per ciò di cui stiamo parlando.
Accade spesso in poesia, accostando immagini anche apparentemente lontane, metaforeggiando in quantità industriale, forse meno in prosa dove potrebbe risultare più ostico, e più meccanico.

Ma dare un nome alle cose, poi, significa davvero solo rinominarle?
O basta agganciare concetti differenti a paesaggi consuetudinari.
Come guardare, anziché solo vedere. Stabilire nuove relazioni.

Se esco anche solo in terrazza e mi affaccio al mondo, non è un semplice uscire di casa, è un porsi in combinazione con l’esterno, farne parte, entrare nell’atmosfera, ribattezzare il convenzionale.

Ecco il dare un nome nuovo.

Se scrivo mi sto accomodando sul foglio, e cerco parole, che esistono,
ma non sono a conoscenza di ciò che descrivo,
si cerca di incarnare una realtà sensoriale inedita.

Così creo immagine senza disegnare, il colore che sguscia dal bianco, l’acufene che diventa armonia, il ronzio cupo d'una ecografia a scandagliare viscere e anima..


lunedì 13 ottobre 2025

domenica 28 settembre 2025

CHIARA VALERIO CHI DICE E CHI TACE

 


Un narrare che prende a pretesto il giallo, ma si rivela indagine sociologica, introspezione di memorie, minuta guida turistica anche perché si svolge a Scauri, ultimo paesino di mare a dividere Lazio e Campania, ma dove, in realtà, si parla, si pensa, si mangia e si vive già napoletano.
Chiara è nata a Scauri, la differenza con chi, come me, ci viene solo in vacanza, seppur da oltre sessant’anni, è nell’approccio. Per uno scaurese la stazione, ad esempio, è dove si parte, dove si cerca di trovare vita e lavoro altrove, per noi che abbiamo una memoria vacanziera di Scauri, la stazione è arrivo in paradiso, e la partenza condanna.
Chiara scrive come pensa, la punteggiatura infastidisce, il virgolettato dei dialoghi orpello inutile.
Si guadagna in percezione, in apparente scorrevolezza, ma spesso bisogna risalirle certe frasi, certi concetti, certi pensieri che si aggirano tra le case a due piani e gli stabilimenti scrostati.
C’è un passeggiare pacato che si bea delle mareggiate, delle nenie da chiesa bigotta, degli sguardi sommessi dei vecchietti davanti ad un bicchiere di bianco sulla Via Appia, a contare i tir incessanti.

Scauri, carico di quella “grazia scomposta”, come luogo ideale per un nulla che riempie il consueto e una morta che vorrebbe riposare in pace.
E così la storia si orna di giallo, ma è solo una scusa per raccontare di quelle seimila anime che d’estate diventano centomila e fanno fatica a riconoscersi nel frettoloso rincorrersi tra monte d’Oro e monte d’Argento, guardando, dicendo o tacendo, e io a rivivere gli amori allo Scoglio, i mercati americani sotto la Sielci, l’uva rubata al Garigliano, le salite a Minturno, correre in cuffietta al mattino su quel lungomare che amo con gli aromi di frolle e sfogliatelle a riempire l’aria, “l’infilata dei lidi, le case disordinate e agglomerate”.

Come afferma Chiara: Scauri esiste. E ascoltarne storie, facile.  


martedì 29 luglio 2025

L'AUTORE

 


L’avevo preconizzata l’idea dell’autore non più necessario. https://francobattaglia.blogspot.com/2019/05/finalmente-esce-il-mio-libro.html.
E di conseguenza l’essenza dell’opera che sgorga e prende corpo per delinearsi autonomamente, definendosi per linee proprie.
Se l’opera diviene interpretabile, scavalcando i parametri che prescindono dell’autore, e se ogni lettore la rende fluida, malleabile, sostanzialmente differente, arricchendola di sfumature alternative, non ci troviamo quindi davanti qualcosa di indipendente, svincolato, avulso, dove l’autore è solo scintilla trascurabile, abbrivio incosciente?

A simpatico corredo un raccontino breve di Alessandro Sesti, tratto dalla raccolta Moby Dick e altri racconti brevi (Gorilla Sapiens Edizioni),  dove molto argutamente, Sesti, spilucca e delinea con ben altra sagacia l’argomento (anche se, coerentemente e perfettamente in linea con lo spirito del post, superfluo prendersi la briga di segnalarne il nome..ihih):

 L'AUTORE

“Ieri sera al bar,  fresco di wikipedia parlavo di Tolstoj credendo di fare la mia porca figura, quando la cameriera mi ha informato che nessuno più ritiene che un testo possa avere un autore definibile come individuo. Poi ha aggiunto che l’autore, se proprio se ne vuole parlare ma sarebbe meglio di no, è una sorta di composto magmatico formato dall’insieme delle rappresentazioni che il pubblico ha del narratore; rappresentazioni determinate dal testo stesso, dalla posizione della critica letteraria, dall’interpretazione di ogni lettore, effettivo, potenziale e immaginario, dall’ambiente sociale in cui viene prodotto e letto, dal vissuto infantile dell’impaginatore, dagli archetipi sognati dal correttore di bozze, e da altre cose che, complice un eccessivo consumo di vino della casa, ricordo solo confusamente.
A ogni modo è irritante: gli autori non esistono più e io a parlare di Maupassant, Austin e tutti gli altri come un fesso. Nessuno mi dice niente, sono sempre l’ultimo a sapere.
Protestando comunque che tutto ciò mi era notissimo, ho intanto indagato sulle fonti relative a questa sparizione dell’autore, così cambio bar e mi rifaccio un nome. E lei, la cameriera  menziona un libro di un certo Hix, lo ricordo perché era come il rumore del singhiozzo ma con la ics, e io avevo appunto il singhiozzo per colpa di quel vinaccio. Comunque il libro s’intitola “Morte d’autore, un’autopsia”, o” Autopsia della morte d’autore”, insomma, l’essenziale è che l’autore è morto.
 Ho sorriso come a dire, ah certo, Hix lo conosco bene, ma la cosa non è così semplice, e bevuto l’ultimo me ne sono tornato a casa con  la mia ignoranza.
Oggi quindi sono andato alla biblioteca comunale. Chiedo il libro, e la bibliotecaria a sua volta mi chiede l’autore, con tono assolutamente meccanico e privo di intenzione, come se fosse la domanda più ovvia possibile.
Devono proprio pensare tutti che sono un deficiente.
Ribatto che, come è noto, l’autore non è certo una persona fisica, ma piuttosto, e a essere riduttivi, una descrizione approssimativa delle rappresentazioni mentali della figura narrante da parte dei lettori potenziali del testo. Mi risponde che se non le dico l’autore non può trovare il libro. Da non credersi. L’autorino con nome e cognome che scrive con la penna d’oca.. intendo, siamo tutti adulti, abbiamo fatto le nostre, e non c’è proprio motivo che ci raccontiamo storie. Niente, l’impiegata è inamovibile. E tutti intorno che le danno ragione, come negli incubi.
A questo punto credo mi stiano mettendo alla prova.”

 


venerdì 25 ottobre 2024

VINCENZO

 


Si chiamava Eleonora, sua moglie. Aveva vissuto per lei. E dopo la sua scomparsa era scomparso un po’ anche quel Vincenzo che tutti avevano imparato a conoscere, per far posto a qualcosa di nuovo.  Agli occhi degli altri, almeno.
C’era stato come uno stop, un rivalutare il mondo; mondo che lo aveva sempre affascinato e continuava, nonostante tutto, anche ora, alla soglia degli 85 anni.
Non esisteva più il senso del donare, ma il vivere una sorta di assorbimento totale, saturarsi di quel far fronte, come a riequilibrare l’assenza più importante,
a gremire i colmi della sua solitudine che gli parlavano di storie non più sue,
ma sapeva di non essere solo.

Ed allora ecco i viaggi, le letture, il cibo, i teatri; il circondarsi di bellezza a stemperare supposta malinconia, nuovi ricordi a confondere memorie inamovibili e crearne di nuove, inattese.
La sua casa museo traboccava di emozione, e lui manteneva tenacemente acceso quel tepore domestico, come le boccette di profumo, mai più spostate.
Cenava e amava raccontarsi spesso con pochi, eletti, amici fidati, ormai depositari delle sue confidenze, di intimità e affinità elettiva.

Viaggiare, adesso, era ricostituente e allo stesso tempo calmante per l’anima, una sorta di salvavita, uno smussare turbamenti ma, soprattutto, incentivo ad accumulare, riscoprire, rendere partecipe il se stesso di una volta, riverniciare dove le crepe prendono vigore e dalle quali temeva, un giorno, smettesse di trapelare la luce del ricordo, e il solo dubbio era che l’aria ne ossidasse il sapore, una stasi che non voleva né poteva permettersi.
Alimentava un moto continuo a generare solo in apparenza quel frenetico porsi
al (r)esistere, come con le rose, puntuali  ad ogni compleanno.
In realtà era un ripercorrere il suo: indossava il suo passato e se lo teneva addosso, non aveva problemi di risorse economiche o liquidità: prenotava sempre doppio coperto nelle cene dove cercava intimità, e due posti in aereo: sua moglie occupava idealmente quello vuoto, tenendogli la mano per tutto il volo.

Le visite guidate erano di coppia, ogni nuovo arredo per la casa aveva l’assenso di Eleonora, leggeva a voce alta in salotto con la luce fioca, sceglieva assieme a lei nuove uscite in libreria, e curiosi saggi in biblioteca.
Ad ogni prima teatrale lei gli sistemava la cravatta, quella regalata all’ultimo compleanno, alla fine testimoniavano gioia autentica, ed Eleonora era sempre nell’ultimo eco di applauso.


martedì 15 ottobre 2024

PERCHÉ NON BALLATE?

 


Leggere Carver, e rileggerlo. E ogni volta a scoprire righe non scritte, periodi sottintesi, paragrafi sottaciuti, capitoli accennati, intere storie che fanno appena capolino, protagonisti che neanche si affacciano.
Un minimalismo che ha fatto scuola, che può rendere un racconto breve più intenso di un’intera opera narrativa; perché dobbiamo collaborare, percepire, diventare storia, leggere ad ogni riga le dieci non scritte, ogni allusione e i suoi dieci indizi confusi, ogni dettaglio e la sua narrazione a sostenerne le radici.
Perché non ballate? Indica Carver. Dovete anche leggere però, ad ogni traccia sospesa.
Perché non leggete?

Un racconto di Carver sta a noi, non a lui. 

 

Perché non ballate?

In cucina si riversò da bere e guardò la camera da letto sistemata sul prato davanti a casa. Il materasso era scoperto e le lenzuola a righe bicolore erano piegate sul comò, accanto ai due cuscini.
A parte ciò, aveva lo stesso aspetto di quando stava al chiuso – comodino e lampada da lettura dalla parte di lui, comodino e lampada da lettura dalla parte di lei.
Di lui, di lei.
Ci pensò un po’ su mentre sorseggiava il whiskey. Il comò era a poca distanza dal fondo del letto.
Quella mattina ne aveva svuotato i cassetti e sistemato il contenuto in scatoloni, che adesso erano in soggiorno.
Accanto al comò c’era una stufa portatile. Ai piedi del letto, una poltroncina di vimini con un cuscino.
La cucina di alluminio lucido occupava parte del vialetto d’ingresso.
Una tovaglia di mussola gialla, troppo grande, un regalo, copriva il tavolo e pendeva tutt’intorno.
Sul tavolo c’era un vaso di felci e più in là un cofanetto di argenteria, un altro regalo.
Un grosso televisore a console poggiava su un tavolino basso e, a poca distanza, c’erano un divano, una poltrona e una lampada a piantana.
Aveva tirato una prolunga dalla casa e tutti gli apparecchi erano collegati e funzionanti.
La scrivania era contro la porta del garage. Sul suo piano c’era qualche utensile, un orologio da parete e due stampe incorniciate.
Sempre nel vialetto, c’era uno scatolone pieno di tazze, bicchieri e piatti, ciascuno avvolto in una pagina di giornale.
Quella mattina aveva svuotato gli armadi e ora, a parte i tre scatoloni in soggiorno, ogni cosa era fuori dalla casa. Ogni tanto una macchina di passaggio rallentava e la gente guardava incuriosita.
Ma nessuno si fermava.
Gli venne in mente che non si sarebbe fermato neanche lui.
– Oh Signore, dev’essere una svendita, – disse la ragazza al ragazzo.
I due stavano arredando un piccolo appartamento.
– Vediamo quanto chiedono per il letto, – disse la ragazza.
– Chissà quanto vogliono per quel televisore, – disse il ragazzo.
Entrò nel vialetto e fermò la macchina accanto al tavolo della cucina.
Scesero e cominciarono a esaminare gli oggetti. La ragazza toccò la tovaglia di mussola.
Il ragazzo accese il frullatore e lo regolò su trita.
Lei prese uno scaldavivande. Lui accese il televisore e cominciò a sintonizzarlo con cura.
Sedette sul divano a guardare qualcosa. Si accese una sigaretta, diede un’occhiata in giro e gettò il fiammifero nell’erba. La ragazza si accomodò sul letto. Scalciò via le scarpe e si sdraiò.
Riusciva a vedere la stella della sera.
 – Ehi, Jack, vieni qua. Prova un po’ il letto. Prendi uno di quei cuscini, – disse. – Com’è? – chiese lui. – Provalo, – fece lei. Lui si guardò intorno. La casa era buia. – Mi pare un po’ strano, – disse.
– Meglio vedere se c’è qualcuno in casa. Lei rimbalzò sul letto. – Prima provalo, – disse.
Lui si distese e si mise il cuscino sotto la testa. – Allora, che te ne pare? – chiese la ragazza. – Sembra sodo, – disse lui. Lei si girò su un fianco e gli mise le braccia attorno al collo. – Dammi un bacio, – gli disse. E lui: – Dai, alziamoci– Baciami. Baciami, tesoro, – disse lei.
Chiuse gli occhi. Lo teneva stretto. Lui dovette aprirle a forza le dita.
Disse: – Fammi vedere se c’è qualcuno in casa, – ma si limitò a mettersi a sedere. Il televisore era ancora in funzione. Qualche luce si accese nelle case lungo la strada. Il ragazzo era seduto sul bordo del letto. – Non sarebbe divertente se… – disse la ragazza, e sorrise senza finire la frase.
Lui rise. Accese l’abat-jour. Lei scacciò una zanzara.
Lui si alzò e si sistemò la camicia nei pantaloni.
– Guardo se c’è qualcuno in casa, – disse.
– Secondo me non c’è nessuno, ma se ci sono gli chiedo quanto vengono queste cose. – Qualsiasi cifra ti chiedano, offri dieci dollari di meno, – disse lei.
– Mi sa che sono disperati o giù di lì. Seduta sul letto, si mise a guardare la Tv. – Tanto vale che alzi il volume, – disse, ridacchiando.
– Il televisore non è male, – disse lui. – Chiedigli quanto viene, – disse lei. Max arrivò lungo il marciapiedi con una busta del supermercato.
Aveva panini, birra e whiskey.
Era tutto il pomeriggio che beveva e ormai aveva raggiunto il punto in cui l’alcol che mandava giù sembrava cominciare a schiarirgli le idee.
Ma c’erano anche dei momenti di vuoto.
Si era fermato al bar vicino al supermercato, si era messo ad ascoltare una canzone al jukebox e, non sapeva come, si era fatto buio prima che si ricordasse delle cose fuori sul prato.
Vide la macchina nel viale e la ragazza sul letto. Il televisore era acceso.
Poi vide il ragazzo in veranda.
Cominciò ad attraversare il prato. – Salve, – disse alla ragazza. – Hai trovato il letto.
– Salve, – disse lei. – Lo stavo giusto provando –.
Diede qualche pacca sul materasso. – Non c’è male come letto. – Sì, un letto niente male, – disse Max.
– Cos’altro volevo dire? Sapeva di dover dire altro.
Mise giù la busta e ne tirò fuori la birra e il whiskey.
– Credevamo non ci fosse nessuno, – disse il ragazzo. – Ci interessano il letto e forse il televisore. Magari anche la scrivania.
Quanto vuole per il letto? – Per il letto pensavo cinquanta dollari, – disse Max. – Le vanno bene quaranta? – disse la ragazza. – Quaranta, d’accordo, – disse Max.
Prese un bicchiere dallo scatolone, lo liberò del giornale e aprì la bottiglia di whiskey. – E il televisore? – disse il ragazzo. – Venticinque. – Le vanno bene venti? – disse la ragazza.
– Venti, sì. Mi vanno bene venti, – disse Max. La ragazza lanciò un’occhiata al ragazzo. – Volete bere qualcosa, ragazzi? – chiese Max.
– I bicchieri sono in quella scatola. Io mi siedo un attimo.
Mi siedo qui sul divano.
Si sedette sul divano, si appoggiò allo schienale e li fissava. Il ragazzo tirò fuori due bicchieri e versò il whiskey. – Quanto ne vuoi? – chiese alla ragazza. Avevano solo vent’anni, il ragazzo e la ragazza, tra loro c’erano un mese o due di differenza. – Basta così, – disse la ragazza. – Mi sa che nel mio ci voglio un po’ d’acqua. Tirò fuori una sedia e si sedette al tavolo della cucina. – L’acqua è in quel rubinetto lì, – disse Max. – Apri quel rubinetto. Il ragazzo allungò il whiskey, suo e della ragazza, con dell’acqua.
Prima di sedersi anche lui al tavolo della cucina si schiarì la gola. Poi sorrise.
Sopra di loro gli uccelli sfrecciavano a caccia d’insetti.
Max fissava lo schermo del televisore. Si scolò il bicchiere.
Allungò una mano per accendere la lampada a piantana e la cicca gli cadde tra i cuscini del divano.
 La ragazza si alzò per aiutarlo a trovarla. – Vuoi qualche altra cosa, tesoro? – disse il ragazzo.
Tirò fuori il libretto degli assegni. Versò altro whiskey per se stesso e per la ragazza. – Oh, voglio la scrivania, – disse la ragazza. – Quanto costa la scrivania?
Max agitò la mano per scacciare quella domanda ridicola. – Di’ una cifra, – disse.
Li guardò lì seduti attorno al tavolo.
Alla luce della lampada c’era qualcosa di speciale nell’espressione dei loro volti. Un’aria di cospirazione, per un attimo, che poi però si trasformò in un’espressione tenera – non la si poteva definire altrimenti.
Il ragazzo le sfiorò una mano.
– Adesso spengo il televisore e metto su un disco, – annunciò Max.
– Anche il giradischi è in vendita. A poco. Dite una cifra.
Si versò altro whiskey e aprì una birra.
– Tutto in vendita.
La ragazza gli porse il bicchiere e Max le versò altro whiskey. – Grazie, – disse lei. – Dà subito alla testa, – disse il ragazzo.
– Già comincia a girarmi. Finì di bere, fece una pausa e poi se ne versò un altro. Stava scrivendo l’assegno quando Max trovò i dischi.
– Scegli qualcosa che ti piace, – disse Max alla ragazza, porgendole i dischi.
Il ragazzo continuava a scrivere. – Ecco, – disse la ragazza, indicando un disco.
Non conosceva i nomi sulle copertine, ma non importava.
Era un’avventura.
Si alzò dal tavolo, però poi si rimise a sedere. Non voleva starsene seduta lì ferma. – Lo faccio al portatore, – disse il ragazzo, che continuava a scrivere. – Benissimo, – disse Max. Si scolò il whiskey e subito dopo un po’ di birra.
Si riaccomodò sul divano e accavallò una gamba sull’altra. Bevvero. Ascoltarono il disco fino alla fine.
Poi Max ne mise su un altro.
– Perché voi ragazzi non ballate? – disse Max.
– È una buona idea, no? Perché non ballate?
– No. Non mi pare il caso, – disse il ragazzo. – A te va di ballare, Carla? – Coraggio, – disse Max. – Il vialetto è mio. Ci potete ballare.
Abbracciati, i corpi stretti l’un l’altro, il ragazzo e la ragazza si spostarono su e giù per il vialetto. Ballavano.
Appena finì il disco, la ragazza invitò Max a ballare. Era ancora senza scarpe.
– Sono brillo, – disse lui. – Ma no che non sei brillo, – disse la ragazza. – Be’, io lo sono, – disse il ragazzo.
Max cambiò lato al disco e la ragazza gli si avvicinò.

Cominciarono a ballare. La ragazza lanciò un’occhiata alla gente che si era affacciata al bovindo della casa di fronte. – Quelli là. Ci stanno guardando, – disse. – Va bene? – Va bene, – rispose Max. – Il vialetto è mio. Possiamo ballare.
Credevano di averne viste di tutti i colori quaggiù, ma questa non l’avevano ancora vista, – disse.
Dopo un po’ sentì l’alito caldo di lei sul collo e disse: – Spero che ti piacerà il tuo letto. – Senz’altro, – disse la ragazza. – Spero che piacerà a tutti e due, – disse Max. – Jack! – disse la ragazza.
– Svegliati! Jack si reggeva il mento e li guardava assonnato.
– Jack, – ripeté la ragazza. Aprì e chiuse gli occhi.
Affondò il viso nella spalla di Max.
Si strinse di più a lui. – Jack, – mormorò.
Guardò il letto e non riuscì a capacitarsi di cosa ci facesse in mezzo al prato. Alzò gli occhi al cielo sopra la spalla di Max.
Gli si aggrappò. Si sentiva piena di un’insopportabile felicità.

In seguito la ragazza disse: – Il tizio era di mezz’età. Tutti i suoi averi erano sparsi lì sul prato. Non scherzo mica. Ci siamo ubriacati e abbiamo cominciato a ballare. In mezzo al vialetto. Oh Signore! Non ridete. Ha messo su dei dischi.
Guardate questo giradischi. Ce l’ha regalato lui.
Anche questi vecchi dischi. Jack e io abbiamo dormito nel suo letto. La mattina dopo Jack soffriva dei postumi della sbornia e ha dovuto prendere un carrello a nolo.
Per portare via tutta quella roba del tizio.
A un certo punto mi sono svegliata. Ci stava mettendo una coperta addosso, quel tizio. Questa coperta. Sentite qua. Continuava a parlare. Raccontò la storia a tutti.
C’era dell’altro, lo sapeva, ma non riusciva a metterlo in parole. Dopo un po’, smise di parlarne.

 


lunedì 30 settembre 2024

IL GIORNO DEI DISCHI VOLANTI

 


Di Neil Gaiman avevo già postato il racconto, Gli altri, sempre dalla raccolta Cose fragili. 
Adoro il narrare breve di Gaiman, ecletticissimo autore di horror gotici e dallo stile tagliente, anche disegnatore di graphic novel e sceneggiatore. 
E poeta in questo caso, di particolare sensibilità.

 

IL GORNO DEI DISCHI VOLANTI 

Quel giorno, atterrarono i dischi volanti. Centinaia, dorati,

Silenziosi, scendevano dal cielo come grandi fiocchi di neve,

E i Terrestri immobili

li guardavano arrivare,

Aspettavano, le bocche riarse, di scoprire cosa contenessero

E nessuno di noi sapeva se ci sarebbe stato un domani

Ma tu non l’hai notato perché

 

Quel giorno, il giorno dei dischi volanti, pura coincidenza,

Fu il giorno in cui dalle tombe si riversarono i morti

E gli zombie emersero piano dalla terra morbida

o invece eruppero di brutto, barcollanti, opachi, inarrestabili,

Vennero verso di noi, i vivi, e noi fuggimmo urlando,

Ma tu non l’hai notato perché

 

Il giorno dei dischi volanti, il giorno degli zombie, fu anche

Il giorno del Ragnarok, e la televisione ci mostrò

Una nave fatta con le unghie dei morti, un serpente, un lupo,

Tutti più grandi di ogni immaginazione,

e il cameraman non riuscì

Ad allontanarsi abbastanza, e poi ne scesero gli Dèi

Ma tu non li hai visti arrivare perché

 

Nel giorno dei dischi-zombie-fine del mondo

saltarono tutte le barriere

E ciascuno di noi fu invaso da geni e spiritelli

Che ci offrivano desideri e sorprese ed eternità

E incantesimi e brillantezza e cuori

sinceri e coraggiosi e pentole d’oro

Mentre i giganti ucciucciavano per il

paese, e le api assassine,

Ma tu non ne avevi idea perché

 

Quel giorno, il giorno dei dischi il giorno degli zombie

Il giorno del Ragnarok e delle fate, il giorno

dei venti potenti

E della neve, quando le città divennero cristallo, il giorno

In cui tutte le piante morirono, la plastica si dissolse, il giorno

In cui i computer si accesero per dirci

a chi dovevamo obbedire, il giorno

In cui gli angeli, ubriachi e impastati, barcollavano nei bar,

E tutte le campane di Londra risuonavano, il giorno

In cui gli animali ci parlarono in assiro, il giorno dello Yeti,

il giorno dei supereroi e dell’arrivo

della Macchina del Tempo,

Tu non ti sei accorta di nulla di tutto questo perché
 

eri seduta in camera tua, non facevi niente,

non leggevi neanche, in realtà, stavi

lì a guardare il telefono,

chiedendoti se avrei chiamato.