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| Poggio |
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| Sant'Agata Feltria |
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| San Leo |
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| Calanchi del Maioletto |
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| Alferello |
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| Alferello |
Ho chiesto una tregua
anche se non sto combattendo affatto,
sono arreso all’evidenza
del viaggiare a vista,
con la bussola dimenticata,
le vele che si attorcigliano
ad ogni traccia di maestrale.
La chiglia a fendere,
lo sguardo a perdersi.
Ho chiesto di negoziare
anche se non sto combattendo,
resto in muta balìa
affacciato all’imperterrito proseguire.
Offro una buonanotte ad ogni notte
non ti volto le spalle mai
perché ti voglio appesa
alle palpebre.
Ho chiesto di contrattare
una pace che forse non merito,
ma di combattere non se ne parla,
resterò a sventolare
la resa ai ricordi.
“Accade sovente che appena sveglio,
lo spettacolo di un sogno - anche dettagliato - mi possieda lucidamente.
Ma il tempo di rendermene conto ed ecco che l’immagine
inizia a liquefarsi,
in perentoria, rapida, irrefrenabile dissolvenza.
Cerco di mettere toppe alla perdita, come ad una crepa
idraulica,
puntello figurazioni, inchiodo sequenze,
ma è sabbia tra le dita, rivoli sbriciolati a diradarsi.
Resto in un attimo svuotato, azzerato, disidratato.
Lavagna intonsa.
Solo vuoto dove tento un vano riposizionamento di vacui tasselli.
Il sogno non è già più,
e forse ho anche solo sognato di sognarlo.”
Avevo già scritto di queste minime disavventure ricorrenti.. ma un amico, proprio parlandone ieri, e sorridendo all’idea, ha formulato la possibilità che esista un posto dove vengano raccolti i pensieri che si diradano, un Ufficio Sogni Smarriti che si mantengono integri proprio perché nessuno cerca di carpirne senso e forma.
Trovano riparo e quiete, e neanche il gestore se ne potrà appropriare, a meno che non li rispedisca dal sogno alla veglia di qualcuno che riesca ad averne più cura, a non perderne l’essenza mischiata ai rumori del disaddormentamento, agli umori della luce che filtra, e che dedichi loro attenzione, ascolto, li accomodi in un lato di pensiero riservato, certo meno cieco e buio di uno scaffale di Sogni Smarriti.
Senza smolecolarli tranciandone la poesia in un risveglio brusco, perché quei puntelli che crediamo di inserire, in realtà, sono rifiuti alla vita alternativa offerta, un negarsi all’immaginazione che vorrebbe prendere parte alla nostra esistenza, mentre viene liquidata senza appello, senza offrirle neanche una possibilità, se non quella sentenza aridamente drastica, del sogno sognato.
Di questo periodo sto sognando poco, probabilmente perché sono ricolmo di sogni ad occhi aperti che rigonfiano la veglia, dormo infatti il minimo sindacale e offro poco fianco ad un’attività notturna particolarmente remuneratrice, in materia di sogni, come se non dovessi - tantomeno volessi - alimentare nessun Deposito dei Sogni, ma tenermi tutto palpabilmente accanto.
"Tenerti per mano sempre nuova sensazione
come un plaid a rilasciare tepore.
Tutela mente e cuore.
Sono ombra a ridisegnarti,
appuntamento preciso,
capello ricomposto,
riflesso nello specchio.
Custodisci segreti, lacrime, angosce,
e io disegno futuri a forma di te,
sui tuoi passi, le esitazioni,
su quel guardarmi, cercarmi,
e poi trovarmi sempre.
Il resto è attesa che logora,
e la risposta tenerti per mano"
Lo scrivevo una vita fa, lo sottoscrivo ora,
mentre ti avverto in ogni spazio vuoto,
in ogni rumore pacato,
ogni eco che risuona lieve.
addirittura i tasti del pc pigiati con cautela.
Non potrò più raccontartelo, ma so che tu lo vedi ora,
mentre accade, qui accanto;
forse crucciata perché non vuoi che pianga.
E allora respiri piano,
senza più affanno,
e io lo so.
Chissà se obliterano anche nell'aldilà.
Ciao Lù.
"Daniele Verzetti era un blogger come noi che è venuto a mancare nel
gennaio del 2025. A un anno dalla sua morte lo vogliamo ricordare con un
pensiero, un suo verso, un'immagine. L'abbiamo conosciuto in tanti, con
lui abbiamo dialogato amabilmente, a volte discusso polemicamente, ma
sempre in modo civile. Daniele aveva delle idee forti e le esprimeva in
modo libero nella sua Agorà, con poesie, scritte o video, impegno civile
e collaborazioni con altri blogger. Per questo ha lasciato dietro di se
un ricordo bello nella blogosfera. Per questo vogliamo ricordarlo.
Unisciti a noi il 15 gennaio"
Mi unisco volentieri - anche se velato di profonda malinconia - al ricordo di Daniele, scomparso improvvisamente ad inizio 2025.
Era una persona con la quale intrattenevo dialogo, mail, contraddittori, foto e scambi di opinione a prescindere dalla convenzionale e consueta via che unisce una rete di bloggers.
E c'eravamo sfiorati, a Genova, per un incontro di persona poi sfumato.
Con Daniele esisteva empatia, stima, rispetto, che superavano serenamente tante divergenze sulle più svariate opinioni, dalla politica fino al calcio.
Ci univano soprattutto la poesia, la complicità, la franchezza, e mi piaceva quel suo fervore su piccole e grandi questioni, ma sempre con una passione ed un coinvolgimento fuori dal comune che trovavo encomiabili.
Ci lascia un ricordo che rimarrà nel tempo.
Un blogger "scomodo", come ti ha definito con efficacia il comune amico Diego. Scomodo e necessario.
Ciao Daniele.
"Una malinconica giornata di sole
Non è un lasciapassare verso nuove speranze
Ma solo quello che vediamo
Una malinconica giornata di sole
Una carezza pietosa e compassionevole
Pronta a sussurrarti all'orecchio:
"Hai fatto il possibile
Di più non potevi ottenere"
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| Cartolina concorso Scripta Ludus |
Dal concorso Scripta Ludus della mitica Luz del blog Io, la letteratura, e Chaplin,
ecco il mio incipit vincitore, pari merito con Marina Guarneri, direttamente ispirato dall'illustrazione qui sopra.
Invitiamo ogni blogger di ogni ordine e grado a prendere nota dell'evento e delle successive edizioni, cui faremo comunque discreta pubblicità.. non troppa però altrimenti le probabilità di vincere mi si andrebbero assottigliando.. ihih..
"Il fuoco nel camino crepitava, ed era probabilmente l’unica
fonte di calore a non tradire, a differenza di tutto il resto.
In silenzio padre e figlio cercavano di creare atmosfera dal nulla ma i
pensieri viaggiavano altrove, e in direzioni differenti.
“No Giorgio, la mamma credo proprio che non lo vedrà l’albero, comunque un
bella stella luminosa la mettiamo; che si scorga a distanza, e la Befana magari
riempirà anche la sua calza appesa”.
Il papà parlava lentamente, come sospeso tra la speranza da trasmettere a
Giorgio e quel sostenere un’ostinata lotta all’evidenza.
E chissà, pensava, in
qualche angolo della sua coscienza il Natale riuscirà a smuovere qualcosa di
buono, sempre che riesca a trovarlo.
“Ci lascerà soli anche stavolta? Forse siamo stati noi quelli incapaci di
comprendere e non abbiamo fatto mai abbastanza, o piuttosto io non ho fatto
nulla, affinché l’irreparabile non accadesse.. certo è stata dura cavarcela,
senza che tua madre si facesse viva una sola volta, specie questo ultimo anno,
anche se alla fine manca, e so che manca tanto a te.”
Giorgio, assorto, continuava a tendere luminarie al padre, tra i luccichii
della camera che tante volte li aveva visti giocare e sorridere come una
famiglia serena, ricordava i sorrisi della mamma, si chiedeva di continuo cosa
potesse aver fatto di così brutto per meritarsi quell’abbandono, senza di lei era
davvero dura, anche se papà si prodigava i tutti i modi e cercava di farlo
sentire meno a disagio possibile, ma le feste, nonostante luci e addobbi,
nascondevano solo malinconia.
Uno scampanellio lo ridestò improvvisamente..
“Suonano alla porta!! Vado a vedere.. magari è lei!..”
Giorgio era raggiante mentre correva quasi alla porta, il papà un po’ meno,
temeva la polizia, piuttosto, che mai aveva creduto a quell’allontanamento
volontario e lo stava torchiando da tempo, quel papà amorevolmente afflitto e,
all’apparenza, inoffensivo.."
Con l'occasione i migliori Auguri di Buone Feste all'intero universo blogger!!
"Mi stai leggendo nei racconti di Pessoa, ma non sono
quello autentico, neanche tra le sue righe
- per altri versi, illuminanti -.
Lui immagina, come stai facendo tu ora.
Ma come siete lontani dalla realtà,
tutti!
Come potrebbe farvi impazzire all’istante quella concretezza che con tanta fantasia,
da millenni, cercate di tradurre nelle vostre testoline, e trascrivere sulle
vostre paginette.
Potrei ammettere di esistere, di aver compiti e origini differenti da
quelli conferitimi, in linea di massima, da chiunque si appresti a citarmi e
collocarmi.
Potrei venirvi incontro, palesarmi in maniera del tutto discordante da quella
che molteplici fantasie tendono ad escogitare.
Ma nasco con voi, e mi estinguo con voi, ogni volta.
Appartengo, unicamente, a chi mi considera, disegna, concepisce e descrive.
Non posso somigliare a nessun altro che al mio artefice.
Non posso contribuire che ai suoi esclusivi sogni,
desideri, visioni e timori.
Quindi leggetemi pacatamente attraverso i filtri di chi scrive
e decide di concedere confidenza.
E fidatevi solo quanto potreste fidarvi dell’autore."
Un’affermazione di Baricco che mi ha fatto pensare:
“I grandi scrittori sono quelli che danno un nome
alle cose”
Potrebbe fuorviare, nel senso che noi usiamo parole
esistenti per scrivere.
Ma per descrivere possiamo adoperarne di mai usate, o perlomeno non per ciò di
cui stiamo parlando.
Accade spesso in poesia, accostando immagini anche apparentemente lontane, metaforeggiando
in quantità industriale, forse meno in prosa dove potrebbe risultare più ostico,
e più meccanico.
Ma dare un nome alle cose, poi, significa davvero
solo rinominarle?
O basta agganciare concetti differenti a paesaggi consuetudinari.
Come guardare, anziché solo vedere. Stabilire nuove relazioni.
Se esco anche solo in terrazza e mi affaccio al
mondo, non è un semplice uscire di casa, è un porsi in combinazione con
l’esterno, farne parte, entrare nell’atmosfera, ribattezzare il convenzionale.
Ecco il dare un nome nuovo.
Se scrivo mi sto accomodando sul foglio, e cerco
parole, che esistono,
ma non sono a conoscenza di ciò che
descrivo,
si cerca di incarnare una realtà sensoriale inedita.
Così creo immagine senza disegnare, il colore che
sguscia dal bianco, l’acufene che diventa armonia, il ronzio cupo d'una ecografia a scandagliare viscere e anima..
https://iolaletteraturaechaplin.blogspot.com/2025/10/scripta-ludus-5-gli-incipit-in-gara.html
La nostra amica Luz coi suoi giochi intriganti.
Invito tutti i miei lettori a partecipare alla votazione, seguendo le regole che troverete nel link.
Buona lettura!
Un narrare che prende a pretesto il
giallo, ma si rivela indagine sociologica, introspezione di memorie, minuta guida
turistica anche perché si svolge a Scauri, ultimo paesino di mare a dividere
Lazio e Campania, ma dove, in realtà, si parla, si pensa, si mangia e si vive già
napoletano.
Chiara è nata a Scauri, la differenza con chi, come me, ci viene
solo in vacanza, seppur da oltre sessant’anni, è nell’approccio. Per uno
scaurese la stazione, ad esempio, è dove si parte, dove si cerca di trovare
vita e lavoro altrove, per noi che abbiamo una memoria vacanziera di Scauri, la
stazione è arrivo in paradiso, e la partenza condanna.
Chiara scrive come
pensa, la punteggiatura infastidisce, il virgolettato dei dialoghi orpello
inutile.
Si guadagna in percezione, in apparente scorrevolezza, ma spesso bisogna risalirle certe
frasi, certi concetti, certi pensieri che si aggirano tra le case a due piani e
gli stabilimenti scrostati.
C’è un passeggiare pacato che si bea delle
mareggiate, delle nenie da chiesa bigotta, degli sguardi sommessi dei vecchietti
davanti ad un bicchiere di bianco sulla Via Appia, a contare i tir incessanti.
Scauri, carico di quella “grazia
scomposta”, come luogo ideale per un nulla che riempie il consueto e una morta
che vorrebbe riposare in pace.
E così la storia si orna di giallo, ma è solo
una scusa per raccontare di quelle seimila anime che d’estate diventano
centomila e fanno fatica a riconoscersi nel frettoloso rincorrersi tra monte d’Oro
e monte d’Argento, guardando, dicendo o tacendo, e io a rivivere gli amori allo Scoglio, i mercati americani
sotto la Sielci, l’uva rubata al Garigliano, le salite a Minturno, correre in
cuffietta al mattino su quel lungomare che amo con gli aromi di frolle e
sfogliatelle a riempire l’aria, “l’infilata dei lidi, le case disordinate e
agglomerate”.
Come afferma Chiara: Scauri esiste. E ascoltarne storie, facile.
L’avevo preconizzata l’idea dell’autore non più necessario. https://francobattaglia.blogspot.com/2019/05/finalmente-esce-il-mio-libro.html.
E di conseguenza l’essenza dell’opera che sgorga e prende corpo per delinearsi
autonomamente, definendosi per linee proprie.
Se l’opera diviene interpretabile, scavalcando i parametri che
prescindono dell’autore, e se ogni lettore la rende fluida, malleabile,
sostanzialmente differente, arricchendola di sfumature alternative, non ci troviamo
quindi davanti qualcosa di indipendente, svincolato, avulso, dove l’autore è solo
scintilla trascurabile, abbrivio incosciente?
A simpatico corredo un raccontino breve di Alessandro Sesti, tratto dalla raccolta Moby Dick e altri racconti brevi
(Gorilla Sapiens Edizioni), dove molto
argutamente, Sesti, spilucca e delinea
con ben altra sagacia l’argomento (anche se, coerentemente e perfettamente in linea con lo spirito del post, superfluo prendersi la briga di segnalarne il nome..ihih):
“Ieri
sera al bar, fresco di wikipedia parlavo
di Tolstoj credendo di fare la mia porca figura, quando la cameriera mi ha
informato che nessuno più ritiene che un testo possa avere un autore definibile
come individuo. Poi ha aggiunto che l’autore, se proprio se ne vuole parlare ma
sarebbe meglio di no, è una sorta di composto magmatico formato dall’insieme
delle rappresentazioni che il pubblico ha del narratore; rappresentazioni
determinate dal testo stesso, dalla posizione della critica letteraria,
dall’interpretazione di ogni lettore, effettivo, potenziale e immaginario,
dall’ambiente sociale in cui viene prodotto e letto, dal vissuto infantile
dell’impaginatore, dagli archetipi sognati dal correttore di bozze, e da altre
cose che, complice un eccessivo consumo di vino della casa, ricordo solo
confusamente.
A ogni modo è irritante: gli autori non esistono più e io a parlare di
Maupassant, Austin e tutti gli altri come un fesso. Nessuno mi dice niente,
sono sempre l’ultimo a sapere.
Protestando comunque che tutto ciò mi era notissimo, ho intanto indagato sulle
fonti relative a questa sparizione dell’autore, così cambio bar e mi rifaccio
un nome. E lei, la cameriera menziona un
libro di un certo Hix, lo ricordo perché era come il rumore del singhiozzo ma
con la ics, e io avevo appunto il singhiozzo per colpa di quel vinaccio.
Comunque il libro s’intitola “Morte d’autore, un’autopsia”, o” Autopsia della
morte d’autore”, insomma, l’essenziale è che l’autore è morto.
Ho sorriso come a dire, ah certo, Hix lo
conosco bene, ma la cosa non è così semplice, e bevuto l’ultimo me ne sono
tornato a casa con la mia ignoranza.
Oggi quindi sono andato alla biblioteca
comunale. Chiedo il libro, e la bibliotecaria a sua volta mi chiede l’autore, con
tono assolutamente meccanico e privo di intenzione, come se fosse la domanda
più ovvia possibile.
Devono proprio pensare tutti che sono un deficiente.
Ribatto che, come è noto, l’autore non è certo una persona fisica, ma
piuttosto, e a essere riduttivi, una descrizione approssimativa delle rappresentazioni
mentali della figura narrante da parte dei lettori potenziali del testo. Mi
risponde che se non le dico l’autore non può trovare il libro. Da non credersi.
L’autorino con nome e cognome che scrive con la penna d’oca.. intendo, siamo
tutti adulti, abbiamo fatto le nostre, e non c’è proprio motivo che ci raccontiamo
storie. Niente, l’impiegata è inamovibile. E tutti intorno che le danno
ragione, come negli incubi.
A questo punto credo mi stiano mettendo alla prova.”
Si chiamava Eleonora, sua moglie. Aveva vissuto per
lei. E dopo la sua scomparsa era scomparso un po’ anche quel Vincenzo che tutti
avevano imparato a conoscere, per far posto a qualcosa di nuovo. Agli occhi degli altri, almeno.
C’era stato come uno stop, un rivalutare il mondo; mondo che lo aveva sempre affascinato
e continuava, nonostante tutto, anche ora, alla soglia degli 85 anni.
Non esisteva più il senso del donare, ma il vivere una sorta di assorbimento totale,
saturarsi di quel far fronte, come a riequilibrare l’assenza più importante,
a gremire i colmi della sua solitudine che gli parlavano di storie non più sue,
ma sapeva di non essere solo.
Ed allora ecco i viaggi, le letture, il cibo, i
teatri; il circondarsi di bellezza a stemperare supposta malinconia, nuovi
ricordi a confondere memorie inamovibili e crearne di nuove, inattese.
La sua casa museo traboccava di emozione, e lui manteneva tenacemente acceso
quel tepore domestico, come le boccette di profumo, mai più spostate.
Cenava e amava raccontarsi spesso con pochi, eletti, amici fidati, ormai
depositari delle sue confidenze, di intimità e affinità elettiva.
Viaggiare, adesso, era ricostituente e allo stesso
tempo calmante per l’anima, una sorta di salvavita, uno smussare turbamenti ma,
soprattutto, incentivo ad accumulare, riscoprire, rendere partecipe il se
stesso di una volta, riverniciare dove le crepe prendono vigore e dalle quali temeva,
un giorno, smettesse di trapelare la luce del ricordo, e il solo dubbio era che
l’aria ne ossidasse il sapore, una stasi che non voleva né poteva permettersi.
Alimentava un moto continuo a generare solo in apparenza quel frenetico porsi
al (r)esistere, come con le rose, puntuali ad ogni compleanno.
In realtà era un ripercorrere il suo: indossava il suo passato e se lo teneva addosso,
non aveva problemi di risorse economiche o liquidità: prenotava sempre doppio
coperto nelle cene dove cercava intimità, e due posti in aereo: sua moglie
occupava idealmente quello vuoto, tenendogli la mano per tutto il volo.
Le visite guidate erano di coppia, ogni nuovo arredo
per la casa aveva l’assenso di Eleonora, leggeva a voce alta in salotto con la
luce fioca, sceglieva assieme a lei nuove uscite in libreria, e curiosi saggi
in biblioteca.
Ad ogni prima teatrale lei gli sistemava la cravatta, quella regalata all’ultimo
compleanno, alla fine testimoniavano gioia autentica, ed Eleonora era sempre
nell’ultimo eco di applauso.
Leggere Carver, e rileggerlo. E ogni volta a
scoprire righe non scritte, periodi sottintesi, paragrafi sottaciuti, capitoli
accennati, intere storie che fanno appena capolino, protagonisti che neanche si affacciano.
Un minimalismo che ha fatto scuola, che può rendere un racconto breve più intenso
di un’intera opera narrativa; perché dobbiamo collaborare, percepire, diventare
storia, leggere ad ogni riga le dieci non scritte, ogni allusione e i suoi
dieci indizi confusi, ogni dettaglio e la sua narrazione a sostenerne le radici.
Perché non ballate? Indica Carver. Dovete anche leggere però, ad ogni traccia
sospesa.
Perché non leggete?
Un racconto di Carver sta a noi, non a lui.
Perché
non ballate?
In
cucina si riversò da bere e guardò la camera da letto sistemata sul prato
davanti a casa. Il materasso era scoperto e le lenzuola a righe bicolore erano
piegate sul comò, accanto ai due cuscini.
A parte ciò, aveva lo stesso aspetto di quando stava al chiuso – comodino e
lampada da lettura dalla parte di lui, comodino e lampada da lettura dalla
parte di lei.
Di lui, di lei.
Ci pensò un po’ su mentre sorseggiava il whiskey. Il comò era a poca distanza
dal fondo del letto.
Quella mattina ne aveva svuotato i cassetti e sistemato il contenuto in
scatoloni, che adesso erano in soggiorno.
Accanto al comò c’era una stufa portatile. Ai piedi del letto, una poltroncina
di vimini con un cuscino.
La cucina di alluminio lucido occupava parte del vialetto d’ingresso.
Una tovaglia di mussola gialla, troppo grande, un regalo, copriva il tavolo e
pendeva tutt’intorno.
Sul tavolo c’era un vaso di felci e più in là un cofanetto di argenteria, un
altro regalo.
Un grosso televisore a console poggiava su un tavolino basso e, a poca
distanza, c’erano un divano, una poltrona e una lampada a piantana.
Aveva tirato una prolunga dalla casa e tutti gli apparecchi erano collegati e
funzionanti.
La scrivania era contro la porta del garage. Sul suo piano c’era qualche
utensile, un orologio da parete e due stampe incorniciate.
Sempre nel vialetto, c’era uno scatolone pieno di tazze, bicchieri e piatti,
ciascuno avvolto in una pagina di giornale.
Quella mattina aveva svuotato gli armadi e ora, a parte i tre scatoloni in soggiorno,
ogni cosa era fuori dalla casa. Ogni tanto una macchina di passaggio rallentava
e la gente guardava incuriosita.
Ma nessuno si fermava.
Gli venne in mente che non si sarebbe fermato neanche lui.
– Oh Signore, dev’essere una svendita, – disse la ragazza al ragazzo.
I due stavano arredando un piccolo appartamento.
– Vediamo quanto chiedono per il letto, – disse la ragazza.
– Chissà quanto vogliono per quel televisore, – disse il ragazzo.
Entrò nel vialetto e fermò la macchina accanto al tavolo della cucina.
Scesero e cominciarono a esaminare gli oggetti. La ragazza toccò la tovaglia di
mussola.
Il ragazzo accese il frullatore e lo regolò su trita.
Lei prese uno scaldavivande. Lui accese il televisore e cominciò a
sintonizzarlo con cura.
Sedette sul divano a guardare qualcosa. Si accese una sigaretta, diede
un’occhiata in giro e gettò il fiammifero nell’erba. La ragazza si accomodò sul
letto. Scalciò via le scarpe e si sdraiò.
Riusciva a vedere la stella della sera.
– Ehi, Jack, vieni qua. Prova un po’ il
letto. Prendi uno di quei cuscini, – disse. – Com’è? – chiese lui. – Provalo, –
fece lei. Lui si guardò intorno. La casa era buia. – Mi pare un po’ strano, –
disse.
– Meglio vedere se c’è qualcuno in casa. Lei rimbalzò sul letto. – Prima
provalo, – disse.
Lui si distese e si mise il cuscino sotto la testa. – Allora, che te ne pare? –
chiese la ragazza. – Sembra sodo, – disse lui. Lei si girò su un fianco e gli
mise le braccia attorno al collo. – Dammi un bacio, – gli disse. E lui: – Dai,
alziamoci– Baciami. Baciami, tesoro, – disse lei.
Chiuse gli occhi. Lo teneva stretto. Lui dovette aprirle a forza le dita.
Disse: – Fammi vedere se c’è qualcuno in casa, – ma si limitò a mettersi a
sedere. Il televisore era ancora in funzione. Qualche luce si accese nelle case
lungo la strada. Il ragazzo era seduto sul bordo del letto. – Non sarebbe
divertente se… – disse la ragazza, e sorrise senza finire la frase.
Lui rise. Accese l’abat-jour. Lei scacciò una zanzara.
Lui si alzò e si sistemò la camicia nei pantaloni.
– Guardo se c’è qualcuno in casa, – disse.
– Secondo me non c’è nessuno, ma se ci sono gli chiedo quanto vengono queste
cose. – Qualsiasi cifra ti chiedano, offri dieci dollari di meno, – disse lei.
– Mi sa che sono disperati o giù di lì. Seduta sul letto, si mise a guardare la
Tv. – Tanto vale che alzi il volume, – disse, ridacchiando.
– Il televisore non è male, – disse lui. – Chiedigli quanto viene, – disse lei.
Max arrivò lungo il marciapiedi con una busta del supermercato.
Aveva panini, birra e whiskey.
Era tutto il pomeriggio che beveva e ormai aveva raggiunto il punto in cui
l’alcol che mandava giù sembrava cominciare a schiarirgli le idee.
Ma c’erano anche dei momenti di vuoto.
Si era fermato al bar vicino al supermercato, si era messo ad ascoltare una
canzone al jukebox e, non sapeva come, si era fatto buio prima che si
ricordasse delle cose fuori sul prato.
Vide la macchina nel viale e la ragazza sul letto. Il televisore era acceso.
Poi vide il ragazzo in veranda.
Cominciò ad attraversare il prato. – Salve, – disse alla ragazza. – Hai trovato
il letto.
– Salve, – disse lei. – Lo stavo giusto provando –.
Diede qualche pacca sul materasso. – Non c’è male come letto. – Sì, un letto
niente male, – disse Max.
– Cos’altro volevo dire? Sapeva di dover dire altro.
Mise giù la busta e ne tirò fuori la birra e il whiskey.
– Credevamo non ci fosse nessuno, – disse il ragazzo. – Ci interessano il letto
e forse il televisore. Magari anche la scrivania.
Quanto vuole per il letto? – Per il letto pensavo cinquanta dollari, – disse
Max. – Le vanno bene quaranta? – disse la ragazza. – Quaranta, d’accordo, –
disse Max.
Prese un bicchiere dallo scatolone, lo liberò del giornale e aprì la bottiglia
di whiskey. – E il televisore? – disse il ragazzo. – Venticinque. – Le vanno
bene venti? – disse la ragazza.
– Venti, sì. Mi vanno bene venti, – disse Max. La ragazza lanciò un’occhiata al
ragazzo. – Volete bere qualcosa, ragazzi? – chiese Max.
– I bicchieri sono in quella scatola. Io mi siedo un attimo.
Mi siedo qui sul divano.
Si sedette sul divano, si appoggiò allo schienale e li fissava. Il ragazzo tirò
fuori due bicchieri e versò il whiskey. – Quanto ne vuoi? – chiese alla
ragazza. Avevano solo vent’anni, il ragazzo e la ragazza, tra loro c’erano un
mese o due di differenza. – Basta così, – disse la ragazza. – Mi sa che nel mio
ci voglio un po’ d’acqua. Tirò fuori una sedia e si sedette al tavolo della
cucina. – L’acqua è in quel rubinetto lì, – disse Max. – Apri quel rubinetto.
Il ragazzo allungò il whiskey, suo e della ragazza, con dell’acqua.
Prima di sedersi anche lui al tavolo della cucina si schiarì la gola. Poi
sorrise.
Sopra di loro gli uccelli sfrecciavano a caccia d’insetti.
Max fissava lo schermo del televisore. Si scolò il bicchiere.
Allungò una mano per accendere la lampada a piantana e la cicca gli cadde tra i
cuscini del divano.
La ragazza si alzò per aiutarlo a
trovarla. – Vuoi qualche altra cosa, tesoro? – disse il ragazzo.
Tirò fuori il libretto degli assegni. Versò altro whiskey per se stesso e per
la ragazza. – Oh, voglio la scrivania, – disse la ragazza. – Quanto costa la
scrivania?
Max agitò la mano per scacciare quella domanda ridicola. – Di’ una cifra, –
disse.
Li guardò lì seduti attorno al tavolo.
Alla luce della lampada c’era qualcosa di speciale nell’espressione dei loro
volti. Un’aria di cospirazione, per un attimo, che poi però si trasformò in
un’espressione tenera – non la si poteva definire altrimenti.
Il ragazzo le sfiorò una mano.
– Adesso spengo il televisore e metto su un disco, – annunciò Max.
– Anche il giradischi è in vendita. A poco. Dite una cifra.
Si versò altro whiskey e aprì una birra.
– Tutto in vendita.
La ragazza gli porse il bicchiere e Max le versò altro whiskey. – Grazie, –
disse lei. – Dà subito alla testa, – disse il ragazzo.
– Già comincia a girarmi. Finì di bere, fece una pausa e poi se ne versò un
altro. Stava scrivendo l’assegno quando Max trovò i dischi.
– Scegli qualcosa che ti piace, – disse Max alla ragazza, porgendole i dischi.
Il ragazzo continuava a scrivere. – Ecco, – disse la ragazza, indicando un
disco.
Non conosceva i nomi sulle copertine, ma non importava.
Era un’avventura.
Si alzò dal tavolo, però poi si rimise a sedere. Non voleva starsene seduta lì
ferma. – Lo faccio al portatore, – disse il ragazzo, che continuava a scrivere.
– Benissimo, – disse Max. Si scolò il whiskey e subito dopo un po’ di birra.
Si riaccomodò sul divano e accavallò una gamba sull’altra. Bevvero. Ascoltarono
il disco fino alla fine.
Poi Max ne mise su un altro.
– Perché voi ragazzi non ballate? – disse Max.
– È una buona idea, no? Perché non ballate?
– No. Non mi pare il caso, – disse il ragazzo. – A te va di ballare, Carla? –
Coraggio, – disse Max. – Il vialetto è mio. Ci potete ballare.
Abbracciati, i corpi stretti l’un l’altro, il ragazzo e la ragazza si
spostarono su e giù per il vialetto. Ballavano.
Appena finì il disco, la ragazza invitò Max a ballare. Era ancora senza scarpe.
– Sono brillo, – disse lui. – Ma no che non sei brillo, – disse la ragazza. –
Be’, io lo sono, – disse il ragazzo.
Max cambiò lato al disco e la ragazza gli si avvicinò.
Cominciarono
a ballare. La ragazza lanciò un’occhiata alla gente che si era affacciata al
bovindo della casa di fronte. – Quelli là. Ci stanno guardando, – disse. – Va
bene? – Va bene, – rispose Max. – Il vialetto è mio. Possiamo ballare.
Credevano di averne viste di tutti i colori quaggiù, ma questa non l’avevano
ancora vista, – disse.
Dopo un po’ sentì l’alito caldo di lei sul collo e disse: – Spero che ti
piacerà il tuo letto. – Senz’altro, – disse la ragazza. – Spero che piacerà a
tutti e due, – disse Max. – Jack! – disse la ragazza.
– Svegliati! Jack si reggeva il mento e li guardava assonnato.
– Jack, – ripeté la ragazza. Aprì e chiuse gli occhi.
Affondò il viso nella spalla di Max.
Si strinse di più a lui. – Jack, – mormorò.
Guardò il letto e non riuscì a capacitarsi di cosa ci facesse in mezzo al
prato. Alzò gli occhi al cielo sopra la spalla di Max.
Gli si aggrappò. Si sentiva piena di un’insopportabile felicità.
In
seguito la ragazza disse: – Il tizio era di mezz’età. Tutti i suoi averi erano
sparsi lì sul prato. Non scherzo mica. Ci siamo ubriacati e abbiamo cominciato
a ballare. In mezzo al vialetto. Oh Signore! Non ridete. Ha messo su dei dischi.
Guardate questo giradischi. Ce l’ha regalato lui.
Anche questi vecchi dischi. Jack e io abbiamo dormito nel suo letto. La mattina
dopo Jack soffriva dei postumi della sbornia e ha dovuto prendere un carrello a
nolo.
Per portare via tutta quella roba del tizio.
A un certo punto mi sono svegliata. Ci stava mettendo una coperta addosso, quel
tizio. Questa coperta. Sentite qua. Continuava a parlare. Raccontò la storia a
tutti.
C’era dell’altro, lo sapeva, ma non riusciva a metterlo in parole. Dopo un po’,
smise di parlarne.
Di Neil Gaiman avevo già postato il racconto, Gli altri, sempre dalla
raccolta Cose fragili.
Adoro il narrare breve di Gaiman, ecletticissimo autore di horror gotici e dallo stile tagliente, anche
disegnatore di graphic novel e sceneggiatore.
E poeta in questo caso, di particolare sensibilità.
IL GORNO DEI DISCHI VOLANTI
Quel giorno, atterrarono i dischi volanti. Centinaia, dorati,
Silenziosi, scendevano dal cielo come grandi fiocchi di neve,
E i Terrestri immobili
li guardavano arrivare,
Aspettavano, le bocche riarse, di scoprire cosa contenessero
E nessuno di noi sapeva se ci sarebbe stato un domani
Ma tu non l’hai notato perché
Quel giorno, il giorno dei dischi volanti, pura coincidenza,
Fu il giorno in cui dalle tombe si riversarono i morti
E gli zombie emersero piano dalla terra morbida
o invece eruppero di brutto, barcollanti, opachi, inarrestabili,
Vennero verso di noi, i vivi, e noi fuggimmo urlando,
Ma tu non l’hai notato perché
Il giorno dei dischi volanti, il giorno degli zombie, fu anche
Il giorno del Ragnarok, e la televisione ci mostrò
Una nave fatta con le unghie dei morti, un serpente, un lupo,
Tutti più grandi di ogni immaginazione,
e il cameraman non riuscì
Ad allontanarsi abbastanza, e poi ne scesero gli Dèi
Ma tu non li hai visti arrivare perché
Nel giorno dei dischi-zombie-fine del mondo
saltarono tutte le barriere
E ciascuno di noi fu invaso da geni e spiritelli
Che ci offrivano desideri e sorprese ed eternità
E incantesimi e brillantezza e cuori
sinceri e coraggiosi e pentole d’oro
Mentre i giganti ucciucciavano per il
paese, e le api assassine,
Ma tu non ne avevi idea perché
Quel giorno, il giorno dei dischi il giorno degli zombie
Il giorno del Ragnarok e delle fate, il giorno
dei venti potenti
E della neve, quando le città divennero cristallo, il giorno
In cui tutte le piante morirono, la plastica si dissolse, il giorno
In cui i computer si accesero per dirci
a chi dovevamo obbedire, il giorno
In cui gli angeli, ubriachi e impastati, barcollavano nei bar,
E tutte le campane di Londra risuonavano, il giorno
In cui gli animali ci parlarono in assiro, il giorno dello Yeti,
il giorno dei supereroi e dell’arrivo
della Macchina del Tempo,
Tu non ti sei accorta di nulla di tutto questo perché
eri seduta in camera tua, non facevi niente,
non leggevi neanche, in realtà, stavi
lì a guardare il telefono,
chiedendoti se avrei chiamato.
Che io ami la Szymborska è cosa nota, che mi riconosca nei suoi paradossi, negli assurdi gestiti con geniale nonchalance, e che voglia rendervi partecipi di tutto ciò,
cerco di sottolinearlo come posso.
"Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.
– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
– Sono di pietra – dice la pietra
– E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.
– Sale grandi e vuote – dice la pietra
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.
Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.
– Non entrerai – dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.
– Se non mi credi – dice la pietra-
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.
Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
– Non ho porta – dice la pietra."