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| Poggio |
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| Sant'Agata Feltria |
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| San Leo |
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| Calanchi del Maioletto |
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| Alferello |
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| Poggio |
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| Sant'Agata Feltria |
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| San Leo |
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| Calanchi del Maioletto |
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| Alferello |
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| Aridatece er vecchio citofono.. |
Progettato per centri di importanza nevralgica, si trovava di botto, senza
nessun preavviso, deviato in un comprensorio periferico romano, lontano dai
siti prioritari ai quali era destinato.
Tra le sue caratteristiche principali: scannerizzazione biologica dell’utente, questionario
interpretativo delle intenzioni, valutazione eventuale di grado di
pericolosità, messa in allarme delle forze di sicurezza addette,
visualizzazione in 3D.
Col supporto satellitare anche il semplice appropinquarsi di un fattorino delle
pizze avrebbe permesso l’analisi e il contenuto delle scatole, la convenienza,
la salubrità degli alimenti e le referenze lavorative dell’addetto.
Ai corrieri Amazon veniva controllata prova
d’acquisto, data dell’ordine, eventuale sforo fascia protetta di consegna, a
tutela del riposino pomeridiano dell’utente finale.
Il semplice visitatore, invece, doveva aver certificato un minimo preavviso, escludendo visite a sorpresa.
Alle auto in fila al passo carraio per il parcheggio
condominiale sarebbe stato verificato bollo, assicurazione, revisione,
effettivo diritto di accesso al parcheggio condominiale, ammaccature provocate nel
parcheggio interno e immediata identificazione della manovra del colpevole con
pubblicazione istantanea di nominativo, scala e interno del trasgressore.
Nel comprensorio stavano tutti storcendo il naso, ma questa specie di Grande Fratello, imposto dalla nuova Amministrazione, sembrava l’inevitabile e duro prezzo da pagare per aspirare al meglio
del mercato.
In realtà, il candidato numero uno era il più grezzo ed elementare citofono 1760.6, ma le scorte risultavano esaurite.
E i contratti sottoscritti da
tempo, con penali devastanti in caso di ritardi, aveva costretto URMET a
sacrificare, per esigenze tipicamente condominiali, anche i suoi modelli più pregiati.
Paradossalmente però, e nonostante nessuna lievitazione
di prezzo, l’ostruzionismo e la complessità labirintica del nuovo citofono - con libretto di
istruzioni di 680 pagine in tre semplici volumi - hanno finito per far saltare i nervi a più
d’un condomino.
Attesa presto nuova assemblea generale per il
ripristino di innocui e familiari apparecchietti a filo, col loro ronzio appena
percettibile.
A me invece piace molto questo citofono avveniristico; ogni tanto credo di sentir suonare e corro a guardare se sul visore a cristalli liquidi, appare lei.
Per quanto mi riguarda esistono due tipi di memoria: una fumosa, che non ti fa distinguere anzi, ti confonde ancor più e rende tutto impalpabile, come di nebbia insistente, e non c'è verso di venirne a capo.
Poi c’è una memoria che puoi scatenare, ad esempio tornando nei luoghi dove hai vissuto una vita, dove sei cresciuto.
In quel caso avviene la
moltiplicazione delle immagini, il sovrapporsi dei piani temporali; guardi una
terrazzino dalle inferriate scrostate appena illuminato da un lampione fioco e
vi si affacciano persone diverse, in tempi diversi.
Fotografi un angolo di
strada e nello scatto appaiono situazioni, luci, persone, movimenti
addirittura.
Passi davanti una vecchia arena di cinema all'aperto, ora parcheggio privato, e odi
l’echeggiare di un film, l’azzurrognolo del proiettore che sfiora il buio del
cielo, e rivedi persone baciate, tenute per mano, complice l’oscurità, ma stai
solo guardando un spiazzo pieno di auto.
Assaggi una frolla e ti vedi uscire dal mare, con l’omino che le vendeva
calde in mezzo agli ombrelloni, e non gridava solo frolle e ciambelle, vendeva
felicità di quella che neanche immaginavamo di pregiatissima fattura e noi, con la mamma che tentava di asciugarci
i capelli bagnati, noi non ne avevamo il minimo sospetto, sfuggivamo quelle
cautele d’amore per giocare a macchinine sulla sabbia, o a racchettoni con gli
zii, e cercare una cento lire per attivare il juke box del Lido..
ora lo ripercorro quieto e silenzioso quel bagnasciuga, guardo quella risacca che chissà quante rive ha bagnato, quanti mari ha
percorso come noi con i nostri anni a caccia di una felicità già
preconfezionata, quando arrivavi famelico dopo tutta un’estate ad aspettare finalmente quel tuo
Settembre, gli amici di sempre, gli amori che ti facevano palpitare, il chiosco di gelati sempre lo stesso, quasi un monumento.. la mamma che cercava capi usati al
mercato americano, e tu con la stessa passione, la medesima curiosità che ti ha
trasmesso e tutto è un rifiorire di tempi andati che sono ancora lì, patina
invisibile ma chiara, percettibile, come il fumo della ciminiera in disuso da
secoli, ma che io scorgo ancora uscire e piegarsi al vento delicato che arriva
da Gaeta.
Ed il sole brucia sempre, anche se mi ha regalato un melanoma tolto per
tempo, e sicuramente colpa mia che esageravo nel volerlo prendere tutto, quel
sole, ora a tramontare quieto dietro il monte d’Oro, eterno custode della baia e di ogni
minima memoria.
Qualche anno fa scrivevo di non essere
felice di questo nastro che sbobino ogni volta nell’anima, perché la nostalgia
non funziona nella stessa maniera per tutti, ma anche le opinioni e certe
sicurezze si sgretolano e lasciano più spazio a tutto quel bello andato, senza
preoccuparsi troppo del divenire, prendono quella memoria, tenera come una
mozzarella di bufala, e ne godono anche i nodi ruvidi che esaltano la
lavorazione e restituiscono sapori immutati nel tempo..
Ciao Scauri..
Ora, a bocce ferme, senza più Lulù, fanno ancora più tenerezze queste vestigia marine che appariranno ancora più remote, travolte da una risacca lunga di freschissima bufera, di quelle che rilanciano ogni ricordo a brevissimo termine, stavolta, in un immancabile rendez vous con ciò che era vita reale fino a pochi giorni fa, e la mente è occupata a disegnare contorni di nuova epica addosso ad un fiorente ordinario appena svanito, mentre il cuore, più irrequieto e irrazionale, non accetta che un presente ancora fragrante, possa aggiungersi semplicemente nel memoriale, come un'urna in un loculo.
Da oggi c'è una terza memoria, quella che ti azzanna e non vorrebbe saperne di diventarla, ti ronza intensa attorno, destinata a non invecchiare, subentrare ad ogni istante, insinuarsi tra i sorrisi, tra il percorso distratto di un orologio che non scandisce più programmi, ma solo tempo perso, ancor prima che le lancette disegnino sentieri.
Sembra esista davvero una figura simile, ingaggiata
anche dai tribunali, per smaltire le tonnellate di cause civili che intasano la
Giustizia.
Il mediatore, appunto:
media, negozia, tratta, risolve, definisce.
Riconosciuto dall’Associazione nazionale mediatori professionisti (ANMP - esiste davvero! -).
Un personaggio super partes che scova il cavillo,
l’intoppo o il nodo; e li
scioglie.
Uno che vede oltre la rabbia cieca dei contendenti,
un risolutore sempre con l’esatta
chiave in mano,
mente lucida in classico caos,
pacato decisionista, accorto restauratore,
dalla visone limpida attraverso le nebbie più adirate,
affianca i magistrati e
concilia migliaia di controversie.
La sera poi a casa lo accolgono i teneri pargoli: “Papà! Lucia mi ha rubato Jeeg Robot”
“Non è vero, è volato dalla terrazza da solo!”
“Digli qualcosa tu papino, altrimenti gli strappo tutte le pagine del diario!!”
e la dolce consorte:
“Ti sei ricordato di comprare il pesce? Stasera pane e acqua, giuro! Dimentichi
sempre tutto..
non è un ristorante questo, e neanche un albergo.. ah fai scena muta adesso!?”
Per questo gran parte dei mediatori spesso non hanno
orario, e sono reperibili per qualsiasi lavoro urgente,
- anche molto lontano da casa - h24.
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| Cartolina concorso Scripta Ludus |
Dal concorso Scripta Ludus della mitica Luz del blog Io, la letteratura, e Chaplin,
ecco il mio incipit vincitore, pari merito con Marina Guarneri, direttamente ispirato dall'illustrazione qui sopra.
Invitiamo ogni blogger di ogni ordine e grado a prendere nota dell'evento e delle successive edizioni, cui faremo comunque discreta pubblicità.. non troppa però altrimenti le probabilità di vincere mi si andrebbero assottigliando.. ihih..
"Il fuoco nel camino crepitava, ed era probabilmente l’unica
fonte di calore a non tradire, a differenza di tutto il resto.
In silenzio padre e figlio cercavano di creare atmosfera dal nulla ma i
pensieri viaggiavano altrove, e in direzioni differenti.
“No Giorgio, la mamma credo proprio che non lo vedrà l’albero, comunque un
bella stella luminosa la mettiamo; che si scorga a distanza, e la Befana magari
riempirà anche la sua calza appesa”.
Il papà parlava lentamente, come sospeso tra la speranza da trasmettere a
Giorgio e quel sostenere un’ostinata lotta all’evidenza.
E chissà, pensava, in
qualche angolo della sua coscienza il Natale riuscirà a smuovere qualcosa di
buono, sempre che riesca a trovarlo.
“Ci lascerà soli anche stavolta? Forse siamo stati noi quelli incapaci di
comprendere e non abbiamo fatto mai abbastanza, o piuttosto io non ho fatto
nulla, affinché l’irreparabile non accadesse.. certo è stata dura cavarcela,
senza che tua madre si facesse viva una sola volta, specie questo ultimo anno,
anche se alla fine manca, e so che manca tanto a te.”
Giorgio, assorto, continuava a tendere luminarie al padre, tra i luccichii
della camera che tante volte li aveva visti giocare e sorridere come una
famiglia serena, ricordava i sorrisi della mamma, si chiedeva di continuo cosa
potesse aver fatto di così brutto per meritarsi quell’abbandono, senza di lei era
davvero dura, anche se papà si prodigava i tutti i modi e cercava di farlo
sentire meno a disagio possibile, ma le feste, nonostante luci e addobbi,
nascondevano solo malinconia.
Uno scampanellio lo ridestò improvvisamente..
“Suonano alla porta!! Vado a vedere.. magari è lei!..”
Giorgio era raggiante mentre correva quasi alla porta, il papà un po’ meno,
temeva la polizia, piuttosto, che mai aveva creduto a quell’allontanamento
volontario e lo stava torchiando da tempo, quel papà amorevolmente afflitto e,
all’apparenza, inoffensivo.."
Con l'occasione i migliori Auguri di Buone Feste all'intero universo blogger!!
Viaggiando in treno possiamo sederci di spalle alla
direzione di marcia, controlleremo il passato mentre fugge lontano e diventa
minuscolo; e a fianco una signora dall’età indefinibile, che sembra gabbarlo, il
tempo di questo veloce intercity.
Oppure guardando la direzione di moto e accogliendo ciò che arriva, quasi
inghiottiti da scenari creati dal nulla, all’istante.
Tutto ad una velocità virtuale ovviamente, altrimenti quella mosca che ci vola davanti non godrebbe dell’atmosfera che galleggia placida assieme a noi.
In un presente trasportato tridimensionalmente.
Quindi anche quel presunto controllo cui si accennava prima è parte di un
futuro non classificabile e di un passaggio solo attraversato, senza lasciare
segno.
Ci troveremo da Roma a Milano, o viceversa, intaccando impalpabilmente quel
poco tempo trascorso regolarmente.
Ma una ipotetica mucca sui binari, che lo sta vivendo, lo ferma quel tempo.
Incide a suo modo sul futuro, stordisce la mosca, incarta un passato che,
d’improvviso colmo di presente, non pensa più minimamente di abbandonare la scena.
Non sa nulla di Roma né di Milano, la mucca, e neanche lo spazio attorno, la turba.
E’ il nostro percepire a disegnare la scena, il tempo solo come un passatempo,
abbiamo scelto di concepirlo un giorno lontano, e lui si prende gioco di noi.
In continuazione.
Dopo un’ora di immobile presente, con i raggi di sole che non assecondano la direzione e le curve del treno ora, ma solo la rotazione terrestre, mi alzo per capire come mai siamo fermi, torno indietro , attraverso vagoni, cerco un responsabile.
Ma non riavvolgo il tempo, continuo anzi a perderlo.
Mi affaccio da uno sportello aperto dal controllore, e scorgo svariate mucche
davanti al convoglio.
Passato e futuro si interrogano, la campagna origlia immobile, scorgo la
superficie dei binari, inchiodati al suolo da sempre, ma ora appesantiti come
non mai.
La signora dall’età indefinita giunge anche lei e chiede se arriveremo per sera
a Milano.
La guardo e quasi esitando chiedo a mia volta:
“Ma non siamo partiti, da Milano?”.
Michele
Wordpress se ne stava
in poltrona senza fiatare, rimirava le statistiche vincenti della sua
piattaforma, sorseggiando il suo cognac preferito.
"Mi perdoni signore, in
anticamera ci sarebbe Camillo Blogger, chiede di essere ricevuto."
Michele alzò
appena lo sguardo, e fece un cenno affermativo, non si aspettava una visita
diretta, ma meglio così, avrebbe messo in chiaro le gerarchie una volta per
tutte.
"Ciao
Michele!" esordì l’ospite con un sorriso fin troppo rilassato, quasi
spensierato. "Perdona l’autoinvito ma ci sono un paio di questioni che
dobbiamo chiarire: dovresti smetterla di porre dazi e cappioli tecnici a
chiunque dei miei voglia farti visita, magari lasciando un semplice saluto. Si
tratta di visite di cortesia, nessuno vuole rubarti terre rare..."
"Ma figurati
se osteggio i rapporti!" rispose Michele con un tono misurato, quasi
paterno. "Purtroppo ci sono regole di sicurezza che da te nessuno ha mai
applicato, quindi sarebbe il caso che vi adeguaste."
"Strano
perché le difficoltà le trovano anche i tuoi quando vogliono fare un salto da
me," ribatté Camillo accomodandosi. "Sembra quasi che
l’eccesso di... come li chiami tu? Ah, sì: plugin, temi premium e upload appesantiscano i tuoi utenti fino ad impedirne le più semplici esplorazioni, devono rimanere spesso Anonimi perché, provenendo da una
piattaforma oscurantista, trovano difficoltà anche solo a presentarsi, e neanche possono commentare, sul loro stesso blog, i corretti e garbati
interventi di chi proviene da Blogger.
Michele
accennò un sorriso sornione. "Stai confondendo l'essenziale con l'elementare.
La pesantezza, come la chiami tu, è il prezzo della libertà assoluta e della potenza.
I miei iscritti scelgono se essere un semplice diario, una rivista con ambizioni
da influencer o una intranet aziendale.
La complessità, e qualche magagna tecnica, è dovuta al fatto che
posso essere tutto, evitando ogni inconveniente.
Da voi si leggono essenzialmente... diari, tenuti da ospiti di Google, carino e
gratuito, certo, non una vera e propria piattaforma open-source con un mercato
di estensioni che vale miliardi."
Camillo
incrociò le gambe. "Capisco il tuo punto, ma non tutti hanno bisogno di un
SUV per andare a comprare il pane. Il più classico dei blogger, dei nostri blogger, vuole solo
scrivere.
Desidera semplicità. E per quanto tu sia 'libero' e 'potente', i tuoi
sono sollecitati a richiedere spesso anche un
investimento iniziale: Hosting, dominio, temi a pagamento...
Nulla di ciò tra i miei residenti. Hanno tutto gratis, direttamente da un colosso (Google, n.d.r.) che non fallirà domani.
Non c’è nulla di 'elementare' nel mettere il blogging a
disposizione di tutti, senza barriere economiche o tecniche."
"La vera
libertà ha un costo. Io offro il dominio
completo sui contenuti," replicò il deus ex machina di Wordpress, e
il tono si era fatto più incisivo.
"Se domani il tuo colosso decidesse di chiudere
baracca e burattini, come ha fatto con tanti altri progetti?
I tuoi scrivono per cortese concessione.
I miei utenti possiedono la casa, le fondamenta e
persino il terreno.”
"È uno spauracchio che usi da anni. Intanto la piattaforma continua a
crescere proprio tra chi è alle prime armi e non vuole grattacapi, e con
un'indicizzazione che, non a caso, è garantita dal mio... “parente stretto”, diciamo così".
Camillo fece un gesto vago verso il cielo, alludendo a Google.
La potenza, senza un controllo diretto, dall’alto, è anche un rischio costante.
Noi offriamo la “sicurezza” gestita e centralizzata. Zero pensieri."
Michele si
alzò, credendo di concludere l'incontro.
"È vero. Aderire a Wordpress richiede responsabilità e manutenzione. Ma offre la possibilità
di allenare quel “professionista” che ognuno di noi culla.
La maggior parte dei siti web di maggior successo, delle più grandi testate
giornalistiche, e oltre il 40% dell’intero web si affida alla mia architettura.
Questo non è un caso.
Quando l'ambizione supera il semplice hobby, l'unica scelta è stare dalla mia
parte."
Si avvicinò e tese la mano. "Passa pure quando
vuoi, Camillo. Ma la prossima volta, ricordati: un vestito semplice può farti
sentire a tuo agio, ma solo un'armatura completa ti rende invincibile. E ora,
scusami, devo autorizzare il lancio di un nuovo tema per un noto quotidiano, sai..
di quelli che si rivolgono.. a noi."
A quel punto Camillo strinse la
mano, ma il suo sorriso si fece più tagliente. "Prima di andare, Michele,
c'è un'ultima cosa che volevo dirti: stai diventando un gigantesco cartellone
pubblicitario."
Michele si irrigidì. "A
cosa ti riferisci?"
"Ai banner
pubblicitari. Quelli che tu hai iniziato a imporre sempre più aggressivamente
sui blog dei tuoi utenti gratuiti e senza che loro possano toglierli o, peggio,
senza che possano guadagnarci un centesimo,"
Camillo si sporse in avanti, abbassando la voce in un tono di confidenza
pungente
"I tuoi utenti vogliono scrivere, vogliono la libertà, ma tu stai
lentamente soffocando i loro contenuti sotto i tuoi messaggi
promozionali, trasformandoli in veicoli pubblicitari per il tuo brand."
"È il costo del servizio e
del supporto che offriamo a milioni di utenti gratuitamente," si difese
Michele, tamburellando le dita sul bracciolo della poltrona. "Dobbiamo pur
sostenere i costi dell'infrastruttura mondiale che mantengo in piedi.
È un compromesso necessario per chi sceglie il piano Free."
"Compromesso? Tu stai
contaminando i loro contenuti con la tua pubblicità," ribatté Camillo
scuotendo la testa. "Noi siamo gratuiti da decenni, ma Google rispetta la
relazione tra l’autore e il lettore. I banner di AdSense sono ancora a
discrezione del blogger, che ne trattiene la maggior parte del ricavo. I miei
utenti guadagnano se scelgono di monetizzare, oppure possono
mantenere il loro spazio pulito e intatto. Nessuno si sveglia e trova una
bandiera commerciale sventolare senza permesso in mezzo al proprio lavoro.
Sarà un’armatura Wordpress ma costi e marchette cominciano ad incidere!"
Camillo si alzò, il tono ora
soddisfatto:
"I tuoi credono di avere più controllo, ma tu hai appena dimostrato che il
controllo finale ce l'hai tu, usando le loro pagine come spazio pubblicitario.
Il nostro punto di forza non è solo l’essere gratuito e facile: è
l'essere una casa ospitale e dove il proprietario ha sempre voce in
capitolo, e dove ospitare commenti e contradditori risulta elementare, da
qualunque piattaforma provenga. Forse è questo che ti spaventa, l’ibridazione
di scambi, idee, amicizie, crescite.
Questo, mio caro, è il motivo per cui milioni di blogger continuano a preferire
la semplicità.
Michele si limitò a fissarlo, il sorriso forzato sparito, sostituito da una
smorfia contrariata.
Non poteva negare che il malcontento per i banner invasivi, fosse una spina nel
fianco.
Camillo si esibì in un inchino
ironico. "Allora a presto, carissimo.
Torno a godermi la spontaneità di milioni di blog che nascono ogni giorno,
senza clamore e senza manutenzione e la consapevolezza di poter vagare per il
web a proprio piacimento, senza nessun paletto. Salutami il consulente
SEO!"
Un’affermazione di Baricco che mi ha fatto pensare:
“I grandi scrittori sono quelli che danno un nome
alle cose”
Potrebbe fuorviare, nel senso che noi usiamo parole
esistenti per scrivere.
Ma per descrivere possiamo adoperarne di mai usate, o perlomeno non per ciò di
cui stiamo parlando.
Accade spesso in poesia, accostando immagini anche apparentemente lontane, metaforeggiando
in quantità industriale, forse meno in prosa dove potrebbe risultare più ostico,
e più meccanico.
Ma dare un nome alle cose, poi, significa davvero
solo rinominarle?
O basta agganciare concetti differenti a paesaggi consuetudinari.
Come guardare, anziché solo vedere. Stabilire nuove relazioni.
Se esco anche solo in terrazza e mi affaccio al
mondo, non è un semplice uscire di casa, è un porsi in combinazione con
l’esterno, farne parte, entrare nell’atmosfera, ribattezzare il convenzionale.
Ecco il dare un nome nuovo.
Se scrivo mi sto accomodando sul foglio, e cerco
parole, che esistono,
ma non sono a conoscenza di ciò che
descrivo,
si cerca di incarnare una realtà sensoriale inedita.
Così creo immagine senza disegnare, il colore che
sguscia dal bianco, l’acufene che diventa armonia, il ronzio cupo d'una ecografia a scandagliare viscere e anima..
Complice soprattutto l'amico blogger Davide CervelloBacato , mi esibisco anche io con un raccontino, tra il lusco e il brusco, in tema con la festicciola odierna.. ;)
La farmacia era stranamente deserta, ma comunque
disordinata, straripante di nuove offerte
e scatoloni da sistemare.
Da quando erano rimaste tre ragazze, a gestire il tutto, compresi turni e sostituzioni, il caos
regnava e il tempo per riordinare quasi un lusso.. c’era da aspettare
sempre, ma oggi sembrava si potesse tirare il fiato: Cristina era di riposo, la sostituiva una ragazza mora, graziosa,
ma palesemente inesperta..
Luciano riuscì anche ad abbozzare un sorriso informandosi:
“Buongiorno, serviva la ricetta per questi barbiturici?”
“Certo, e comunque non avrei potuta servirla,
neanche con la ricetta, sono prodotti
sui quali esercitiamo una vigilanza particolare..”
“Cosa
le importa scusi? Sta vendendo no? Ho la mia carta.. può controllare se
vuole..” in un sottovoce di preghiera esile, ma tenace.
“Non posso venderle barbiturici, a meno che non mi
specifichi un’esigenza curativa diagnosticata dal medico e sottoscritta dalla
ASL..”
Ora il tono di Luciano era diventato rigido.
“Ma ho la ricetta! L’ha scritta di suo
pugno il mio medico.. ex medico..l’ultima cosa che ha fatto oggi.. non voleva prescriverla.. e allora, gli ho
dovuto sparare.. praticamente la stessa cosa che farò con lei se non mi
consegna subito questi medicinali!”
Visibilmente angosciata ora.
“In realtà ..non è che
non volessi.. ma non li abbiamo proprio, dovrei ordinarli con tutto un iter
particolare, scannerizzando la sua ricetta e contattando anche il medico..”
“Difficile
contattarlo ora.. come le ho già detto”.
Le
parole scandite come da una follia razionale:
“Ora prendi subito ‘sta roba o faccio fuori anche la tua collega..”
Anna Paola, ad appena un metro, percettibilmente angosciata intervenne comunque tra i due:
“Davvero non ne abbiamo in farmacia.. siamo state già rapinate con queste richieste e non ne teniamo più di pronta disponibil
” PUM!!..”
Il colpo di pistola echeggiò impazzito, la frase di Anna Paola rimase
conficcata in gola assieme al proiettile, il sangue zampillava sul camice
bianco e i medicinali attorno, la farmacista rimase in piedi ancora un istante; la
sorpresa, prima ancora del dolore.
Poi si afflosciò dietro il bancone.
L'altra collega fulminata dal panico: un’atmosfera irreale.
Mentre Luciano trasfigurava:
“Adesso
prendimi questi barbiturici ..o fai la stessa fine..”
La mora balbettò un
“no-non ci s-sono.. per
davvero non possiamo tenerli.. la prego!!..”
Iniziava a piagnucolare e il rapinatore era indeciso
se far fuori anche lei e andare a spulciare da solo nel retro.. nella rabbia
che montava il colpo partì, inavvertitamente stavolta, e paradossalmente più
micidiale del primo, in piena fronte, la
ragazza fece un passo indietro come spinta con violenza, prima di cadere a
piombo anche lei a ridosso degli scaffali..
“Maledizione!,,” Imprecò Luciano, fece il giro del bancone, e incurante del
pavimento viscido di sangue, iniziò a rovistare tra i cassetti a vista.
“Fermi
tutti è una rapina..”
“dammi subito i soldi, dov’è la cassa?”
Urlò il nuovo entrato..
era nervosissimo ma colse
con l’occhio frenetico la pistola ancora in mano a quello che, a prima vista, aveva creduto un
commesso.
Non ci pensò un istante, sparò due, forse tre colpi e Luciano disegnò
sul volto come una smorfia sbigottita, mentre un rivolo indolente di sangue
iniziava ad imbrattargli il mento..
“Dove sono i
soldi!.. DOVE SONOO?!?” insistè la voce convulsa di adrenalina.
“Ma
che ne so”.. riuscì a balbettare Luciano, riverso
sul bancone..
“manco i ba..barbi-tu..rici trovo.. co’ ‘sto casino..”
MILLEDUECENTO
Cento l’anno praticamente.. un’infinità di idee e frullamenti d’anima, un crescere e un rivelarsi, prima di tutto a me stesso.
Un
sistema comunicativo liberatorio e creativo, un briefing continuo coi miei
neuroni residui, un aggiornamento costante.
Un monitoraggio che tiene
innanzitutto profonda compagnia.
Il blog come alleato, sfogo, sport in solitaria,
riserva indiana (citando Stefano Massini), accumulo compulsivo di ideuzze,
stravaganze, ghirigori di coscienza, affreschi vita da appuntare con cura
affinché tutto non scivoli via, nell’oblio ricattatorio dell’età.
Milleduecento post!.. non ci credo quasi..
“C'è
sempre una vecchia storia che viaggia,
e cioè che non sia vero che scriviamo per noi.
Ma è come il respiro, ognuno respira per se.”
Questo
scrivevo in occasione dei 1000 post, dopo dieci anni.
Lo
sottoscriverò in occasione dei vent'anni, un dio volendo.
Il caso, spesso bizzarro, volle che nella palazzina
A del comprensorio di Montesacro, a vent’anni dalla sua costruzione, e dopo
un’alternanza di inquilini abbastanza frequente ed eterogenea, venissero a
ritrovarsi, contemporaneamente, ben quattro coppie di insospettabili killers.
Angelo e Antonia, con due bimbi piccoli, sicuramente i più esperti, lui
dirigente di una Agenzia di Statistica, lei maestra di scuola infanzia; con attività parallela in coppia, fin da fidanzati. Scrupolosi e
precisi, amanti in maniera patologica della loro tendenza omicida ma anche
perfettamente integrati come contabile amministratore lui, e amorevole maestra
lei, affettuosi coi figli, cordiali col vicinato; una coppia micidiale con
all’attivo un centinaio di esecuzioni.
Omar e Sandro, coppia omosessuale con atteggiamenti non proprio riservati, era
stata accettata serenamente perché comunque in grado di propagare una simpatica
e contagiosa alchimia, operano per conto di grosse aziende nel campo di spionaggio
industriale internazionale e, a copertura, coordinano una libreria di quartiere,
dove spesso organizzano incontri con autori e gruppi di lettura; cinici e devastanti
sul lavoro quanto empatici e benevoli nei rapporti condominiali.
Lucy e Aguirre, marito e moglie spagnoli, trapiantati in Italia dall’Andalusia,
lavorano su commissione ma su media scala, principalmente sullo sfondo di
richieste private: gelosie, piccoli ricatti, tradimenti da redimere col sangue.
Gestiscono un piccolo ristorante etnico, dove
spesso accolgono, tramite reti fidate, clienti indirizzati per discutere circa la loro
attività più redditizia.
Infine, proprio ad inizio anno, arrivano anche Luisa e Franco, con precedenti
matrimoni a carico, finalmente sembrano aver trovato il condominio ideale ed un
luminoso appartamento al quarto piano, entrambi pensionati, ma dedicati da
sempre, anima e corpo, all’eliminazione fisica di personaggi scomodi, principalmente
in ambito politico, fiore all’occhiello
la specializzazione nel far apparire ogni morte come accidentale.
Meno bizzarro, invece, il caso che nessuno sapesse dell’altro, poiché
certe attività trasversali viaggiano per compartimenti stagni, dove ognuno ha
un fottuto interesse a mantenere le fonti segrete.
Ma, nello specifico, esisteva un disegno
precisissimo architettato dal mandante di ogni loro attività delittuosa, la più
insospettabile di tutti: Donna Esmeralda
della palazzina C, criminale di vecchissima data ma ormai vicino ad essere
vecchissima anche lei, per quanto ancora arzilla, vispa, cinica, sveglissima.
Diabolica.
Esmeralda voleva i suoi pupilli sott’occhio, a gestirne più comodamente i
movimenti, per quanto conoscesse benissimo i rischi cui andava incontro.
E bastò poco perché il composto involontario venutosi
a creare, si rivelasse tutto meno che innocuo.
Troppo attrito a contatto necessitava di un’appena misera scintilla, e se ne resero
conto gli abitanti di mezzo quartiere quando, durante l’ultima accesissima
riunione di condominio, le quattro coppie presenti in contemporanea,
indispettite per alcune pretese del resto del comprensorio circa
l’installazione di telecamere di sorveglianza nelle aree comuni, vennero meno
alle più elementari regole.
Quelle del rimanere nell’ombra, quasi invisibili, scatenando
una resa dei conti con ogni arma di fuoco disponibile dove rimase superstite (e forse qua nessuna ombra di caso bizzarro..) solo Donna Esmeralda, che riuscì anche a nascondere il suo Winchester a canne mozze
sotto una BMW nera abbandonata da mesi nel parcheggio, millantando in seguito la
più totale estraneità alla efferata carneficina.
Occhio ai vicini quindi, e se organizzano innocui apericena, magari è solo per capire se
custodite qualche Guttuso a parete, o se possedete gli esatti requisiti per
poter entrare nella loro collezione di salme illustri..
Mi sta guardando, forse gli piaccio, ecco che mi
prende, mi palpa per bene, capisce che sono praticamente nuova.. chiama la
moglie poco più in là.. “Guarda che carina questa! La prendo!”
Ormai sono sua.. per appena 2 euro.. io che nella
mia prima vetrina avevo un cartellino che ne indicava 36, di euro; puro cotone, polsini con doppio bottone,
colletto stretto, una fantasia davvero intrigante..la targhetta con la marca
invece mi è stata portata via, ma vi racconterò con calma.. all’epoca fui
venduta per un regalo, ma la ragazza che mi comprò litigò col fidanzato e non
venni mai consegnata, forse per rabbia venni deposta in uno di quei cassonetti
gialli per i vestiti usati e dismessi, io!.. praticamente nuova di zecca!! Una notte
lo scassinarono e mi ritrovai in una roulotte di gitani, quello che sembrava il
capo disse che potevo servire come merce di scambio, tutta incartata e
ripiegata com’ero ancora.. giunsi in una casa di riposo dove forse avvenivano
traffici loschi, l’infermiera cui ero stata consegnata pensò che ero troppo
giovanile per i frequentatori di una RSA, la regalò al figlio imbarcato per
mare, anche lui la tenne chiusa, memoria di una casa lontana e di un affetto di
mamma vista sempre troppo poco, ma la mano furtiva che un giorno la sottrasse non
aveva idea di quanto sentimento in quel cotone ripiegato.. fui consegnata ad un
commerciante di vestiti trafugati e spedito come donazione in un altro paese
ancora, l’autista mi adocchiò quasi subito e decise che andavo bene per lui,
strappò via l’etichetta probabilmente per dissimulare il furto, e per me fu
dolore più intenso di quel mio peregrinare senza fine.. era come uno scucirmi l’identità,
un tratto d’anima.. l’ultimo proprietario, cui giungo per regalo, nonostante la
confezione che ancora resiste, non ha il coraggio di indossarmi, mi porta in
tintoria e poi mi dimentica, tra decine di altri capi, per un tempo infinito.. e
come accade per tanti altri indumenti mai reclamati, finisco in un mercatino di
periferia, dove mille storie si intrecciano e cercano rivalsa, con la sola etichetta
gialla della tintoria, spillata dove mi dichiaro puro cotone 100%, con nessuna
traccia del poliestere che mi circonda sul banco.. e ora arrivi tu.. con l’occhio
curioso, attento, entusiasta e sono sicuro che per me inizierà una nuova vita;
la vita, anzi..
L’avevo preconizzata l’idea dell’autore non più necessario. https://francobattaglia.blogspot.com/2019/05/finalmente-esce-il-mio-libro.html.
E di conseguenza l’essenza dell’opera che sgorga e prende corpo per delinearsi
autonomamente, definendosi per linee proprie.
Se l’opera diviene interpretabile, scavalcando i parametri che
prescindono dell’autore, e se ogni lettore la rende fluida, malleabile,
sostanzialmente differente, arricchendola di sfumature alternative, non ci troviamo
quindi davanti qualcosa di indipendente, svincolato, avulso, dove l’autore è solo
scintilla trascurabile, abbrivio incosciente?
A simpatico corredo un raccontino breve di Alessandro Sesti, tratto dalla raccolta Moby Dick e altri racconti brevi
(Gorilla Sapiens Edizioni), dove molto
argutamente, Sesti, spilucca e delinea
con ben altra sagacia l’argomento (anche se, coerentemente e perfettamente in linea con lo spirito del post, superfluo prendersi la briga di segnalarne il nome..ihih):
“Ieri
sera al bar, fresco di wikipedia parlavo
di Tolstoj credendo di fare la mia porca figura, quando la cameriera mi ha
informato che nessuno più ritiene che un testo possa avere un autore definibile
come individuo. Poi ha aggiunto che l’autore, se proprio se ne vuole parlare ma
sarebbe meglio di no, è una sorta di composto magmatico formato dall’insieme
delle rappresentazioni che il pubblico ha del narratore; rappresentazioni
determinate dal testo stesso, dalla posizione della critica letteraria,
dall’interpretazione di ogni lettore, effettivo, potenziale e immaginario,
dall’ambiente sociale in cui viene prodotto e letto, dal vissuto infantile
dell’impaginatore, dagli archetipi sognati dal correttore di bozze, e da altre
cose che, complice un eccessivo consumo di vino della casa, ricordo solo
confusamente.
A ogni modo è irritante: gli autori non esistono più e io a parlare di
Maupassant, Austin e tutti gli altri come un fesso. Nessuno mi dice niente,
sono sempre l’ultimo a sapere.
Protestando comunque che tutto ciò mi era notissimo, ho intanto indagato sulle
fonti relative a questa sparizione dell’autore, così cambio bar e mi rifaccio
un nome. E lei, la cameriera menziona un
libro di un certo Hix, lo ricordo perché era come il rumore del singhiozzo ma
con la ics, e io avevo appunto il singhiozzo per colpa di quel vinaccio.
Comunque il libro s’intitola “Morte d’autore, un’autopsia”, o” Autopsia della
morte d’autore”, insomma, l’essenziale è che l’autore è morto.
Ho sorriso come a dire, ah certo, Hix lo
conosco bene, ma la cosa non è così semplice, e bevuto l’ultimo me ne sono
tornato a casa con la mia ignoranza.
Oggi quindi sono andato alla biblioteca
comunale. Chiedo il libro, e la bibliotecaria a sua volta mi chiede l’autore, con
tono assolutamente meccanico e privo di intenzione, come se fosse la domanda
più ovvia possibile.
Devono proprio pensare tutti che sono un deficiente.
Ribatto che, come è noto, l’autore non è certo una persona fisica, ma
piuttosto, e a essere riduttivi, una descrizione approssimativa delle rappresentazioni
mentali della figura narrante da parte dei lettori potenziali del testo. Mi
risponde che se non le dico l’autore non può trovare il libro. Da non credersi.
L’autorino con nome e cognome che scrive con la penna d’oca.. intendo, siamo
tutti adulti, abbiamo fatto le nostre, e non c’è proprio motivo che ci raccontiamo
storie. Niente, l’impiegata è inamovibile. E tutti intorno che le danno
ragione, come negli incubi.
A questo punto credo mi stiano mettendo alla prova.”
Il rombo sommesso di migliaia di motori, un tempo colonna sonora della frenesia ma anche dell’indolenza romana, quel 3 settembre 2026, si era trasformato in un lamento, un'eco disperata che si propagava dai vicoli del centro fino alle tangenziali intasate.
Era avvenuto.
Quello che per anni era stato solo un timore sussurrato, una chiacchiera da
bar, si materializzò in una realtà incontrovertibile: “la misura è colma”, è un
modo di dire spesso utilizzato e significante, quando si arriva a dei limiti non
più sopportabili.
A Roma, stavolta, i parcheggi traboccavano.
E non si trattava di
un’iperbole.
Danila era
partita da Monteverde alle sette del mattino, sperando di anticipare il solito
inferno. Doveva essere in ufficio in
Prati per le nove. Alle otto e mezza era ancora intrappolata in un ingorgo a
Trastevere, con l'indicatore del carburante che si abbassava minaccioso e attorno decine di auto intrappolate nel delirio come lei.
Un barlume di speranza si accese mentre scorgeva un'auto lampeggiare per uscire da un
posto. Si fiondò, ma prima ancora di poter mettere la freccia, una Smart
sbucata dal nulla, ignorando qualsiasi regola di civiltà, si infilò nello
spazio, con il conducente che le rivolgeva un fasullissimo sorriso di scusa, a
nascondere palese aria di trionfo.
Era un gesto di nuova guerra, basta cortesie.
Gigi, a sua
volta, aveva ormai superato ogni limite di ragionevolezza. Partito da Casal
Palocco alle sei, convinto che il suo anticipo gli avrebbe garantito la
salvezza. Dopo aver girovagato per ore in centro, a San Giovanni, e persino a
Cinecittà, si ritrovava ora sul GRA, guardando sconsolato quella campagna che
si estendeva oltre il raccordo.
Trenta chilometri dal suo posto di lavoro in Viale Europa, e la sua utilitaria
ormai un guscio opprimente che non riparava più da nulla.
Aveva visto persone parcheggiare sui marciapiedi, sui prati, persino in mezzo
alle rotonde, ma ogni spazio si riempiva all'istante, anzi, sembrava già
intasato, nessun pertugio, nessun buco
nero.
Chi aveva lasciato l'auto in seconda fila, con il motore acceso e lo sguardo
fisso sul volante, era diventato il nuovo archetipo del romano, custode del suo
effimero ed inutile trono di lamiera.
Chi, come Lucilla, aveva la fortuna (o la sfortuna, quel giorno) di possedere un garage privato, si era trovato di fronte a un dilemma amaro. Uscire significava entrare nel vortice infernale che ogni radio ormai annunciava difficilmente risolvibile pescando un posto auto vicino al lavoro.
Aveva provato a fare un giro veloce per prendere un caffè, ma la visione delle
strade intasate e dei volti disperati dei conducenti l'aveva fatta desistere.
La sua auto, una fedele utilitaria che un tempo la portava ovunque, ora le
sembrava una prigione dorata.
Tornare nel suo garage era l'unica opzione sensata, ma quel gesto manifestava tacita
sottomissione.
Un ripiego, probabilmente
definitivo, a segnare la resa di fronte a un nemico invisibile e onnipresente.
La sera,
infine, ecco Roma illuminata dalle solite luci dei lampioni, ma stavolta a riflettersi
su auto immobili.
Un ammasso forzatamente ordinato di lamiere erranti, di clacson esausti e di
gemiti strozzati. Il silenzio si stava impossessando delle strade, non per l’assenza
di auto, ma per la disperazione di chi non sapeva più come muoversi.
Collasso totale. Le auto abbandonate dove capitava in segno di capitolazione
totale e inevitabile.
Parafrasando in foggia consolatoria una famosa massima: quando tutto è caos,
nulla è caos. Rassegnazione impotente di fronte quel nuovo, devastante,
scenario.
E la domanda
che aleggiava nell'aria, più pesante dell'inquinamento, più opprimente del
disagio palpabile, era: cosa sarebbe successo il giorno dopo?
Però.. a me
che vado in scooter, ma quanto me po’ preoccupa’ ‘sta cosa?! ;)
Spinti come da un’intuizione prenotiamo il Palazzo Nobile di San Donato, a
Montepulciano.
L’appartamento una delizia rinascimentale, soggiorno attorno a fine ‘600 della
Contessa Contucci, capostipite di un impero enologico ancora oggi di rilievo,
anche se non con i fasti di un tempo.
E noi a vagare per quelle stanze, ora, trasformate in esclusivo b&b, estasiati
dai broccati, dalle pitture, dai tappeti, dagli intarsi e dai tessuti; dagli arredi
e dal loro fascino, dalle vetrate su Piazza Grande, affacciate direttamente sulla
Storia, come una macchina del tempo a rivivere gesta impensate.
La suite Rosa era stata proprio dimora di Eleonora Contucci, ed ora potevamo rivivere atmosfere dell’epoca immaginandone altre, di stagioni, con i rituali di vita di corte, la cura del corpo e degli abiti, ma anche una vita sociale intensa in un periodo di fermento ed esaltazione delle risorse primarie di zona, le uve pregiate e il vino innanzitutto, l’esaltante Nobile di Montepulciano.
Dopo una giornata tra vicoli e scorci medievali, ci
addormentiamo nel letto a baldacchino con mille pensieri, e forse proprio uno
di questi a svegliarmi poco prima dell’alba.
Decido di alzarmi e mi dirigo verso la grande finestra, attirato dalle luci
tenui della piazza silenziosa.
Mentre avanzo scorgo quella figura seduta in penombra, capelli raccolti, viso confuso dal chiaroscuro, non faccio in tempo a realizzare un pensiero, che mi saluta quieta: “Buonasera, non abbia timore, sono la Contessa Contucci, proprietaria del palazzo, perlomeno una volta.. ma non ho mai smesso di fare qualche puntatina, specie quando percepisco la presenza di ospiti sensibili, attenti, e meravigliati soprattutto”
Io resto immobile, impietrito, non un muscolo fuori
posto, riesco giusto a pronunciare “Buonasera”; poi mi blocco come un automa
scarico.
“Non si preoccupi” replica lei ”Capisco, in fondo un fantasma è roba da
libri, da cinematografo (davvero
invenzione fantastica..), come piace a tanto pubblico ora, difficile immaginare
di incontrarne uno autentico, ed in effetti anche la mia presenza qua è
anomala, legata solo alla sopravvivenza del luogo, alla preservazione delle
attività di famiglia, soprattutto alla produzione e valorizzazione del vino,
patrimonio eletto, esattamente da me,
come risorsa principale.. agli uomini di famiglia mancavano estro, visione e
anche scenari; sono sempre stata io a guardare oltre, a comprendere quale
immensa risorsa avevamo tra le mani, sfruttata fino ad allora solo per minime esigenze familiari.
Era già un progetto l’impero da costruire, anche se per noi signorine era
previsto solo un mondo imbellettato, ricco di feste, vestiti, e poi adibite a procreare e gestire, al massimo, le finanze
di casa.
Ma avevo visto giusto. La vita di corte mi stava tremendamente stretta:
preghiera, musica e supervisione della
servitù potevano gestirle altri.
Intuivo un sogno, e l’ho realizzato. L’ascendente sul mio consorte poi,
per mia e sua fortuna, ha permesso la crescita e, dopo i primi risultati, nessuno
ha osato più contraddirmi, mi sono fatta
valere a corte, imparando le lingue straniere, ero io a negoziare con i
commercianti delle altre contee, ho preteso di interferire nelle scelte politiche.
Man mano che Montepulciano si rivelava potenza, sono riuscita con la mia
diplomazia a farla divenire sede episcopale e fino ed oltre
il ‘600, anche con la bonifica della Valdichiana, le cantine Contucci sono
diventate celebri, purtroppo mio figlio Stefano, accecato dalla brama di successo, mi ha messo da parte, relegandomi
di nuovo a ruoli marginali e io, per amore, non ho fatto resistenza,
constatando che l’inesorabile decadenza dell’impero cui avevo dato vita, si
stava prospettando fatalmente .. e così eccoci ad oggi, ogni tanto in veste di
candido spettro, a godermi le nobili memorie del mio palazzo e, talvolta, i
suoi deliziosi inquilini.. ”
Saluto e ringrazio
col fiato che trovo e torno a letto senza capire se stia sognando o meno.
Vedremo domani.