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sabato 27 giugno 2026

SCRIPTA LUDUS VOTATE TUTTI!!

 

Ed accolo il post con la gara degli Explicit..
mi raccomando, partecipate almeno al voto.. 
e chi non si è espresso con un proprio componimento
è atteso alla prossima prova.. giocate, giocate, giocate..
e grazie sempra alla nostra LUZ che intriga, stimola, ispira e crea!!



Scripta Ludus #9: gli explicit in gara

C
ari e care blogger, eccoci alla seconda fase del gioco. 
Sono arrivati sei explicit, i concorrenti si sono lasciati ispirare da tutte le immagini presenti. 

Come da regolamento, gli explicit in gara, pubblicati con riferimento all'immagine che ha ispirato la scrittura, sono qui di seguito elencati in ordine di arrivo e senza rivelarne l'autore/l'autrice, per mantenere il più possibile neutralità nel voto. 

⚠️ Ricordo a TUTTI i partecipanti di inviare la propria doppia preferenza (pena l'esclusione dal concorso) e raccomando a tutti coloro che leggeranno, partecipanti e non, di diffondere il post e invitare a inviare il proprio voto a tutti coloro che avranno il desiderio di eleggere l'autore/l'autrice dell'explicit migliore

❗❗❗Modalità di voto: inviate due preferenze (1° e 2° posto) indicando NUMERO IMMAGINE E NUMERO DELL'EXPLICIT PRESCELTO, entro le ore 9 di MARTEDI' 30 GIUGNO. Email: libriavela@gmail.com


Vinca il migliore!

****************


Immagine 1



EXPLICIT 1
C’è poco da dire: lei pallida, quasi raggomitolata sul sedile, come assente, io in piedi a fissarla in un equilibrio reso precario dagli scossoni del vagone e dalle turbolenze del mio cuore. Non una parola tra noi per tutto il tragitto, del resto abbiamo sempre parlato poco, ci siamo nutriti soprattutto di silenzi e di sguardi. Un’intesa che credevo perfetta, ora mastico e rimugino parecchi dubbi come un pasto indigesto. 
Tra poco sarà la sua fermata, una sentenza già scritta. Ci scambieremo di sicuro un cenno di saluto e forse avremo un fuggevole rammarico negli occhi. Dovrò superare l’insidia dell’istante, l’istinto devastante di seguirla quando scenderà o di trattenerla per un braccio, aspetta, parliamone. Ma parole così inutili sarebbero una beffa. No, nessuna parola, mi basterà tacere restando immobile come un bonzo tibetano, poi tutto sarà finito.

EXPLICIT 2
Il treno correva ormai da ore. Nel vagone il tempo sembrava essersi assopito tra il lieve oscillare delle carrozze e il sommesso brusio dei passeggeri. Nessuno faceva caso a quella donna seduta accanto al finestrino. Lei stringeva la borsa al petto con entrambe le mani, quasi custodisse qualcosa di fragile. Non un ricordo. Non un rimpianto. L'unico frammento di futuro che aveva deciso di salvare. Sotto la tesa del cappello gli occhi restavano nascosti a metà. Non erano occhi impauriti.
Erano gli occhi di chi aveva attraversato il dubbio e ne era uscito con una certezza. Fuori, il paesaggio continuava a scorrere. Dentro, tutto si era già fermato. La decisione non l'aveva presa su quel treno. Il viaggio era servito soltanto a darle il tempo di riconoscersi nella donna che aveva finalmente scelto di essere. Quando il convoglio rallentò, non si mosse subito. Rimase ancora un istante sospesa nel tempo, mentre gli altri continuavano il loro viaggio senza sapere che, accanto a loro, una vita aveva appena cambiato direzione. Poi sollevò appena il viso. Per la prima volta, nessuno stava decidendo per lei. Quando il treno si fosse fermato, ogni cosa sarebbe accaduta alle sue sole condizioni.

*****



Immagine 2


Explicit 1
Salgo qui da anni in questo luogo amico ed aspro per incontrare sguardo di vento, e trovare centro. Silenzio assoluto. Pace infinita. Vuoto che chiama e invita.
Mi arrampico tra i sassi e gli sterpi che mi graffiano le gambe e mi siedo a spalle diritte, senza appoggiarmi alla parete della torre che domina e guarda attonita lo scenario di montagne e valli tutto intorno. E sto ferma. Immobile.
È quando sono qui che accade il miracolo. È il vento che lo compie. Lui arriva puntuale, perché ci siamo dati appuntamento, si alza, soffia piano, almeno all’inizio, e poi si  impenna e si fa mossa audace e così comincia a scompigliarmi, mi arruffa pensieri e sensazioni, sconvolge senza riguardo l’assetto ordinato e prevedibile della mia vita, ci mette dentro suggerimenti sottili e suggestioni inedite e mi restituisce un’ispirazione creativa, una sequenza imprevista, o più spesso una rivelazione, una promessa, una sorta di presagio.
È già accaduto più di una volta, nelle ore morbide dell’alba silenziosa o della sera quando il sole discreto si fa da parte, e ormai so che questo incontro di aria e luce mi porterà annunci segreti e disegnerà futuro.
Sto qui in attesa complice ed aspetto che il vento faccia il suo lavoro. Mi faccio cava di parole e di domande e, mentre i capelli si lasciano stropicciare e scompaginare, io ascolto. 
Questa volta ho sentito un piccolo tremito nel ventre e il cuore si è stretto in un brivido di gioia. Una vibrazione improvvisa e involontaria che bussa ad essere ospitata.
Ecco, un’allusione di vita è arrivata, va solo segretamente custodita. 
Ora posso riprendere la via di casa, in discesa, sorridermi e fare spazio a ciò che sta arrivando a portare meraviglia. E scombinare definitivamente qualsiasi ordine.

*****



Immagine 3


EXPLICIT 1
Berto dopo il lungo viaggio si sedette sulla panchina sotto il glicine a riposare.
Guardò con occhio distratto lo sfacelo della casa dei suoi nonni. Muri scrostati, vetri infranti, erbacce ovunque e tanta desolazione. Solo il glicine sembrava non aver sofferto l'abbandono.
Era riuscito a tornare dalla guerra senza danni ma non riconosceva il luogo della sua infanzia.
Immaginò che doveva ricominciare da capo.

EXPLICIT 2
Alla fine Enzo era ritornato alla vecchia casa, quella degli ultimi anni con Giulia, prima della malattia, del ricovero, della fine. Una casa abbandonata che lo aveva come chiamato a lungo, che leccava ferite tenendo le cicatrici per sé.
Era forse solo il desiderio di restituire e restituirsi un’anima.
Oltre la portafinestra ormai senza quasi più vetri,  il cortile aveva ingoiato tutto.
Enzo non entrò subito,  rimase prima seduto fuori, come soggiogato, vuoto.
Contava i respiri come faceva in ospedale quando i monitor rallentavano quelli di Giulia.  Ma una volta entrato l’odore non era stantio, ma di tempo fermo; iniziò proprio da quell’infisso malmesso a raccogliere vetri, ogni scheggia gli ricordava una notte a vegliare, una frase non detta, una mano che non aveva coccolato abbastanza, li mise in un secchio e il suono sordo sembrò vagare irreale per le stanze.
La chiamò per nome la prima volta dopo tre anni trascorsi fuori, lontano, da un figlio quasi estraneo.
Comprese allora che riportare un’anima non era ricostruire, era accettare la crepa e fare entrare aria.
Prese un chiodo e un martello per appendere una foto di lei, di loro due al mare.
Appesa storta, come la sua vita, ma appesa.
E per la prima volta la casa smise di leccare ferite e cominciò ad abitarle.
Rimise a posto la porta con l’aiuto di un falegname, e quando l’ultimo cardine fu al suo posto e i vetri di nuovo intatti, Enzo aprì per far guardare dentro, per riconciliarsi col rumore del paese, del chiasso vivo, risistemò una brandina e dormì lì, senza incubi.
Sognò Giulia che gli diceva: “Lo vedi che lo spazio c’era?”. Al mattino piangeva lacrime salate e iniziò a parlare alla casa, e lei rispondeva con gli spifferi e le loro eco, le travi che si assestavano, era il nuovo loro dialogo, con Giulia sorridente dalla sua sedia, con la tazza in mano.
La crepa la lasciò, da lì entrava nuova luce.

EXPLICIT 3
Tornò in quel cortile e si sedette sulla panchina di fronte all’uscio diroccato della sua vecchia dimora; la schiena incurvata sotto il peso del cappotto che non scaldava più. Nessuno avrebbe saputo dire da quanto fosse lì: i minuti si allargavano in un tempo senza misura e i ricordi erano ancora intatti, anche se provenivano da stanze vuote, non più abitate dalle voci di bambini e dal canto di una madre che della leggiadria aveva fatto il suo stile di vita. Poteva ancora sentire il cigolio della sedia mentre lei vi si accomodava, il fruscio della gonna di cotone, il tintinnio ritmico dei ferri da calza e l’odore del caffè che usciva dalla porta aperta.
Era tornato per rivivere quei dettagli invisibili. 
La ghiaia del vialetto scricchiolò al passaggio di una ragazza, con uno zaino sulle spalle e un libro stretto al petto. Sfiorò il muro della casa: una scaglia di intonaco si staccò e cadde a terra, poi si voltò verso la panchina. Per un istante i suoi occhi si fermarono lì, senza trovare nulla, eppure si strinse nel suo cappotto, come se un brivido di freddo l’avesse improvvisamente attraversata. Si accomodò accanto all’ombra proiettata dall’albero e mentre gli ultimi raggi di sole filtravano tra le foglie, disegnando trame geometriche sul pavimento di pietra, lui continuò indisturbato a vegliare. Fino a quando ci fosse stata anche una sola pietra a ricordare il profilo di quella casa e la vita che l’aveva animata, sarebbe rimasto seduto su quella panchina, eterno custode di un amore che perfino la morte non aveva avuto la forza di cancellare.


Scadenza: martedì 30 giugno, ore 9
Email: libriavela@gmail.com


giovedì 4 giugno 2026

DUE BAMBINI PER MANO

 


Due bambini per mano: lei stretta al papà, un uomo alto e robusto, lui alla mamma, una donna tenera e sorridente. 

Nove anni lei, sei lui. 

Passeggiano sul lungomare di Scauri, nell’estate del 1966. 

Si scorgono tra le bancarelle affollate, tra l’odore di dritto e rovescio di camicie, pantaloni e magliette usate.
Poi, sfuggendo per un attimo al controllo dei grandi, deviano dal percorso e si ritrovano nel lido dirimpetto.

Sembra quasi che qualcuno li abbia disegnati apposta, uno per l’altra. 

Sono entrambi scuri di capelli e carnagione, stessi occhi vivaci e neri, lei  però minuta e fragile, lui sorriso contagioso e pieno, di una corporeità spontanea che si fa vicina, si accosta con grazia naturale, e in un baleno l’incertezza iniziale, impacciata, diventa improvvisamente disinvolta.

Si tolgono i sandali, li lasciano appaiati al bordo della spiaggia, e cominciano a correre scalzi, giocando su quella riva, ridendo complici con una risacca giovane e spumeggiante.

Raccolgono conchiglie e se ne donano l’eco all’orecchio; osservano l’orizzonte lontano mentre un timido sogno sfiora quell’incoscienza bambina che li tiene uniti, sinceri, liberi.

È un’arcana cabala, una congiuntura astrale che si esprime nel tocco leggero delle loro piccole mani, sospese tra la sabbia e un primo sole che già scalda la pelle.

Come ti chiami? sembra dire uno dei due, forse il più piccolo e il più audace.

La bimba alza lo sguardo incerta come a chiedere permesso e mettere confidenza, prima di una rivelazione. Tace. 

Poi si china, prende in mano una piccola pietra pallida di rosa, la osserva un attimo e gliela porge. Il bambino guarda esterrefatto, prende quell’oggetto levigato e delicato tra le manine paffute e sente che una luce chiara si sprigiona sottile, sale e contagia veloce il cuore. È come un brivido che parte dalla pelle ma mira altrove.

Si guardano un attimo, sguardo attento, diritto, e lei dice: E tu?

Lui si sente esplodere e la parola che contiene il nome facile che gli appartiene si incaglia in gola, si distoglie un attimo e corre via, mette i piedi e gli occhi per terra e fruga intorno, freneticamente, fino a che si ferma e sorride ad una piccola conchiglia, la solleva e spolvera appena la sabbia umida che la appanna, ci soffia sopra un alito tiepido e torna da lei che lo aspetta e lo osserva attenta, come volesse misurare in anticipo la risposta che sta per arrivare.

Lui la guarda e fa un cenno, la bimba allora apre la mano magra e lui ci deposita dentro il suo dono marino e con un tocco lieve la stringe.

Lei si ritrae appena, come avesse sentito una fitta, si guarda il palmo della mano e il piccolo segno rotondo che ci è rimasto stampato sopra.

Ridono, ognuno con un regalo in mano, e senza aggiungere parole riprendono a giocare e rincorrersi.

 Ma è questione di attimi.  Quell’incontro rimane furtivo, rapido e impregnato di un’alea di mistero, perché improvvisamente la mamma e il papà dall’alto li richiamano all’ordine, ognuno gridando a voce alta  il nome del proprio figlio.

Uno scoppio di risata cristallina e ingenua invade la spiaggia e arriva al largo, a farsi onda increspata.

Loro si siedono obbedienti sullo scalino di pietra, si tolgono la sabbia attaccata ai piedi, rimettono lentamente i sandali puliti, mentre le due famiglie scambiano ancora  quattro chiacchiere, salutandosi tra cortesi convenevoli e i complimenti di rito. Arrivano da Roma entrambe, ma innamorati di quella costiera che da Ulisse si allunga fino in piena Campania. La bimba, però, porta dentro il sangue napoletano; lui rimarrà romano verace.

Curioso constatare come quei giochi, quei sorrisi, quell’intesa improvvisa e allegra non li vedrà mai più insieme sulla medesima spiaggia.

Ne calpesteranno di infinite in comune, certo, ma mai nello stesso istante.

Doneranno amori e batticuore, parole, promesse e incanti, tuttavia mai più ripercorrendo le stesse orme, o sorridendosi addosso con lo stesso respiro.

Saranno sentieri lontani.

A volte si intrecceranno persino con vicende stranamente affini, parallele, sfiorandosi senza sapersi, ma senza mai ritrovare il fiatone, le risa e quel modo di battere del cuore che era appartenuto solo a quel giorno, a Scauri.

Non accadrà mai più, per tutta la vita.

Dovranno passare esistenze intere, quasi un’era geologica, perché quelle curiose congiunture astrali riallineino ogni disegno possibile rimettendoli, di nuovo, uno sulla via dell’altro, con una potenza visionaria paziente, tenace, prodigiosa.

Inizi di un tiepido autunno romano del 2026.

Campo dei Fiori di sfondo, con la sua celebre statua in alto, a guardia del pensiero libero e di una piazza trasformata in vetrina di souvenir per turisti, poche bancarelle di frutta e verdura a colorare la vita di un tempo ormai scomparso.

Di lato, nascosta, una piccola libreria che sopravvive al vociare sguaiato e offre il silenzio profumato di carta stampata e varie sale che si susseguono ordinatamente, una dentro l’altra.

Nell’ultimo ambiente, quasi in penombra, colmo di pubblicazioni di tutti i tipi e delle ultime novità letterarie, una donna non più giovane è assorta a sfogliare un libro che l’ha attratta, guarda le pagine che quasi accarezza, quando un uomo brizzolato e sorridente si avvicina e comincia a frugare tra gli scaffali, in silenzio.

Appena un cenno di saluto, discreto, cortese. Ognuno cerca qualcosa, senza sapere esattamente cosa, sospinto da una curiosità che va a toccare, scorrere titoli e quarte di copertine e perfino odorare ciò che ogni libro può segretamente offrire.

E in silenzio ne ascoltano l’eco. Come a coglierne il segreto, a intuirlo, prima di sceglierlo e portarlo via.

All’improvviso un tonfo sordo. Un libro si è improvvisamente staccato dall’alto ed è caduto sul pavimento, alla base della libreria.
L’uomo e la donna si guardano stupiti, sul viso un punto interrogativo. Si voltano. Nessuna altra presenza umana in sala.
Quiete totale. Sono assolutamente soli. Attoniti.

Entrambi si avvicinano al libro, per verificarne lo stato di salute, mentre é ancora a terra, tutto scompaginato. 

L’uomo lo raccoglie e lo osserva, è integro, lo richiude delicatamente, é un’edizione illustrata de “Il piccolo libro delle conchiglie. Gemme della natura.”

Lei è chinata a terra, accanto a lui, troppo vicina per non accorgersi di un soffio come di vaga salsedine che le arriva sul viso, vacilla appena, si appoggia a uno scaffale per rialzarsi e dice con un filo di voce:  “Amo le conchiglie, ne faccio collezione.. da quando ero bambina.. A lei interessano?”

L’uomo non risponde a tono,  riesce appena a dire: “sì, anch’io amo da sempre il mare e tutto ciò che esprime ed evoca, e a cui non so dare nome..”

Poi prende il libro sopravvissuto e glielo porge. “Le piace? Posso regalarglielo o si offende? Sa, non è così comune che un libro decida di tuffarsi dalla cima di uno scaffale e mi spiacerebbe non coglierne il senso. O sprecarlo.”

Le mani si lambiscono appena e qualcosa che somiglia a un brivido di brezza marina fa sorridere entrambi.

Forse nessuno dei due ricorda distintamente un episodio che li aveva sorpresi a rincorrersi e ridere allegramente molti anni prima, la memoria sbiadisce e lascia solo delle tracce sottili sotto pelle o sul palmo di una mano.

Ma stavolta, quelle mani giocose che un tempo si erano solo sfiorate, come in una promessa implicita di gioco e intesa profonda, sapranno riconoscersi.

E si terranno salde, per il gioco più bello del mondo:
quello a non lasciarsi mai più.

 


lunedì 18 maggio 2026

SOLO PER DISSETARSI

 


Alla soglia degli ottant'anni, Sandro viveva come un prigioniero rassegnato. Le mura di casa sembravano trasudare l'ombra di un fato ormai ripiegato su se stesso: quello di sua moglie, malata da tempo, depressa e china al destino.
Lui la accudiva con dedizione silenziosa, ma con lo sguardo perennemente rivolto all'indietro, incagliato in un'altra età in cui avrebbe potuto prendere decisioni vitali che non aveva mai avuto il coraggio di affrontare.

A tenerlo in vita, oggi, era un filo sottilissimo e ostinato. Un'anomalia sentimentale che non aveva nulla di morboso, ma tutto di una disperata, vitale necessità: il legame con l'altro, vero e unico amore della sua vita.

Quella che in gioventù era stata una tempesta emotiva, si era decantata nel tempo trasformandosi in premurosa amicizia. Lei era la sua chimera e, al contempo, la sua unica costante reale; un sogno di balsa mai disancorata, avvolto in un vagheggiamento antico che sopravviveva intatto forse perché non aveva mai dovuto misurarsi con la quotidianità.

Le loro vite avevano preso strade parallele, eppure lei non si era mai davvero eclissata.
Perché lo faceva? Perché rispondeva ogni giorno a quell'uomo invecchiato nei propri rimpianti? Non per pietà, ma in nome di un'antica, profonda, tenerezza.
Lei gli offriva una quotidiana carezza telefonica, facendosi sponda generosa e discreto salvavita.
Ascoltava le fatiche di lui, i racconti su quella moglie ormai irrecuperabile, accogliendoli con la memoria ormai sbiadita ma delicata, di ciò che magari sarebbero potuti essere insieme.
Da parte di lei era rimasto un tratto di profonda, rispettosa amicizia, un morbido trait d’union, cosciente di quietarsi nel sogno irrealizzato.

La moglie, che Sandro non aveva saputo rinnegare quando ne avrebbero avuto tempo ed energia, era sopravvissuta alle bufere del cuore.
Ora, divenuta relitto bisognoso di cure, non poteva certo essere abbandonata alla deriva.
Se in gioventù Sandro aveva fallito nel coraggio dell'amore, oggi un'etica ferrea lo legava a doveri coniugali assoluti.
Scontava la sua pena di rimpianti, ma trovava il suo riscatto morale in questa assistenza quotidiana.

Quel sogno svanito senza il coraggio di disegnarsi futuro, continuava a respirare.
Due volte al giorno.
Una breve telefonata al mattino per schiudere la giornata, una la sera per rincuorare la notte.
Pochi secondi laconici in cui il tempo si azzerava.

Era l'affaccio sul rimpianto per lui, accolto dalla cortese, infinita grazia di lei, sogno di ogni uomo che può impazzire di desiderio.
«Ciao Sandro, buongiorno!» squillava la voce dall'altra parte della cornetta, vivida e leggera.
E lui, chiudendo gli occhi per isolarsi un istante dalla stanza in penombra, sussurrava:
«Ciao amore». Senza malizia, senza illusioni.
Solo per dissetarsi, per un minuto almeno, a quella felicità dissipata a suo tempo, e che ora doveva bastargli per sopravvivere.

 


venerdì 10 aprile 2026

CARLO LUCARELLI NEI LUOGHI PIÙ OSCURI

 


Tra Carver e King, Lucarelli manovra da maestro nell’esposizione breve, accumulando tensione, adrenalina, cambi di prospettiva, scatti repentini, una incredibile moltiplicazione dei piani narrativi.

La magia e la sorpresa sono elementi che si ottengono, efficacemente, col racconto.
Perché viaggiare a ritmi forsennati per duecento pagine diverrebbe insostenibile, e non solo per chi scrive, ma anche per il fruitore medio, costretto ad affastellare notizie, registrare dati, incamerare volti, monitorare scenari che si accavallano e si intersecano a rotta di collo.
Lucarelli incide col bisturi, e per quanto, paradossalmente, possano apparire grezzi e frettolosi, alcuni caratteri, è perché l’autore ce li incarta veloce, senza preavviso, ci pone ad un bivio e scarta repentino facendo sbandare il lettore come su un roller coaster.

Ad un centometrista che si lancia a velocità folle per i 1500 metri, salterebbero le coronarie dopo appena un quinto di gara.

Ecco perché il racconto breve resta un narrare a sé, inaccostabile alla gestione di un romanzo, dove le suggestioni, le svolte descrittive, i batticuore, non potranno mai registrarsi ad ogni pagina, pena l’asfissia e l’overdose emozionale.

I luoghi più oscuri non amano visite prolungate.


venerdì 26 dicembre 2025

L'ALBERO

 

Cartolina concorso Scripta Ludus

Dal concorso Scripta Ludus della mitica Luz del blog Io, la letteratura, e Chaplin,

ecco il mio incipit vincitore, pari merito con Marina Guarneri, direttamente ispirato dall'illustrazione qui sopra. 

Invitiamo ogni blogger di ogni ordine e grado a prendere nota dell'evento e delle successive edizioni, cui faremo comunque discreta pubblicità.. non troppa però altrimenti le probabilità di vincere mi si andrebbero assottigliando.. ihih.. 

"Il fuoco nel camino crepitava, ed era probabilmente l’unica fonte di calore a non tradire, a differenza di tutto il resto.
In silenzio padre e figlio cercavano di creare atmosfera dal nulla ma i pensieri viaggiavano altrove, e in direzioni differenti.
“No Giorgio, la mamma credo proprio che non lo vedrà l’albero, comunque un bella stella luminosa la mettiamo; che si scorga a distanza, e la Befana magari riempirà anche la sua calza appesa”.
Il papà parlava lentamente, come sospeso tra la speranza da trasmettere a Giorgio e quel sostenere un’ostinata lotta all’evidenza.
E chissà,  pensava, in qualche angolo della sua coscienza il Natale riuscirà a smuovere qualcosa di buono, sempre che riesca a trovarlo.
“Ci lascerà soli anche stavolta? Forse siamo stati noi quelli incapaci di comprendere e non abbiamo fatto mai abbastanza, o piuttosto io non ho fatto nulla, affinché l’irreparabile non accadesse.. certo è stata dura cavarcela, senza che tua madre si facesse viva una sola volta, specie questo ultimo anno, anche se alla fine manca, e so che manca tanto a te.”
Giorgio, assorto, continuava a tendere luminarie al padre, tra i luccichii della camera che tante volte li aveva visti giocare e sorridere come una famiglia serena, ricordava i sorrisi della mamma, si chiedeva di continuo cosa potesse aver fatto di così brutto per meritarsi quell’abbandono, senza di lei era davvero dura, anche se papà si prodigava i tutti i modi e cercava di farlo sentire meno a disagio possibile, ma le feste, nonostante luci e addobbi, nascondevano solo malinconia.
Uno scampanellio lo ridestò improvvisamente..
“Suonano alla porta!! Vado a vedere.. magari è lei!..”
Giorgio era raggiante mentre correva quasi alla porta, il papà un po’ meno, temeva la polizia, piuttosto, che mai aveva creduto a quell’allontanamento volontario e lo stava torchiando da tempo, quel papà amorevolmente afflitto e, all’apparenza, inoffensivo.."

Con l'occasione i migliori Auguri di Buone Feste all'intero universo blogger!! 

 


sabato 11 ottobre 2025

RICCETTO

 


Riccetto Vanesio sapeva di affascinare; sul far della sera, nonostante i rimproveri e gli altolà di mamma riccia, scavava il suo bel tunnel sotto la recinzione che separava il loro terreno incolto dal giardino condominiale,  ricco di cibo e creature mai viste, e partiva alla ventura, spesso con i suoi due fratellini.  

All’inizio era stato solo un caso, odorando strani profumi avevano trovato dei crocchini davvero invitanti, sembravano lì apposta per loro, piacevolissimi da sgranocchiare, e c’era anche un laghetto dove abbeverarsi, e attorno tutta erba e siepi dove sgattaiol.. ops! riccettare via in caso di pericolo.. ma il bello doveva ancora venire.. ogni sera al crepuscolo, quando il buio si faceva più fitto e il silenzio s’impadroniva dei contorni.. si formava spesso un pubblico di strani esseri, arrivavano pian piano e si disponevano in silenzio a guardarli sgranocchiare crocchini.. erano gli “umani”.. esseri molto strani, spesso imprevedibili.. ma vabbè, questo è un altro discorso..
fatto sta che i tre fratellini: riccio Vanesio, riccio Curioso e riccio Mangioso erano diventati frequentatori stabili di quel pezzo di giardino dove in teoria, una tribù di altri strani animali - gatti li chiamavano - avrebbero voluto mangiare le loro razioni di crocchini senza troppi altri occhi e intrusi attorno.  
Ciò che nessuno poteva immaginare, era che Nerina, una micetta lucida e vispa, avrebbe subito il fascino del capo banda, quel mucchietto di aculei, e tutte le sere, fosse lì ad attenderlo,  per osservarlo curiosa e attratta, nei pressi di quel varco che divideva il giardino condominiale dalla giungla di terreno incolto dove mai, la micetta, avrebbe messo né muso né zampetta.. ma la curiosità è gatta, si sa, e Nerina, dopo una settimana senza aver avvistato Vanesio, trovò il coraggio di oltrepassare la recinzione: la passione poté ciò che la ragione impediva.

Nerina si ritrovò così in un mondo sconosciuto: erba selvatica a solleticarne il musetto, terreno irregolare, niente case all’orizzonte, nessuna traccia di umani soprattutto, solo mille tonalità di verde disordinato ma una sensazione di sguardo e respiro libero, luce e aria a volontà; del suo amichetto riccio, però nessuna traccia, e allora via a correre e saltare finché un abbaiare scomposto e sempre più vicino la mise in allarme, e all’improvviso eccolo riccetto, spuntare dal terreno e farle cenno di raggiungerlo.. Nerina si precipitò!
Mai era stata così vicina al riccio, pungendosi anche con un paio di aculei e riccetto si addossò ancor più per farle spazio come a chiedere scusa.. quel ringhio sommesso si allontanava intanto, e i due animaletti, trattenendo quasi il respiro ora si guardarono curiosi, felici e riconoscenti.. era nata una nuova amicizia.. e chissà poi..

lunedì 8 settembre 2025

IL CASO VOLLE

 


Il caso, spesso bizzarro, volle che nella palazzina A del comprensorio di Montesacro, a vent’anni dalla sua costruzione, e dopo un’alternanza di inquilini abbastanza frequente ed eterogenea, venissero a ritrovarsi, contemporaneamente, ben quattro coppie di insospettabili  killers.
Angelo e Antonia, con due bimbi piccoli, sicuramente i più esperti, lui dirigente di una Agenzia di Statistica, lei maestra di scuola infanzia; con attività parallela in coppia, fin da fidanzati. Scrupolosi e precisi, amanti in maniera patologica della loro tendenza omicida ma anche perfettamente integrati come contabile amministratore lui, e amorevole maestra lei, affettuosi coi figli, cordiali col vicinato; una coppia micidiale con all’attivo un centinaio di esecuzioni.
Omar e Sandro, coppia omosessuale con atteggiamenti non proprio riservati, era stata accettata serenamente perché comunque in grado di propagare una simpatica e contagiosa alchimia, operano per conto di grosse aziende nel campo di spionaggio industriale internazionale e, a copertura, coordinano una libreria di quartiere, dove spesso organizzano incontri con autori e gruppi di lettura; cinici e devastanti sul lavoro quanto empatici e benevoli nei rapporti condominiali.
Lucy e Aguirre, marito e moglie spagnoli, trapiantati in Italia dall’Andalusia, lavorano su commissione ma su media scala, principalmente sullo sfondo di richieste private: gelosie, piccoli ricatti, tradimenti da redimere col sangue.
Gestiscono un piccolo ristorante etnico, dove  spesso accolgono, tramite reti fidate, clienti  indirizzati per discutere circa la loro attività più redditizia.
Infine, proprio ad inizio anno, arrivano anche Luisa e Franco, con precedenti matrimoni a carico, finalmente sembrano aver trovato il condominio ideale ed un luminoso appartamento al quarto piano, entrambi pensionati, ma dedicati da sempre, anima e corpo, all’eliminazione fisica di personaggi scomodi, principalmente in ambito politico,  fiore all’occhiello la specializzazione nel far apparire ogni morte come accidentale.

Meno bizzarro, invece, il caso che nessuno sapesse dell’altro, poiché certe attività trasversali viaggiano per compartimenti stagni, dove ognuno ha un fottuto interesse a mantenere le fonti segrete.

Ma, nello specifico, esisteva un disegno precisissimo architettato dal mandante di ogni loro attività delittuosa, la più insospettabile  di tutti: Donna Esmeralda della palazzina C, criminale di vecchissima data ma ormai vicino ad essere vecchissima anche lei, per quanto ancora arzilla, vispa, cinica, sveglissima. Diabolica.
Esmeralda voleva i suoi pupilli sott’occhio, a gestirne più comodamente i movimenti, per quanto conoscesse benissimo i rischi cui andava incontro.

E bastò poco perché il composto involontario venutosi a creare, si rivelasse tutto meno che innocuo.
Troppo attrito a contatto necessitava di un’appena misera scintilla, e se ne resero conto gli abitanti di mezzo quartiere quando, durante l’ultima accesissima riunione di condominio, le quattro coppie presenti in contemporanea, indispettite per alcune pretese del resto del comprensorio circa l’installazione di telecamere di sorveglianza nelle aree comuni, vennero meno alle più elementari regole.
Quelle del rimanere nell’ombra, quasi invisibili, scatenando una resa dei conti con ogni arma di fuoco disponibile dove rimase superstite (e forse qua nessuna ombra di caso bizzarro..) solo Donna Esmeralda, che riuscì anche a nascondere il suo Winchester a canne mozze sotto una BMW nera abbandonata da mesi nel parcheggio, millantando in seguito la più totale estraneità alla efferata carneficina.

Occhio ai vicini quindi, e se  organizzano innocui  apericena, magari è solo per capire se custodite qualche Guttuso a parete, o se possedete gli esatti requisiti per poter entrare nella loro collezione di salme illustri..


giovedì 28 agosto 2025

LA CAMICIA VENUTA DA LONTANO

 


Mi sta guardando, forse gli piaccio, ecco che mi prende, mi palpa per bene, capisce che sono praticamente nuova.. chiama la moglie poco più in là.. “Guarda che carina questa! La prendo!”

Ormai sono sua.. per appena 2 euro.. io che nella mia prima vetrina avevo un cartellino che ne indicava 36, di euro;  puro cotone, polsini con doppio bottone, colletto stretto, una fantasia davvero intrigante..la targhetta con la marca invece mi è stata portata via, ma vi racconterò con calma.. all’epoca fui venduta per un regalo, ma la ragazza che mi comprò litigò col fidanzato e non venni mai consegnata, forse per rabbia venni deposta in uno di quei cassonetti gialli per i vestiti usati e dismessi, io!.. praticamente nuova di zecca!! Una notte lo scassinarono e mi ritrovai in una roulotte di gitani, quello che sembrava il capo disse che potevo servire come merce di scambio, tutta incartata e ripiegata com’ero ancora.. giunsi in una casa di riposo dove forse avvenivano traffici loschi, l’infermiera cui ero stata consegnata pensò che ero troppo giovanile per i frequentatori di una RSA, la regalò al figlio imbarcato per mare, anche lui la tenne chiusa, memoria di una casa lontana e di un affetto di mamma vista sempre troppo poco, ma la mano furtiva che un giorno la sottrasse non aveva idea di quanto sentimento in quel cotone ripiegato.. fui consegnata ad un commerciante di vestiti trafugati e spedito come donazione in un altro paese ancora, l’autista mi adocchiò quasi subito e decise che andavo bene per lui, strappò via l’etichetta probabilmente per dissimulare il furto, e per me fu dolore più intenso di quel mio peregrinare senza fine.. era come uno scucirmi l’identità, un tratto d’anima.. l’ultimo proprietario, cui giungo per regalo, nonostante la confezione che ancora resiste, non ha il coraggio di indossarmi, mi porta in tintoria e poi mi dimentica, tra decine di altri capi, per un tempo infinito.. e come accade per tanti altri indumenti mai reclamati, finisco in un mercatino di periferia, dove mille storie si intrecciano e cercano rivalsa, con la sola etichetta gialla della tintoria, spillata dove mi dichiaro puro cotone 100%, con nessuna traccia del poliestere che mi circonda sul banco.. e ora arrivi tu.. con l’occhio curioso, attento, entusiasta e sono sicuro che per me inizierà una nuova vita; la vita, anzi..


domenica 24 agosto 2025

IL NULLA

 


Dal blog di Giuseppe Marino e i suoi incipit mensili da cui trarre spunto, ecco il mio contributo di fine luglio..  ;)

“L’estate era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente imprevisto…”

..il mare si ritirò, la risacca boccheggiava lasciando appena un pelo d’acqua ritrosa, ma dopo la sorpresa del momento, pensai ad un fenomeno spesso legato agli tsunami, come un rinculo a presagire l’onda di piena, ma qui? Sul pacioso Tirreno? Non potevo crederci.. scrutavo l’orizzonte come impietrito, anche se l’istinto era di fuggire subito verso terra.. ma intanto nulla all’orizzonte.. “solo” questo silenzioso ritrarsi, barchini, boe, pesci..tutti presi di sorpresa a constatare che non c’era più mare.. neanche un’impressionante bassa marea a Zanzibar mi aveva scosso così..

Radio e tv iniziavano ad annunciare cose analoghe dal resto del mondo, come se avessero tolto il tappo dagli oceani, e il centro della terra stesse inghiottendo ogni metro cubo d'acqua..

L'aria era densa, masticabile, maleodorante di sale e alghe bruciate dall’esposizione  mescolata ad una esalazione metallica, come di ruggine improvvisa.
Il sole, appena un attimo prima complice di pomeriggi pigri, ora picchiava implacabile sul fondale esposto, trasformando la sabbia umida in una crosta putrida.
Sulla spiaggia eravamo terrorizzati ma immobili, radunati sulla battigia che non era più battigia, un confine mobile che si spostava sempre più in là, rivelando segreti e conformazioni che mai avrei immaginato.
Scorgevo cose irreali, e l’aria sembrava di deserto ora, inerte come i relitti all’orizzonte, e poi, più in là, strane figure, enormi, indefinite e grottesche, che sembravano come in agguato, ma probabilmente spaventate più di noi.

Le barche, e intere navi, giacevano inclinate, come giocattoli dimenticati da un bambino gigante. Gabbiani confusi impazzivano, atterrando goffamente sulla melma che era stata il fondale, beccando pesci agonizzanti a guizzare in pozze sempre più piccole.
Non c'era panico però, non ancora. Piuttosto, una sorta di stupore collettivo, una rassegnazione surreale. Le notizie dalla radio parlavano di porti trasformati in deserti, di navi incagliate a chilometri dalla costa, di città costiere che si affacciavano su abissi fangosi. "Il Mediterraneo è una pozzanghera salata," diceva una voce calma e irreale alla radio, "l'Atlantico un canyon senza fine."

Il "nulla" era un vuoto assordante, un silenzio che inghiottiva il suono delle onde, sostituito solo dal fruscio del vento sulla sabbia e dal lamento lontano di qualche sirena. Iniziavamo a definire l'orizzonte, ma non era il solito orizzonte marino.
Piuttosto una linea frastagliata, fatta di rocce e detriti, dove prima c'era solo azzurro. I nostri occhi, abituati alla vastità liquida, faticavano a comprendere quella nuova, arida, infinita estensione.
Era come se il mondo avesse trattenuto il respiro, e in un istante, tutta l'acqua. E noi, sulla spiaggia, eravamo lì, testimoni di un'assurdità che superava ogni immaginazione, in attesa di capire cosa sarebbe rimasto, una volta che il blu fosse scomparso del tutto, lasciando solo il cielo testimone dell’unico azzurro con ancora qualcosa che somigliasse ad un senso.

                                                                                                               

 


martedì 29 luglio 2025

L'AUTORE

 


L’avevo preconizzata l’idea dell’autore non più necessario. https://francobattaglia.blogspot.com/2019/05/finalmente-esce-il-mio-libro.html.
E di conseguenza l’essenza dell’opera che sgorga e prende corpo per delinearsi autonomamente, definendosi per linee proprie.
Se l’opera diviene interpretabile, scavalcando i parametri che prescindono dell’autore, e se ogni lettore la rende fluida, malleabile, sostanzialmente differente, arricchendola di sfumature alternative, non ci troviamo quindi davanti qualcosa di indipendente, svincolato, avulso, dove l’autore è solo scintilla trascurabile, abbrivio incosciente?

A simpatico corredo un raccontino breve di Alessandro Sesti, tratto dalla raccolta Moby Dick e altri racconti brevi (Gorilla Sapiens Edizioni),  dove molto argutamente, Sesti, spilucca e delinea con ben altra sagacia l’argomento (anche se, coerentemente e perfettamente in linea con lo spirito del post, superfluo prendersi la briga di segnalarne il nome..ihih):

 L'AUTORE

“Ieri sera al bar,  fresco di wikipedia parlavo di Tolstoj credendo di fare la mia porca figura, quando la cameriera mi ha informato che nessuno più ritiene che un testo possa avere un autore definibile come individuo. Poi ha aggiunto che l’autore, se proprio se ne vuole parlare ma sarebbe meglio di no, è una sorta di composto magmatico formato dall’insieme delle rappresentazioni che il pubblico ha del narratore; rappresentazioni determinate dal testo stesso, dalla posizione della critica letteraria, dall’interpretazione di ogni lettore, effettivo, potenziale e immaginario, dall’ambiente sociale in cui viene prodotto e letto, dal vissuto infantile dell’impaginatore, dagli archetipi sognati dal correttore di bozze, e da altre cose che, complice un eccessivo consumo di vino della casa, ricordo solo confusamente.
A ogni modo è irritante: gli autori non esistono più e io a parlare di Maupassant, Austin e tutti gli altri come un fesso. Nessuno mi dice niente, sono sempre l’ultimo a sapere.
Protestando comunque che tutto ciò mi era notissimo, ho intanto indagato sulle fonti relative a questa sparizione dell’autore, così cambio bar e mi rifaccio un nome. E lei, la cameriera  menziona un libro di un certo Hix, lo ricordo perché era come il rumore del singhiozzo ma con la ics, e io avevo appunto il singhiozzo per colpa di quel vinaccio. Comunque il libro s’intitola “Morte d’autore, un’autopsia”, o” Autopsia della morte d’autore”, insomma, l’essenziale è che l’autore è morto.
 Ho sorriso come a dire, ah certo, Hix lo conosco bene, ma la cosa non è così semplice, e bevuto l’ultimo me ne sono tornato a casa con  la mia ignoranza.
Oggi quindi sono andato alla biblioteca comunale. Chiedo il libro, e la bibliotecaria a sua volta mi chiede l’autore, con tono assolutamente meccanico e privo di intenzione, come se fosse la domanda più ovvia possibile.
Devono proprio pensare tutti che sono un deficiente.
Ribatto che, come è noto, l’autore non è certo una persona fisica, ma piuttosto, e a essere riduttivi, una descrizione approssimativa delle rappresentazioni mentali della figura narrante da parte dei lettori potenziali del testo. Mi risponde che se non le dico l’autore non può trovare il libro. Da non credersi. L’autorino con nome e cognome che scrive con la penna d’oca.. intendo, siamo tutti adulti, abbiamo fatto le nostre, e non c’è proprio motivo che ci raccontiamo storie. Niente, l’impiegata è inamovibile. E tutti intorno che le danno ragione, come negli incubi.
A questo punto credo mi stiano mettendo alla prova.”

 


mercoledì 23 luglio 2025

L'APOCALISSE DEL PARCHEGGIO

 


Il rombo sommesso di migliaia di motori, un tempo colonna sonora della frenesia ma anche dell’indolenza romana, quel 3 settembre 2026, si era trasformato in un lamento, un'eco disperata che si propagava dai vicoli del centro fino alle tangenziali intasate.

Era avvenuto.

Quello che per anni era stato solo un timore sussurrato, una chiacchiera da bar, si materializzò in una realtà incontrovertibile: “la misura è colma”, è un modo di dire spesso utilizzato e significante, quando si arriva a dei limiti non più sopportabili.
A Roma, stavolta, i  parcheggi traboccavano. 

E non si trattava di un’iperbole.

Danila era partita da Monteverde alle sette del mattino, sperando di anticipare il solito inferno.  Doveva essere in ufficio in Prati per le nove. Alle otto e mezza era ancora intrappolata in un ingorgo a Trastevere, con l'indicatore del carburante che si abbassava minaccioso e attorno decine di auto intrappolate nel delirio come lei.
Un barlume di speranza si accese mentre scorgeva un'auto lampeggiare per uscire da un posto. Si fiondò, ma prima ancora di poter mettere la freccia, una Smart sbucata dal nulla, ignorando qualsiasi regola di civiltà, si infilò nello spazio, con il conducente che le rivolgeva un fasullissimo sorriso di scusa, a nascondere palese aria di trionfo.
Era un gesto di nuova guerra, basta cortesie.

Gigi, a sua volta, aveva ormai superato ogni limite di ragionevolezza. Partito da Casal Palocco alle sei, convinto che il suo anticipo gli avrebbe garantito la salvezza. Dopo aver girovagato per ore in centro, a San Giovanni, e persino a Cinecittà, si ritrovava ora sul GRA, guardando sconsolato quella campagna che si estendeva oltre il raccordo.
Trenta chilometri dal suo posto di lavoro in Viale Europa, e la sua utilitaria ormai un guscio opprimente che non riparava più da nulla.
Aveva visto persone parcheggiare sui marciapiedi, sui prati, persino in mezzo alle rotonde, ma ogni spazio si riempiva all'istante, anzi, sembrava già intasato, nessun pertugio, nessun  buco nero.
Chi aveva lasciato l'auto in seconda fila, con il motore acceso e lo sguardo fisso sul volante, era diventato il nuovo archetipo del romano, custode del suo effimero ed inutile trono di lamiera.

Chi, come Lucilla, aveva la fortuna (o la sfortuna, quel giorno) di possedere un garage privato, si era trovato di fronte a un dilemma amaro. Uscire significava entrare nel vortice infernale che ogni radio ormai annunciava difficilmente risolvibile pescando un posto auto vicino al lavoro.

Aveva provato a fare un giro veloce per prendere un caffè, ma la visione delle strade intasate e dei volti disperati dei conducenti l'aveva fatta desistere. La sua auto, una fedele utilitaria che un tempo la portava ovunque, ora le sembrava una prigione dorata.
Tornare nel suo garage era l'unica opzione sensata, ma quel gesto manifestava tacita sottomissione.  

Un ripiego, probabilmente definitivo, a segnare la resa di fronte a un nemico invisibile e onnipresente.

La sera, infine, ecco Roma illuminata dalle solite luci dei lampioni, ma stavolta a riflettersi su auto immobili.
Un ammasso forzatamente ordinato di lamiere erranti, di clacson esausti e di gemiti strozzati. Il silenzio si stava impossessando delle strade, non per l’assenza di auto, ma per la disperazione di chi non sapeva più come muoversi.

Collasso totale. Le auto abbandonate dove capitava in segno di capitolazione totale e inevitabile.
Parafrasando in foggia consolatoria una famosa massima: quando tutto è caos, nulla è caos. Rassegnazione impotente di fronte quel nuovo, devastante, scenario.

E la domanda che aleggiava nell'aria, più pesante dell'inquinamento, più opprimente del disagio palpabile, era: cosa sarebbe successo il giorno dopo?

Però.. a me che vado in scooter, ma quanto me po’ preoccupa’ ‘sta cosa?!  ;)

 

 


sabato 14 giugno 2025

LA CONTESSA

 


Spinti come da un’intuizione  prenotiamo il Palazzo Nobile di San Donato, a Montepulciano.
L’appartamento una delizia rinascimentale, soggiorno attorno a fine ‘600 della Contessa Contucci, capostipite di un impero enologico ancora oggi di rilievo, anche se non con i fasti di un tempo.  
E noi a vagare per quelle stanze, ora, trasformate in esclusivo b&b, estasiati dai broccati, dalle pitture, dai tappeti, dagli intarsi e dai tessuti; dagli arredi e dal loro fascino, dalle vetrate su Piazza Grande, affacciate direttamente sulla Storia, come una macchina del tempo a rivivere gesta impensate.

La suite Rosa era stata proprio dimora di Eleonora Contucci, ed ora potevamo rivivere atmosfere dell’epoca immaginandone altre, di stagioni, con i rituali di vita di corte, la cura del corpo e degli abiti, ma anche una vita sociale intensa in un periodo di fermento ed esaltazione delle risorse primarie di zona, le uve pregiate e il vino innanzitutto, l’esaltante Nobile di Montepulciano.

Dopo una giornata tra vicoli e scorci medievali, ci addormentiamo nel letto a baldacchino con mille pensieri, e forse proprio uno di questi a svegliarmi poco prima dell’alba.
Decido di alzarmi e mi dirigo verso la grande finestra, attirato dalle luci tenui della piazza silenziosa.

Mentre avanzo scorgo quella figura seduta in penombra, capelli raccolti, viso confuso dal chiaroscuro, non faccio in tempo a realizzare un pensiero, che mi saluta quieta: “Buonasera, non abbia timore, sono la Contessa Contucci, proprietaria del palazzo, perlomeno una volta.. ma non ho mai smesso di fare qualche puntatina, specie quando percepisco la presenza di ospiti sensibili, attenti, e meravigliati soprattutto”

Io resto immobile, impietrito, non un muscolo fuori posto, riesco giusto a pronunciare “Buonasera”; poi mi blocco come un automa scarico.
“Non si preoccupi” replica lei ”Capisco, in fondo un fantasma è roba da libri, da  cinematografo (davvero invenzione fantastica..), come piace a tanto pubblico ora, difficile immaginare di incontrarne uno autentico, ed in effetti anche la mia presenza qua è anomala, legata solo alla sopravvivenza del luogo, alla preservazione delle attività di famiglia, soprattutto alla produzione e valorizzazione del vino, patrimonio  eletto, esattamente da me, come risorsa principale.. agli uomini di famiglia mancavano estro, visione e anche scenari; sono sempre stata io a guardare oltre, a comprendere quale immensa risorsa avevamo tra le mani, sfruttata fino ad allora solo per minime  esigenze familiari.
Era già un progetto l’impero da costruire, anche se per noi signorine era previsto solo un mondo imbellettato, ricco di feste, vestiti, e poi adibite  a procreare e gestire, al massimo, le finanze di casa.
Ma avevo visto giusto. La vita di corte mi stava tremendamente stretta: preghiera,  musica e supervisione della servitù potevano gestirle altri.
Intuivo un sogno, e l’ho realizzato. L’ascendente sul mio consorte poi,
per mia e sua fortuna, ha permesso la crescita e, dopo i primi risultati, nessuno ha osato più contraddirmi, mi sono fatta  valere a corte, imparando le lingue straniere, ero io a negoziare con i commercianti delle altre contee, ho preteso di interferire nelle scelte politiche.
Man mano che Montepulciano si rivelava potenza, sono riuscita con la mia diplomazia  a  farla divenire sede episcopale e fino ed oltre il ‘600, anche con la bonifica della Valdichiana, le cantine Contucci sono diventate celebri, purtroppo mio figlio Stefano, accecato dalla brama  di successo, mi ha messo da parte, relegandomi di nuovo a ruoli marginali e io, per amore, non ho fatto resistenza, constatando che l’inesorabile decadenza dell’impero cui avevo dato vita, si stava prospettando fatalmente .. e così eccoci ad oggi, ogni tanto in veste di candido spettro, a godermi le nobili memorie del mio palazzo e, talvolta, i suoi deliziosi inquilini.. ”

Saluto e ringrazio col fiato che trovo e torno a letto senza capire se stia sognando o meno. 
Vedremo domani.