lunedì 26 ottobre 2026
LA GARA DEGLI EXPLICIT
sabato 27 giugno 2026
SCRIPTA LUDUS VOTATE TUTTI!!
Ed accolo il post con la gara degli Explicit..
mi raccomando, partecipate almeno al voto..
e chi non si è espresso con un proprio componimento
è atteso alla prossima prova.. giocate, giocate, giocate..
e grazie sempra alla nostra LUZ che intriga, stimola, ispira e crea!!
Scripta Ludus #9: gli explicit in gara
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giovedì 4 giugno 2026
DUE BAMBINI PER MANO
Due bambini per mano: lei stretta al papà, un uomo alto e robusto, lui alla mamma, una donna tenera e sorridente.
Nove anni lei, sei lui.
Passeggiano sul lungomare di Scauri, nell’estate del 1966.
Si scorgono tra le bancarelle affollate, tra l’odore di dritto e rovescio
di camicie, pantaloni e magliette usate.
Poi, sfuggendo per un attimo al controllo dei grandi, deviano dal percorso e si
ritrovano nel lido dirimpetto.
Sembra quasi che qualcuno li abbia disegnati apposta, uno per l’altra.
Sono entrambi scuri di capelli e carnagione, stessi occhi vivaci e neri,
lei però minuta e fragile, lui sorriso contagioso e pieno, di una
corporeità spontanea che si fa vicina, si accosta con grazia naturale, e in un
baleno l’incertezza iniziale, impacciata, diventa improvvisamente disinvolta.
Si tolgono i sandali, li lasciano appaiati al bordo della spiaggia, e
cominciano a correre scalzi, giocando su quella riva, ridendo complici con una
risacca giovane e spumeggiante.
Raccolgono conchiglie e se ne donano l’eco all’orecchio; osservano
l’orizzonte lontano mentre un timido sogno sfiora quell’incoscienza bambina che
li tiene uniti, sinceri, liberi.
È un’arcana cabala, una congiuntura astrale che si esprime nel tocco
leggero delle loro piccole mani, sospese tra la sabbia e un primo sole che già
scalda la pelle.
Come ti chiami? sembra dire uno dei due, forse il più piccolo e il più audace.
La bimba alza lo sguardo incerta come a chiedere permesso e mettere
confidenza, prima di una rivelazione. Tace.
Poi si china, prende in mano una piccola pietra pallida di rosa, la osserva
un attimo e gliela porge. Il bambino guarda esterrefatto, prende quell’oggetto
levigato e delicato tra le manine paffute e sente che una luce chiara si
sprigiona sottile, sale e contagia veloce il cuore. È come un brivido che parte
dalla pelle ma mira altrove.
Si guardano un attimo, sguardo attento, diritto, e lei dice: E tu?
Lui si sente esplodere e la parola che contiene il nome facile che gli appartiene si incaglia in gola, si distoglie un attimo e corre via, mette i piedi e gli occhi per terra e fruga intorno, freneticamente, fino a che si ferma e sorride ad una piccola conchiglia, la solleva e spolvera appena la sabbia umida che la appanna, ci soffia sopra un alito tiepido e torna da lei che lo aspetta e lo osserva attenta, come volesse misurare in anticipo la risposta che sta per arrivare.
Lui la guarda e fa un cenno, la bimba allora apre la mano magra e lui ci
deposita dentro il suo dono marino e con un tocco lieve la stringe.
Lei si ritrae appena, come avesse sentito una fitta, si guarda il palmo
della mano e il piccolo segno rotondo che ci è rimasto stampato sopra.
Ridono, ognuno con un regalo in mano, e senza aggiungere parole riprendono
a giocare e rincorrersi.
Uno scoppio di risata cristallina e ingenua invade la spiaggia e arriva al
largo, a farsi onda increspata.
Loro si siedono obbedienti sullo scalino di pietra, si tolgono la sabbia attaccata ai piedi, rimettono lentamente i sandali puliti, mentre le due famiglie scambiano ancora quattro chiacchiere, salutandosi tra cortesi convenevoli e i complimenti di rito. Arrivano da Roma entrambe, ma innamorati di quella costiera che da Ulisse si allunga fino in piena Campania. La bimba, però, porta dentro il sangue napoletano; lui rimarrà romano verace.
Curioso constatare come quei giochi, quei sorrisi, quell’intesa improvvisa e allegra non li vedrà mai più insieme sulla medesima spiaggia.
Ne calpesteranno di infinite in comune, certo, ma mai nello stesso istante.
Doneranno amori e batticuore, parole, promesse e incanti, tuttavia mai più
ripercorrendo le stesse orme, o sorridendosi addosso con lo stesso respiro.
Saranno sentieri lontani.
A volte si intrecceranno persino con vicende stranamente affini, parallele,
sfiorandosi senza sapersi, ma senza mai ritrovare il fiatone, le risa e quel
modo di battere del cuore che era appartenuto solo a quel giorno, a Scauri.
Non accadrà mai più, per tutta la vita.
Dovranno passare esistenze intere, quasi un’era geologica, perché quelle curiose congiunture astrali riallineino ogni disegno possibile rimettendoli, di nuovo, uno sulla via dell’altro, con una potenza visionaria paziente, tenace, prodigiosa.
Inizi di un tiepido autunno romano del 2026.
Campo dei Fiori di sfondo, con la sua celebre statua in alto, a guardia del
pensiero libero e di una piazza trasformata in vetrina di souvenir per turisti,
poche bancarelle di frutta e verdura a colorare la vita di un tempo ormai scomparso.
Di lato, nascosta, una piccola libreria che sopravvive al vociare sguaiato
e offre il silenzio profumato di carta stampata e varie sale che si susseguono
ordinatamente, una dentro l’altra.
Nell’ultimo ambiente, quasi in penombra, colmo di pubblicazioni di tutti i
tipi e delle ultime novità letterarie, una donna non più giovane è assorta
a sfogliare un libro che l’ha attratta, guarda le pagine che quasi accarezza,
quando un uomo brizzolato e sorridente si avvicina e comincia a frugare tra gli
scaffali, in silenzio.
Appena un cenno di saluto, discreto, cortese. Ognuno cerca qualcosa, senza
sapere esattamente cosa, sospinto da una curiosità che va a toccare, scorrere
titoli e quarte di copertine e perfino odorare ciò che ogni libro può
segretamente offrire.
E in silenzio ne ascoltano l’eco. Come a coglierne il segreto, a intuirlo,
prima di sceglierlo e portarlo via.
All’improvviso un tonfo sordo. Un libro si è improvvisamente staccato
dall’alto ed è caduto sul pavimento, alla base della libreria.
L’uomo e la donna si guardano stupiti, sul viso un punto interrogativo. Si
voltano. Nessuna altra presenza umana in sala.
Quiete totale. Sono assolutamente soli. Attoniti.
Entrambi si avvicinano al libro, per verificarne lo stato di salute, mentre
é ancora a terra, tutto scompaginato.
L’uomo lo raccoglie e lo osserva, è integro, lo richiude delicatamente, é
un’edizione illustrata de “Il piccolo libro delle conchiglie. Gemme della
natura.”
Lei è chinata a terra, accanto a lui, troppo vicina per non accorgersi di
un soffio come di vaga salsedine che le arriva sul viso, vacilla appena, si
appoggia a uno scaffale per rialzarsi e dice con un filo di voce: “Amo le
conchiglie, ne faccio collezione.. da quando ero bambina.. A lei interessano?”
L’uomo non risponde a tono, riesce
appena a dire: “sì, anch’io amo da sempre il mare e tutto ciò che esprime ed evoca,
e a cui non so dare nome..”
Poi prende il libro sopravvissuto e glielo porge. “Le piace? Posso regalarglielo o si offende? Sa, non è così comune che un libro decida di tuffarsi dalla cima di uno scaffale e mi spiacerebbe non coglierne il senso. O sprecarlo.”
Le mani si lambiscono appena e qualcosa che somiglia a un brivido di brezza marina fa sorridere entrambi.
Forse nessuno dei due ricorda distintamente un episodio che li aveva sorpresi a
rincorrersi e ridere allegramente molti anni prima, la memoria sbiadisce e
lascia solo delle tracce sottili sotto pelle o sul palmo di una mano.
Ma stavolta, quelle mani giocose che un tempo si erano solo sfiorate, come
in una promessa implicita di gioco e intesa profonda, sapranno riconoscersi.
E si terranno salde, per il gioco più bello del mondo:
quello a non lasciarsi mai più.
lunedì 18 maggio 2026
SOLO PER DISSETARSI
Alla soglia degli ottant'anni, Sandro viveva
come un prigioniero rassegnato. Le mura di casa sembravano trasudare l'ombra di
un fato ormai ripiegato su se stesso: quello di sua moglie, malata da tempo,
depressa e china al destino.
Lui la accudiva con dedizione silenziosa, ma con lo sguardo perennemente
rivolto all'indietro, incagliato in un'altra età in cui avrebbe potuto prendere
decisioni vitali che non aveva mai avuto il coraggio di affrontare.
A tenerlo in vita, oggi, era un filo
sottilissimo e ostinato. Un'anomalia sentimentale che non aveva nulla di
morboso, ma tutto di una disperata, vitale necessità: il legame con l'altro,
vero e unico amore della sua vita.
Quella che in gioventù era stata una tempesta
emotiva, si era decantata nel tempo trasformandosi in premurosa amicizia. Lei
era la sua chimera e, al contempo, la sua unica costante reale; un sogno di
balsa mai disancorata, avvolto in un vagheggiamento antico che sopravviveva
intatto forse perché non aveva mai dovuto misurarsi con la quotidianità.
Le loro vite avevano preso strade parallele,
eppure lei non si era mai davvero eclissata.
Perché lo faceva? Perché rispondeva ogni giorno a quell'uomo invecchiato nei
propri rimpianti? Non per pietà, ma in nome di un'antica, profonda, tenerezza.
Lei gli offriva una quotidiana carezza telefonica, facendosi sponda generosa e
discreto salvavita.
Ascoltava le fatiche di lui, i racconti su quella moglie ormai irrecuperabile,
accogliendoli con la memoria ormai sbiadita ma delicata, di ciò che magari
sarebbero potuti essere insieme.
Da parte di lei era rimasto un tratto di profonda, rispettosa amicizia, un
morbido trait d’union, cosciente di quietarsi nel sogno irrealizzato.
La moglie, che Sandro non aveva saputo
rinnegare quando ne avrebbero avuto tempo ed energia, era sopravvissuta alle
bufere del cuore.
Ora, divenuta relitto bisognoso di cure, non poteva certo essere abbandonata
alla deriva.
Se in gioventù Sandro aveva fallito nel coraggio dell'amore, oggi un'etica
ferrea lo legava a doveri coniugali assoluti.
Scontava la sua pena di rimpianti, ma trovava il suo riscatto morale in questa assistenza
quotidiana.
Quel sogno svanito senza il coraggio di
disegnarsi futuro, continuava a respirare.
Due volte al giorno.
Una breve telefonata al mattino per schiudere la giornata, una la sera per rincuorare
la notte.
Pochi secondi laconici in cui il
tempo si azzerava.
Era l'affaccio sul rimpianto per lui, accolto
dalla cortese, infinita grazia di lei, sogno di ogni uomo che può impazzire di
desiderio.
«Ciao Sandro, buongiorno!» squillava la voce dall'altra parte della cornetta,
vivida e leggera.
E lui, chiudendo gli occhi per isolarsi un istante dalla stanza in penombra,
sussurrava:
«Ciao amore». Senza malizia, senza illusioni.
Solo per dissetarsi, per un minuto almeno, a quella felicità dissipata a suo
tempo, e che ora doveva bastargli per sopravvivere.
venerdì 10 aprile 2026
CARLO LUCARELLI NEI LUOGHI PIÙ OSCURI
Tra Carver e King, Lucarelli manovra da maestro
nell’esposizione breve, accumulando tensione, adrenalina, cambi di prospettiva,
scatti repentini, una incredibile moltiplicazione dei piani narrativi.
La magia e la sorpresa sono elementi che si ottengono, efficacemente, col
racconto.
Perché viaggiare a ritmi forsennati per duecento pagine diverrebbe
insostenibile, e non solo per chi scrive, ma anche per il fruitore medio, costretto ad affastellare notizie, registrare dati, incamerare volti,
monitorare scenari che si accavallano e si intersecano a rotta di collo.
Lucarelli incide col bisturi, e per quanto, paradossalmente, possano apparire grezzi e frettolosi, alcuni caratteri, è perché l’autore
ce li incarta veloce, senza preavviso, ci pone ad un bivio e scarta repentino facendo sbandare il lettore come su un roller coaster.
Ad un centometrista che si lancia a velocità folle
per i 1500 metri, salterebbero le coronarie dopo appena un quinto di gara.
Ecco perché il racconto breve resta un narrare a sé,
inaccostabile alla gestione di un romanzo, dove le suggestioni, le svolte
descrittive, i batticuore, non potranno mai registrarsi ad ogni pagina, pena l’asfissia e
l’overdose emozionale.
I luoghi più oscuri non amano visite prolungate.
venerdì 26 dicembre 2025
L'ALBERO
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| Cartolina concorso Scripta Ludus |
Dal concorso Scripta Ludus della mitica Luz del blog Io, la letteratura, e Chaplin,
ecco il mio incipit vincitore, pari merito con Marina Guarneri, direttamente ispirato dall'illustrazione qui sopra.
Invitiamo ogni blogger di ogni ordine e grado a prendere nota dell'evento e delle successive edizioni, cui faremo comunque discreta pubblicità.. non troppa però altrimenti le probabilità di vincere mi si andrebbero assottigliando.. ihih..
"Il fuoco nel camino crepitava, ed era probabilmente l’unica
fonte di calore a non tradire, a differenza di tutto il resto.
In silenzio padre e figlio cercavano di creare atmosfera dal nulla ma i
pensieri viaggiavano altrove, e in direzioni differenti.
“No Giorgio, la mamma credo proprio che non lo vedrà l’albero, comunque un
bella stella luminosa la mettiamo; che si scorga a distanza, e la Befana magari
riempirà anche la sua calza appesa”.
Il papà parlava lentamente, come sospeso tra la speranza da trasmettere a
Giorgio e quel sostenere un’ostinata lotta all’evidenza.
E chissà, pensava, in
qualche angolo della sua coscienza il Natale riuscirà a smuovere qualcosa di
buono, sempre che riesca a trovarlo.
“Ci lascerà soli anche stavolta? Forse siamo stati noi quelli incapaci di
comprendere e non abbiamo fatto mai abbastanza, o piuttosto io non ho fatto
nulla, affinché l’irreparabile non accadesse.. certo è stata dura cavarcela,
senza che tua madre si facesse viva una sola volta, specie questo ultimo anno,
anche se alla fine manca, e so che manca tanto a te.”
Giorgio, assorto, continuava a tendere luminarie al padre, tra i luccichii
della camera che tante volte li aveva visti giocare e sorridere come una
famiglia serena, ricordava i sorrisi della mamma, si chiedeva di continuo cosa
potesse aver fatto di così brutto per meritarsi quell’abbandono, senza di lei era
davvero dura, anche se papà si prodigava i tutti i modi e cercava di farlo
sentire meno a disagio possibile, ma le feste, nonostante luci e addobbi,
nascondevano solo malinconia.
Uno scampanellio lo ridestò improvvisamente..
“Suonano alla porta!! Vado a vedere.. magari è lei!..”
Giorgio era raggiante mentre correva quasi alla porta, il papà un po’ meno,
temeva la polizia, piuttosto, che mai aveva creduto a quell’allontanamento
volontario e lo stava torchiando da tempo, quel papà amorevolmente afflitto e,
all’apparenza, inoffensivo.."
Con l'occasione i migliori Auguri di Buone Feste all'intero universo blogger!!
sabato 11 ottobre 2025
RICCETTO
Riccetto Vanesio sapeva di affascinare; sul far
della sera, nonostante i rimproveri e gli altolà di mamma riccia, scavava il
suo bel tunnel sotto la recinzione che separava il loro terreno incolto dal
giardino condominiale, ricco di cibo e
creature mai viste, e partiva alla ventura, spesso con i suoi due fratellini.
All’inizio era stato solo un caso, odorando strani
profumi avevano trovato dei crocchini davvero invitanti, sembravano lì
apposta per loro, piacevolissimi da sgranocchiare, e c’era anche un laghetto
dove abbeverarsi, e attorno tutta erba e siepi dove sgattaiol.. ops! riccettare via in caso di pericolo.. ma
il bello doveva ancora venire.. ogni sera al crepuscolo, quando il buio si
faceva più fitto e il silenzio s’impadroniva dei contorni.. si formava spesso
un pubblico di strani esseri, arrivavano pian piano e si disponevano in
silenzio a guardarli sgranocchiare crocchini.. erano gli “umani”.. esseri molto
strani, spesso imprevedibili.. ma vabbè, questo è un altro discorso..
fatto sta che i tre fratellini: riccio Vanesio, riccio Curioso e riccio Mangioso
erano diventati frequentatori stabili di quel pezzo di giardino dove in teoria,
una tribù di altri strani animali - gatti li chiamavano - avrebbero voluto
mangiare le loro razioni di crocchini senza troppi altri occhi e intrusi attorno.
Ciò che nessuno poteva immaginare, era che Nerina, una micetta lucida e vispa, avrebbe
subito il fascino del capo banda, quel mucchietto di aculei, e tutte le sere,
fosse lì ad attenderlo, per osservarlo
curiosa e attratta, nei pressi di quel varco che divideva il giardino
condominiale dalla giungla di terreno incolto dove mai, la micetta, avrebbe
messo né muso né zampetta.. ma la curiosità è gatta, si sa, e Nerina, dopo una
settimana senza aver avvistato Vanesio, trovò il coraggio di oltrepassare la recinzione:
la passione poté ciò che la ragione impediva.
Nerina si ritrovò così
in un mondo sconosciuto: erba selvatica a solleticarne il musetto, terreno
irregolare, niente case all’orizzonte, nessuna traccia di umani soprattutto,
solo mille tonalità di verde disordinato ma una sensazione di sguardo e respiro
libero, luce e aria a volontà; del suo amichetto riccio, però nessuna traccia,
e allora via a correre e saltare finché un abbaiare scomposto e sempre più
vicino la mise in allarme, e all’improvviso eccolo riccetto, spuntare dal
terreno e farle cenno di raggiungerlo.. Nerina si precipitò!
Mai era stata così vicina al riccio, pungendosi anche con un paio di aculei e
riccetto si addossò ancor più per farle spazio come a chiedere scusa.. quel
ringhio sommesso si allontanava intanto, e i due animaletti, trattenendo quasi
il respiro ora si guardarono curiosi, felici e riconoscenti.. era nata una
nuova amicizia.. e chissà poi..
lunedì 8 settembre 2025
IL CASO VOLLE
Il caso, spesso bizzarro, volle che nella palazzina
A del comprensorio di Montesacro, a vent’anni dalla sua costruzione, e dopo
un’alternanza di inquilini abbastanza frequente ed eterogenea, venissero a
ritrovarsi, contemporaneamente, ben quattro coppie di insospettabili killers.
Angelo e Antonia, con due bimbi piccoli, sicuramente i più esperti, lui
dirigente di una Agenzia di Statistica, lei maestra di scuola infanzia; con attività parallela in coppia, fin da fidanzati. Scrupolosi e
precisi, amanti in maniera patologica della loro tendenza omicida ma anche
perfettamente integrati come contabile amministratore lui, e amorevole maestra
lei, affettuosi coi figli, cordiali col vicinato; una coppia micidiale con
all’attivo un centinaio di esecuzioni.
Omar e Sandro, coppia omosessuale con atteggiamenti non proprio riservati, era
stata accettata serenamente perché comunque in grado di propagare una simpatica
e contagiosa alchimia, operano per conto di grosse aziende nel campo di spionaggio
industriale internazionale e, a copertura, coordinano una libreria di quartiere,
dove spesso organizzano incontri con autori e gruppi di lettura; cinici e devastanti
sul lavoro quanto empatici e benevoli nei rapporti condominiali.
Lucy e Aguirre, marito e moglie spagnoli, trapiantati in Italia dall’Andalusia,
lavorano su commissione ma su media scala, principalmente sullo sfondo di
richieste private: gelosie, piccoli ricatti, tradimenti da redimere col sangue.
Gestiscono un piccolo ristorante etnico, dove
spesso accolgono, tramite reti fidate, clienti indirizzati per discutere circa la loro
attività più redditizia.
Infine, proprio ad inizio anno, arrivano anche Luisa e Franco, con precedenti
matrimoni a carico, finalmente sembrano aver trovato il condominio ideale ed un
luminoso appartamento al quarto piano, entrambi pensionati, ma dedicati da
sempre, anima e corpo, all’eliminazione fisica di personaggi scomodi, principalmente
in ambito politico, fiore all’occhiello
la specializzazione nel far apparire ogni morte come accidentale.
Meno bizzarro, invece, il caso che nessuno sapesse dell’altro, poiché
certe attività trasversali viaggiano per compartimenti stagni, dove ognuno ha
un fottuto interesse a mantenere le fonti segrete.
Ma, nello specifico, esisteva un disegno
precisissimo architettato dal mandante di ogni loro attività delittuosa, la più
insospettabile di tutti: Donna Esmeralda
della palazzina C, criminale di vecchissima data ma ormai vicino ad essere
vecchissima anche lei, per quanto ancora arzilla, vispa, cinica, sveglissima.
Diabolica.
Esmeralda voleva i suoi pupilli sott’occhio, a gestirne più comodamente i
movimenti, per quanto conoscesse benissimo i rischi cui andava incontro.
E bastò poco perché il composto involontario venutosi
a creare, si rivelasse tutto meno che innocuo.
Troppo attrito a contatto necessitava di un’appena misera scintilla, e se ne resero
conto gli abitanti di mezzo quartiere quando, durante l’ultima accesissima
riunione di condominio, le quattro coppie presenti in contemporanea,
indispettite per alcune pretese del resto del comprensorio circa
l’installazione di telecamere di sorveglianza nelle aree comuni, vennero meno
alle più elementari regole.
Quelle del rimanere nell’ombra, quasi invisibili, scatenando
una resa dei conti con ogni arma di fuoco disponibile dove rimase superstite (e forse qua nessuna ombra di caso bizzarro..) solo Donna Esmeralda, che riuscì anche a nascondere il suo Winchester a canne mozze
sotto una BMW nera abbandonata da mesi nel parcheggio, millantando in seguito la
più totale estraneità alla efferata carneficina.
Occhio ai vicini quindi, e se organizzano innocui apericena, magari è solo per capire se
custodite qualche Guttuso a parete, o se possedete gli esatti requisiti per
poter entrare nella loro collezione di salme illustri..
giovedì 28 agosto 2025
LA CAMICIA VENUTA DA LONTANO
Mi sta guardando, forse gli piaccio, ecco che mi
prende, mi palpa per bene, capisce che sono praticamente nuova.. chiama la
moglie poco più in là.. “Guarda che carina questa! La prendo!”
Ormai sono sua.. per appena 2 euro.. io che nella
mia prima vetrina avevo un cartellino che ne indicava 36, di euro; puro cotone, polsini con doppio bottone,
colletto stretto, una fantasia davvero intrigante..la targhetta con la marca
invece mi è stata portata via, ma vi racconterò con calma.. all’epoca fui
venduta per un regalo, ma la ragazza che mi comprò litigò col fidanzato e non
venni mai consegnata, forse per rabbia venni deposta in uno di quei cassonetti
gialli per i vestiti usati e dismessi, io!.. praticamente nuova di zecca!! Una notte
lo scassinarono e mi ritrovai in una roulotte di gitani, quello che sembrava il
capo disse che potevo servire come merce di scambio, tutta incartata e
ripiegata com’ero ancora.. giunsi in una casa di riposo dove forse avvenivano
traffici loschi, l’infermiera cui ero stata consegnata pensò che ero troppo
giovanile per i frequentatori di una RSA, la regalò al figlio imbarcato per
mare, anche lui la tenne chiusa, memoria di una casa lontana e di un affetto di
mamma vista sempre troppo poco, ma la mano furtiva che un giorno la sottrasse non
aveva idea di quanto sentimento in quel cotone ripiegato.. fui consegnata ad un
commerciante di vestiti trafugati e spedito come donazione in un altro paese
ancora, l’autista mi adocchiò quasi subito e decise che andavo bene per lui,
strappò via l’etichetta probabilmente per dissimulare il furto, e per me fu
dolore più intenso di quel mio peregrinare senza fine.. era come uno scucirmi l’identità,
un tratto d’anima.. l’ultimo proprietario, cui giungo per regalo, nonostante la
confezione che ancora resiste, non ha il coraggio di indossarmi, mi porta in
tintoria e poi mi dimentica, tra decine di altri capi, per un tempo infinito.. e
come accade per tanti altri indumenti mai reclamati, finisco in un mercatino di
periferia, dove mille storie si intrecciano e cercano rivalsa, con la sola etichetta
gialla della tintoria, spillata dove mi dichiaro puro cotone 100%, con nessuna
traccia del poliestere che mi circonda sul banco.. e ora arrivi tu.. con l’occhio
curioso, attento, entusiasta e sono sicuro che per me inizierà una nuova vita;
la vita, anzi..
domenica 24 agosto 2025
IL NULLA
“L’estate
era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono
delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano
tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di
un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu
proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente
imprevisto…”
..il mare si ritirò, la risacca boccheggiava lasciando
appena un pelo d’acqua ritrosa, ma dopo la sorpresa del momento, pensai ad un
fenomeno spesso legato agli tsunami, come un rinculo a presagire l’onda di
piena, ma qui? Sul pacioso Tirreno? Non potevo crederci.. scrutavo l’orizzonte
come impietrito, anche se l’istinto era di fuggire subito verso terra.. ma intanto
nulla all’orizzonte.. “solo” questo silenzioso ritrarsi, barchini, boe,
pesci..tutti presi di sorpresa a constatare che non c’era più mare.. neanche
un’impressionante bassa marea a Zanzibar mi aveva scosso così..
Radio
e tv iniziavano ad annunciare cose analoghe dal resto del mondo, come se
avessero tolto il tappo dagli oceani, e il centro della terra stesse
inghiottendo ogni metro cubo d'acqua..
L'aria
era densa, masticabile, maleodorante di sale e alghe bruciate dall’esposizione mescolata ad una esalazione metallica, come di
ruggine improvvisa.
Il sole, appena un attimo prima complice di pomeriggi pigri, ora picchiava
implacabile sul fondale esposto, trasformando la sabbia umida in una crosta
putrida.
Sulla spiaggia eravamo terrorizzati ma immobili, radunati sulla battigia che
non era più battigia, un confine mobile che si spostava sempre più in là,
rivelando segreti e conformazioni che mai avrei immaginato.
Scorgevo cose irreali, e l’aria sembrava di deserto ora, inerte come i relitti
all’orizzonte, e poi, più in là, strane figure, enormi, indefinite e
grottesche, che sembravano come in agguato, ma probabilmente spaventate più di
noi.
Le
barche, e intere navi, giacevano inclinate, come giocattoli dimenticati da un
bambino gigante. Gabbiani confusi impazzivano, atterrando goffamente sulla
melma che era stata il fondale, beccando pesci agonizzanti a guizzare in pozze
sempre più piccole.
Non c'era panico però, non ancora. Piuttosto, una sorta di stupore collettivo,
una rassegnazione surreale. Le notizie dalla radio parlavano di porti
trasformati in deserti, di navi incagliate a chilometri dalla costa, di città
costiere che si affacciavano su abissi fangosi. "Il Mediterraneo è una
pozzanghera salata," diceva una voce calma e irreale alla radio,
"l'Atlantico un canyon senza fine."
Il
"nulla" era un vuoto assordante, un silenzio che inghiottiva il suono
delle onde, sostituito solo dal fruscio del vento sulla sabbia e dal lamento
lontano di qualche sirena. Iniziavamo a definire l'orizzonte, ma non era il
solito orizzonte marino.
Piuttosto una linea frastagliata, fatta di rocce e detriti, dove prima c'era
solo azzurro. I nostri occhi, abituati alla vastità liquida, faticavano a
comprendere quella nuova, arida, infinita estensione.
Era come se il mondo avesse trattenuto il respiro, e in un istante, tutta
l'acqua. E noi, sulla spiaggia, eravamo lì, testimoni di un'assurdità che
superava ogni immaginazione, in attesa di capire cosa sarebbe rimasto, una
volta che il blu fosse scomparso del tutto, lasciando solo il cielo testimone
dell’unico azzurro con ancora qualcosa che somigliasse ad un senso.
martedì 29 luglio 2025
L'AUTORE
L’avevo preconizzata l’idea dell’autore non più necessario. https://francobattaglia.blogspot.com/2019/05/finalmente-esce-il-mio-libro.html.
E di conseguenza l’essenza dell’opera che sgorga e prende corpo per delinearsi
autonomamente, definendosi per linee proprie.
Se l’opera diviene interpretabile, scavalcando i parametri che
prescindono dell’autore, e se ogni lettore la rende fluida, malleabile,
sostanzialmente differente, arricchendola di sfumature alternative, non ci troviamo
quindi davanti qualcosa di indipendente, svincolato, avulso, dove l’autore è solo
scintilla trascurabile, abbrivio incosciente?
A simpatico corredo un raccontino breve di Alessandro Sesti, tratto dalla raccolta Moby Dick e altri racconti brevi
(Gorilla Sapiens Edizioni), dove molto
argutamente, Sesti, spilucca e delinea
con ben altra sagacia l’argomento (anche se, coerentemente e perfettamente in linea con lo spirito del post, superfluo prendersi la briga di segnalarne il nome..ihih):
“Ieri
sera al bar, fresco di wikipedia parlavo
di Tolstoj credendo di fare la mia porca figura, quando la cameriera mi ha
informato che nessuno più ritiene che un testo possa avere un autore definibile
come individuo. Poi ha aggiunto che l’autore, se proprio se ne vuole parlare ma
sarebbe meglio di no, è una sorta di composto magmatico formato dall’insieme
delle rappresentazioni che il pubblico ha del narratore; rappresentazioni
determinate dal testo stesso, dalla posizione della critica letteraria,
dall’interpretazione di ogni lettore, effettivo, potenziale e immaginario,
dall’ambiente sociale in cui viene prodotto e letto, dal vissuto infantile
dell’impaginatore, dagli archetipi sognati dal correttore di bozze, e da altre
cose che, complice un eccessivo consumo di vino della casa, ricordo solo
confusamente.
A ogni modo è irritante: gli autori non esistono più e io a parlare di
Maupassant, Austin e tutti gli altri come un fesso. Nessuno mi dice niente,
sono sempre l’ultimo a sapere.
Protestando comunque che tutto ciò mi era notissimo, ho intanto indagato sulle
fonti relative a questa sparizione dell’autore, così cambio bar e mi rifaccio
un nome. E lei, la cameriera menziona un
libro di un certo Hix, lo ricordo perché era come il rumore del singhiozzo ma
con la ics, e io avevo appunto il singhiozzo per colpa di quel vinaccio.
Comunque il libro s’intitola “Morte d’autore, un’autopsia”, o” Autopsia della
morte d’autore”, insomma, l’essenziale è che l’autore è morto.
Ho sorriso come a dire, ah certo, Hix lo
conosco bene, ma la cosa non è così semplice, e bevuto l’ultimo me ne sono
tornato a casa con la mia ignoranza.
Oggi quindi sono andato alla biblioteca
comunale. Chiedo il libro, e la bibliotecaria a sua volta mi chiede l’autore, con
tono assolutamente meccanico e privo di intenzione, come se fosse la domanda
più ovvia possibile.
Devono proprio pensare tutti che sono un deficiente.
Ribatto che, come è noto, l’autore non è certo una persona fisica, ma
piuttosto, e a essere riduttivi, una descrizione approssimativa delle rappresentazioni
mentali della figura narrante da parte dei lettori potenziali del testo. Mi
risponde che se non le dico l’autore non può trovare il libro. Da non credersi.
L’autorino con nome e cognome che scrive con la penna d’oca.. intendo, siamo
tutti adulti, abbiamo fatto le nostre, e non c’è proprio motivo che ci raccontiamo
storie. Niente, l’impiegata è inamovibile. E tutti intorno che le danno
ragione, come negli incubi.
A questo punto credo mi stiano mettendo alla prova.”
mercoledì 23 luglio 2025
L'APOCALISSE DEL PARCHEGGIO
Il rombo sommesso di migliaia di motori, un tempo colonna sonora della frenesia ma anche dell’indolenza romana, quel 3 settembre 2026, si era trasformato in un lamento, un'eco disperata che si propagava dai vicoli del centro fino alle tangenziali intasate.
Era avvenuto.
Quello che per anni era stato solo un timore sussurrato, una chiacchiera da
bar, si materializzò in una realtà incontrovertibile: “la misura è colma”, è un
modo di dire spesso utilizzato e significante, quando si arriva a dei limiti non
più sopportabili.
A Roma, stavolta, i parcheggi traboccavano.
E non si trattava di
un’iperbole.
Danila era
partita da Monteverde alle sette del mattino, sperando di anticipare il solito
inferno. Doveva essere in ufficio in
Prati per le nove. Alle otto e mezza era ancora intrappolata in un ingorgo a
Trastevere, con l'indicatore del carburante che si abbassava minaccioso e attorno decine di auto intrappolate nel delirio come lei.
Un barlume di speranza si accese mentre scorgeva un'auto lampeggiare per uscire da un
posto. Si fiondò, ma prima ancora di poter mettere la freccia, una Smart
sbucata dal nulla, ignorando qualsiasi regola di civiltà, si infilò nello
spazio, con il conducente che le rivolgeva un fasullissimo sorriso di scusa, a
nascondere palese aria di trionfo.
Era un gesto di nuova guerra, basta cortesie.
Gigi, a sua
volta, aveva ormai superato ogni limite di ragionevolezza. Partito da Casal
Palocco alle sei, convinto che il suo anticipo gli avrebbe garantito la
salvezza. Dopo aver girovagato per ore in centro, a San Giovanni, e persino a
Cinecittà, si ritrovava ora sul GRA, guardando sconsolato quella campagna che
si estendeva oltre il raccordo.
Trenta chilometri dal suo posto di lavoro in Viale Europa, e la sua utilitaria
ormai un guscio opprimente che non riparava più da nulla.
Aveva visto persone parcheggiare sui marciapiedi, sui prati, persino in mezzo
alle rotonde, ma ogni spazio si riempiva all'istante, anzi, sembrava già
intasato, nessun pertugio, nessun buco
nero.
Chi aveva lasciato l'auto in seconda fila, con il motore acceso e lo sguardo
fisso sul volante, era diventato il nuovo archetipo del romano, custode del suo
effimero ed inutile trono di lamiera.
Chi, come Lucilla, aveva la fortuna (o la sfortuna, quel giorno) di possedere un garage privato, si era trovato di fronte a un dilemma amaro. Uscire significava entrare nel vortice infernale che ogni radio ormai annunciava difficilmente risolvibile pescando un posto auto vicino al lavoro.
Aveva provato a fare un giro veloce per prendere un caffè, ma la visione delle
strade intasate e dei volti disperati dei conducenti l'aveva fatta desistere.
La sua auto, una fedele utilitaria che un tempo la portava ovunque, ora le
sembrava una prigione dorata.
Tornare nel suo garage era l'unica opzione sensata, ma quel gesto manifestava tacita
sottomissione.
Un ripiego, probabilmente
definitivo, a segnare la resa di fronte a un nemico invisibile e onnipresente.
La sera,
infine, ecco Roma illuminata dalle solite luci dei lampioni, ma stavolta a riflettersi
su auto immobili.
Un ammasso forzatamente ordinato di lamiere erranti, di clacson esausti e di
gemiti strozzati. Il silenzio si stava impossessando delle strade, non per l’assenza
di auto, ma per la disperazione di chi non sapeva più come muoversi.
Collasso totale. Le auto abbandonate dove capitava in segno di capitolazione
totale e inevitabile.
Parafrasando in foggia consolatoria una famosa massima: quando tutto è caos,
nulla è caos. Rassegnazione impotente di fronte quel nuovo, devastante,
scenario.
E la domanda
che aleggiava nell'aria, più pesante dell'inquinamento, più opprimente del
disagio palpabile, era: cosa sarebbe successo il giorno dopo?
Però.. a me
che vado in scooter, ma quanto me po’ preoccupa’ ‘sta cosa?! ;)
sabato 14 giugno 2025
LA CONTESSA
Spinti come da un’intuizione prenotiamo il Palazzo Nobile di San Donato, a
Montepulciano.
L’appartamento una delizia rinascimentale, soggiorno attorno a fine ‘600 della
Contessa Contucci, capostipite di un impero enologico ancora oggi di rilievo,
anche se non con i fasti di un tempo.
E noi a vagare per quelle stanze, ora, trasformate in esclusivo b&b, estasiati
dai broccati, dalle pitture, dai tappeti, dagli intarsi e dai tessuti; dagli arredi
e dal loro fascino, dalle vetrate su Piazza Grande, affacciate direttamente sulla
Storia, come una macchina del tempo a rivivere gesta impensate.
La suite Rosa era stata proprio dimora di Eleonora Contucci, ed ora potevamo rivivere atmosfere dell’epoca immaginandone altre, di stagioni, con i rituali di vita di corte, la cura del corpo e degli abiti, ma anche una vita sociale intensa in un periodo di fermento ed esaltazione delle risorse primarie di zona, le uve pregiate e il vino innanzitutto, l’esaltante Nobile di Montepulciano.
Dopo una giornata tra vicoli e scorci medievali, ci
addormentiamo nel letto a baldacchino con mille pensieri, e forse proprio uno
di questi a svegliarmi poco prima dell’alba.
Decido di alzarmi e mi dirigo verso la grande finestra, attirato dalle luci
tenui della piazza silenziosa.
Mentre avanzo scorgo quella figura seduta in penombra, capelli raccolti, viso confuso dal chiaroscuro, non faccio in tempo a realizzare un pensiero, che mi saluta quieta: “Buonasera, non abbia timore, sono la Contessa Contucci, proprietaria del palazzo, perlomeno una volta.. ma non ho mai smesso di fare qualche puntatina, specie quando percepisco la presenza di ospiti sensibili, attenti, e meravigliati soprattutto”
Io resto immobile, impietrito, non un muscolo fuori
posto, riesco giusto a pronunciare “Buonasera”; poi mi blocco come un automa
scarico.
“Non si preoccupi” replica lei ”Capisco, in fondo un fantasma è roba da
libri, da cinematografo (davvero
invenzione fantastica..), come piace a tanto pubblico ora, difficile immaginare
di incontrarne uno autentico, ed in effetti anche la mia presenza qua è
anomala, legata solo alla sopravvivenza del luogo, alla preservazione delle
attività di famiglia, soprattutto alla produzione e valorizzazione del vino,
patrimonio eletto, esattamente da me,
come risorsa principale.. agli uomini di famiglia mancavano estro, visione e
anche scenari; sono sempre stata io a guardare oltre, a comprendere quale
immensa risorsa avevamo tra le mani, sfruttata fino ad allora solo per minime esigenze familiari.
Era già un progetto l’impero da costruire, anche se per noi signorine era
previsto solo un mondo imbellettato, ricco di feste, vestiti, e poi adibite a procreare e gestire, al massimo, le finanze
di casa.
Ma avevo visto giusto. La vita di corte mi stava tremendamente stretta:
preghiera, musica e supervisione della
servitù potevano gestirle altri.
Intuivo un sogno, e l’ho realizzato. L’ascendente sul mio consorte poi,
per mia e sua fortuna, ha permesso la crescita e, dopo i primi risultati, nessuno
ha osato più contraddirmi, mi sono fatta
valere a corte, imparando le lingue straniere, ero io a negoziare con i
commercianti delle altre contee, ho preteso di interferire nelle scelte politiche.
Man mano che Montepulciano si rivelava potenza, sono riuscita con la mia
diplomazia a farla divenire sede episcopale e fino ed oltre
il ‘600, anche con la bonifica della Valdichiana, le cantine Contucci sono
diventate celebri, purtroppo mio figlio Stefano, accecato dalla brama di successo, mi ha messo da parte, relegandomi
di nuovo a ruoli marginali e io, per amore, non ho fatto resistenza,
constatando che l’inesorabile decadenza dell’impero cui avevo dato vita, si
stava prospettando fatalmente .. e così eccoci ad oggi, ogni tanto in veste di
candido spettro, a godermi le nobili memorie del mio palazzo e, talvolta, i
suoi deliziosi inquilini.. ”
Saluto e ringrazio
col fiato che trovo e torno a letto senza capire se stia sognando o meno.
Vedremo domani.





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