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martedì 31 dicembre 2013

POSTODIBLOGGO Augura...



Cosa sperare per l'anno nuovo?
Poche arrabbiature? Nessuna disgrazia?
Serenità? Salute?
Tutto nella norma direi.

Provo ad augurarvi un anno nuovo di scoperte,
di estro, di curiosità,
di voglia di trascorrerlo, di desiderio di viverlo,
di riempirlo di luoghi e persone
e tempo, ecco;
 auguro dodici mesi che ne sembrino il doppio,
da non ricordarsi quasi cose e fatti,
un anno da agenda stracolma,
anche di lacrime dolci,
anche di quei soliti tramonti
che tolgono ogni volta il fiato,
di occasioni da passeggiare
e respirare a bocca aperta,
e di buio profondo
di notti insonni che nutrono timori,
di sogni ad occhi aperti, di incanti silenziosi
e di silenzio ingombrante,
quello che serve per riconoscerti
dopo un po' che non ti saluti
e non ti confidi con te stesso.
Un anno di risacche da decifrare,
e vento a portarsi via i cattivi pensieri,
perché ne giungeranno anche di quelli, con l'anno nuovo.
ma tutto comunque da non rimpiangere,
tutto che catapulti ancora più avanti.
Un anno per gli altri e per altro,
in cui più di qualcuno dei pensieri 
di tutti quelli che ci vogliono bene,
rimbalzi, grato, al mittente.
Ma anche un anno per ognuno di noi.

Un anno da autodedicarsi.


domenica 29 dicembre 2013

LA GRANDE BELLEZZA (2013) (candidato agli Oscar 2014...)

Ora che il film  rischia di beccare pure qualche premio significativo (è da pochissimo rientrato nella shortlist dei candidati agli Oscar 2014), non nascondo certo la testa sotto la sabbia, 
e  rivendico, su libero blog ed a mio liberissimo avviso, 
l'assoluta inadeguatezza della pellicola in questione a rappresentare il cinema Italiano.

Ed in secondo luogo anche, genericamente, a rappresentare alcunché.
.



"Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare

 l'immaginazione. Tutto il resto è delusione e

 fatica. Il viaggio che ci è dato è

 interamente immaginario.” (Céline)


“Sono venuto a Roma per cercare la grande


 bellezza, ma non l'ho mai trovata”

cosi

 confessa sconsolato Jep Gambardella a fine



 pellicola, e ci trova ampiamente solidali 

perché anche a noi (ma quanti eravamo?), al

 cinema per vedere La grande bellezza, ci


 dev'essere sfuggito qualcosa, anzi, 

quasi tutto. 


Fuffa e vibrazioni s'intersecano per tutta la

 visione, anche se le vibrazioni sono poche e

 tutte a favore di qualche taglio fotografico

 bigazziano che predilige il barocco romano

 (da infarto! direbbe qualche giapponese...)

 fotografabile spesso pure ad occhi chiusi

 tanto è il materiale che abbonda, come tanti

 i richiami cinematografici sopratutto di

 felliniana memoria




.
Per il resto facciamo fatica: a trovare


 qualcosa di nuovo, di rivelato, di fresco, di

 illuminante.


Ma siamo romani noi. Passiamo un giorno sì ed

 un giorno no sotto il Colosseo. E le terrazze

 della borghesia decadente e maciullata sono

 ben salde sopra le nostre testoline, le feste

 sfarzose continuano, i salotti brulicano, le

 fuoriserie rombano, le movide impazzano, i

 buttafuori davanti alle discoteche

 controllano credenziali, il botulino dilaga,

 la chiesa vacilla nonostante Bergoglio (non

 ho visto troppi politici però, chissà, timore

 reverenziale o magari qualcos'altro...)





Noi romani, di Grande Bellezza,


 c'abbiamo la metro in sciopero, la monnezza

 che tracima, e tre ore di fila al giorno sul

 raccordo anulare. 

Se passeggiamo all'alba sul

 lungotevere minimo ci scippano. 

In piena  notte a

 Piazza Navona invece, meglio che non ve lo

 dico...



 
E' tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio


 e il rumore, il silenzio, il sentimento,

 l'emozione e la paura, gli sparuti

 incostanti sprazzi di bellezza e poi lo

 squallore disgraziato e l'uomo miserabile".


 
Un solo interrogativo:


 cosa sappiamo di più all'uscita del film? Di

 cosa abbiamo preso coscienza? Forse che certo

 clero viaggia a champagne? O che certe opere

 d'arte glorificate al Maxxi le può buttare

 giù nostra nipote all'asilo? O che il vestito

 per il funerale si compra all'atelier (a

 proposito, squallidissimo per elementarità e

 piaggeria fasulla l'episodio del funerale)?

 Lo “squallore disgraziato e l'uomo

 miserabile” hanno nome e cognome?

 
Leggo che si è dovuto documentare frequentando


 festicciole di classe nella Roma bene, il

 buon Sorrentino, ed ha scoperto che si sniffa

 coca in cucina, si fanno i trenini sul


terrazzo ed il dj detta i tempi per i balli di

 gruppo... sarà rimasto sconvolto... e ci ha

 voluto rendere partecipi, noi che adesso,

 passando davanti S.Agnese a Piazza Navona

 potremo rimembrare, emozionati, Isabella

 Ferrari




...
Come dirà a Jep il faccendiere latitante


 vicino di casa arrestato: “Siamo noi che

 mandiamo avanti il paese” (ma un po' pure le

 banche e le birre, continuamente nel mirino

 di Bigazzi...)

 
E non ci bastava il telegiornale delle 20 e


 l'approfondimento della Gruber (ecco una mica

 male per certe soirèe)?

 
 
Servillo, feticcio ormai sorrentiniano, dandy


 dal napoletano strascicato, mi ha ricordato

 troppo spesso il Dudù montesaniano, uno che

 se la sguazza da una quarantina d'anni nella

 nullafacenza per poi scoprire che sarebbe


tempo di mettere la testa a posto

... noi umani, una volta, c'andavamo in

 pensione con quel lasso di tempo





... sorvolerei sui didascalici, quando non

 macchiettistici, Verdone, Ferilli e compagnia

 bella.. pure la santa coi piedi penzoloni, le

 cicogne digitali e la camera al cinque stelle

 lascia il tempo miserabile che trova ed in

 mezzo alla

 “povertà che va vissuta” (rivolgersi alla

 Trinca) 

si chiede ancora come mai Jep non 

ha più scritto un libro

...
ci becchiamo pure un paio di “romanità” alla


 Tomas Milian colte per strada per acuire il

 senso di distanza, per il resto noblesse

 oblige: falsi, ipocriti, ladri e cinicamente

 inattaccabili, ma Roma rimane Via Veneto.



 
Come disse pure Woody Allen: a Cannes mica ce


 posso portà Tor Bella Monaca...


Alla fine si chiacchiera e richiacchiera sempre di fuffe impalpabili, quelle stesse che - in un'istantanea esatta - Sorrentino brucia egregiamente alla capocciatrice di acquedotti. 

Noi negativi abbiamo messo in luce brutture precise e certificate, come - eclatante per cattivo cinema - la pantomima sul funerale, dove si predica una cosa e se ne razzola tutt'altra, e stiamo parlando di oggettività, non di soggettività estetica. 

A meno che non si voglia negare l'evidenza in nome del partito preso.


 
... e noi romani ciechi ed abbrutiti, che il


 sabato andiamo al cinema o poi una pizza

 (mica radici...) tutti insieme, e che dal

 lunedi al venerdi sgobbiamo e che il Colosseo

 continuiamo a vederlo solo dal basso,

 finalmente, la gigantesca scritta di un

 alcoolico superfamoso che incombe

 rassicurante e remunerativa, grazie a

 Sorrentino, ora l'abbiamo scorta pure noi... 

 


(Rimarrò comunque con un dilemma insolubile che solo un attento osservatore, e magari estimatore, della pellicola, potrà risolvere: com'è che sparisce la giraffa?)


sabato 28 dicembre 2013

VADO UN ATTIMO IN BAGNO...

Sylvie Plath: "Ci sono di certo alcune cose che un bagno caldo non cura.
 Ma non me ne viene in mente nessuna"


Questa foto di sala da bagno 
mi intriga un bel po’... 
di un minimalismo talebano all'apparenza, 
ma di un'opulenza quasi oscena, 
se vai a dettagliarti materiali e prezzi relativi...

Poi c’è la dichiarazione della Plath, poetica quanto si vuole, ma che si presta a svariate interpretazioni: 

il bagno “caldo” appena ti sei fatto la doccia? 
Coi vapori da hamam turco che convogliano sapori e tepori? 
O “caldo” (come il mio), con quadri e quadretti, piante e ammennicoli, e svariato ciondolame che trasformano il bagno in sala/biblioteca/serra/soggiorno/studio?


Comunque la foto mi ha attirato, 
il leasing per, eventualmente approntarla  
'sta sala da bagno,
decisamente meno.

venerdì 27 dicembre 2013

CRONOPATIA


Questo fantasticamente geniale (a mio avviso) microracconto  
è tratto da una raccolta di Tullio Dobner 
(noto anche per essere uno dei principali traduttori di Stephen King) intitolata "I libri che perdevano le parole" 
e volevo fortemente rendervi 
partecipi dell'emozione che mi ha trasmesso:


"Si alzò in anticipo per passare alla botteguccia in fondo alla via. Saltò la colazione. 
Era già davanti alla porta prima che arrivasse l'orologiaio. 
- Cosa ti serve figliolo? - chiese il vecchietto mentre apriva e lo faceva entrare. 
- Questo orologio va indietro - spiegò il giovane. 
Era un vecchio orologio con carica a molla automatica, si alimentava con i movimenti del braccio. 
Era fermo perché lo teneva da mesi nel cassetto. 
- Vuoi dire che resta indietro -, 
lo corresse il vecchietto esaminandolo. 
E lo agitò con delicatezza per farlo partire. 
- No, va indietro - insisté il giovane.
 - Vuoi dire che resta indietro - 
lo corresse il vecchietto esaminandolo. 
- Questo orologio va indietro - spiegò il giovane. 
- Che cosa ti serve figliolo? - chiese il vecchietto mentre apriva e lo faceva entrare. 
Era già davanti alla porta prima che arrivasse l'orologiaio. 
Saltò la colazione. 
Si alzò in anticipo per passare alla botteguccia in fondo alla via."



Volevo fortemente rendervi partecipi dell'emozione che mi ha trasmesso, tratto da una raccolta intitolata 
"I libri che perdevano le parole",
di Tullio Dobner,  (noto anche per essere uno dei principali traduttori di Stephen King),
questo microracconto, 
(a mio avviso) 
fantasticamente geniale.

giovedì 26 dicembre 2013

FUGA DAL PRESEPE



Si, stavolta è proprio Tutta colpa della maestra
il raccontino commissionato per le Feste di Natale 
prende vita grazie ai docenti più appassionati del mondo, 
ed ora lo potrete leggere tutti,

QUI






ELOGIO DELLA PIPPA MENTALE


Il senso critico (alias “pippa mentale” nel gergo italiota spiccio) si sviluppa ed evolve con il teorico accrescere del livello culturale.



Leggere un libro, guardare un film, visitare una mostra, o ascoltare un disco,
senza poter applicare la capacità/possibilità di discernere, 
di godersi una sfumatura, di paragonare altre sensazioni,
significa rimanere in superficie accontentandosi di sensazioni primitive (caldo, brutto, salato, storto, etc...), tipiche di una sottocultura generalizzata.


Una personcina sensibilmente qualificata
non va neanche a mangiare una pizza lasciando a casa il senso critico.

Ed è inutile che in tanti facciano appello al deleterio
“ma goditela la vita, senza pensarci troppo!!”




Perché è proprio una questione di "godersela" la vita, ma davvero

Senza subirla bovinamente.


Guarda i tipi che escono dai film di Vanzina:
quelli si che non si fanno pippe mentali. 


Non potrebbero del resto.

Al massimo pippe vecchio stile, e basta.



domenica 22 dicembre 2013

I PONTI SOSPESI







Gli angeli dimorano le case in rovina
agghindate dalle stagioni,
i ponti sospesi
tenuti su da un solo sguardo distratto,
le vie di folla ferita
ad acquistare
anche questo Natale.

Gli angeli si addormentano
accanto ad ogni nostra speranza,
e siamo noi a vegliare.
Sui loro voli esausti,
sulle preghiere ipocrite
e sul nostro gesticolare
che non si libera dal fango.






Ed il commento stringato è presto fatto:

punto uno: noi diveniamo custodi degli angeli
una volta che loro hanno gettato la spugna.

punto due: siamo comunque pessimi custodi,
sia nostri che loro.

Da questa osservazione base partono poi diversi
ghirigori stilistici a commento dei nostri Natali
consumistici
oppure, 
immagine che a me piace molto

(e rimane sempre nell'ambito
dell’inversione del convenzionale)

l’idea dei ponti che stanno su
solo perché noi li guardiamo.

sabato 21 dicembre 2013

I SOGNI SEGRETI DI WALTER MITTY (2013)


Ha preteso molto Stiller da questa sua creatura, ci sorprende fin dai titoli di presentazione incastonati nell'ambiente metropolitano, se l'è rischiata per bene e, a mio giudizio, ne esce promosso sfrecciandosela via in skateboard... lontano dai tipresentoinostriivostriiloro..

Il film è il remake del glorioso omonimo, animato da Danny Kaye nel 1947 e già sorprende, curiosando su Wikipedia, quanti illustri fenomeni ne avessero adocchiato il riadattamento da almeno una quindicina d'anni, senza però quagliare mai, da Jim Carrey a Johnny Depp, da Ron Howard e Steven Spielberg fino a Gore Verbinski.


Ma finalmente tocca a lui, e forrestgumpando di buona lena, il nostro Ben cava ben più di un ragno dal buco, esaltandosi in quella che, almeno alla regia, è diventata una sua peculiarità, come nel fantastico Tropic Thunder, vale a dire contaminare sorriso e poesia in armonica combinazione.


La storia è lieve, i connotati da giallo sembrano appena una farloccata camilleristica ma servono solo da spunto per seguir da vicino (ma anche da dentro quasi) l'evoluzione della bolla emotiva che racchiude il nostro travet, rotellina semi invisibile, ma determinante, della rivista Life Magazine, in una sorta di esistenza risicata dove solo trance di incanti temporanei, lo esaltano quale protagonista assoluto di atti eroici e rivalse verso la dura ed impietosa realtà.
Stiller ci appassiona, dopo una partenza in sordina, dove in episodi come il salvataggio di un albergo in fiamme ci aspettavamo da un momento all'altro la cassiera col resto delle Vigorsol, ed assieme alla parodia benjaminbuttoniana, finisce per forzare in negativo una struttura che, invece, mira alto.


E quando la pur iperfantastica realtà, sgomita per farsi spazio nella vita fino allora solo sognata di Ben, iniziamo a far parte del miraggio anche noi, grazie a scelte tutte azzeccate, viaggiando per mondi mooolto Life Magazine, stupiti da special effects niente affatto malvagi, inseguiti da vulcani in eruzione o giocando a pallone con gli sherpa e dove anche pochi minuti di peschereccio in pieno oceano, restituiscono una sensazione di mare feroce che neanche tutto il velistico In solitario era riuscito a trasmettere; un peregrinare avventuroso ed immortalato da splendide istantanee, a caccia di un Sean Penn,


 fotografo poeticamente selvatico, qui in una breve apparizione che riscatta da sola le sue ultime eccentriche forzature di The Tree of life e This must be the place.


Il lato vita d'uffico è quello che convince probabilmente di meno, col tagliatore di teste di turno (Adam Scott) disegnato forse troppo da scemo, e l'impiegata segretamente - pure lei - amata (Kristen Wiig), promossa principalmente per le incredibili affinità somatiche con Jennifer Aniston, avvertiamo qualche pausa di sonno rem di troppo tra un sogno visionario e l'altro, qualche dialogo s'incarta di solluccheroso anonimato, qualche scena di inevitabile déjà vu (come quando insegna le basi dello skate al figlio del suo oggetto del desiderio senza che questa, impegnata al telefono, riesca mai a coglierne la minima evoluzione), 


ma oggi perdoniamo tutto, ribadendo che certe chicche di neanche troppa magia registica, come quando Ben s'allontana dal pc che rimane in primo piano mentre lui va sfocando in lontananza, dovrebbero essere l'abc di un qualsiasi cinema che pretenda una sorta di distacco dalle convenzioni.



Noi, intanto, ci siamo girati mezzo mondo ieri, e pace se, per aggiornare il nostro profilo “posti visitati”, potremo solo inventarcela  una passeggiata sulla cresta dell'Himalaya...


mercoledì 18 dicembre 2013

VALTOURNENCHE




Avverti risacca,
ma è rantolo di palazzi inquieti,
     - bava di vento in agonia -
              questo fruscio che emana l’asfalto.
Eco malinconica.
Sgarbato ronzio.

Anche il tempo resta impigliato
come gomitolo di memorie
tessuto invano, ed in vana,
frenetica,
fuga.


               Magari per sentiero di cima
         imbevuto di nuvola
ghiotto di passi incastonati
tra fiato assente
dove ora,
ghiacciaio sopito
nel suo lento dilaniarsi in cascata,
in riva alla valle
improvvisa risacca.




e vi assicuro che mentre siete impegnati, col vostro motorino, a schivare un’auto a destra tagliando a sinistra la strada ad un camioncino che suona all’impazzata (“sgarbato ronzio” ma de che?!), 
intossicati dall'eccellente livello di monossido di carbonio (e qui “bava di vento in agonia” ce sta pure...) prodotto dalla capitale d’Italia;

ebbene dicevo, alle condizioni sopra elencate, una rimembranza valdostana può rivelare proprietà taumaturgiche decisamente fuori della norma...


Ed eccola finalmente.. la Valtournenche!!