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domenica 30 novembre 2014

Ogni maledetto Natale ( ..'na sòla ar cinema, la dovemo prenne)

..meno male che passa subbito... !!
Ogni maledetto natale tentiamo di trovare qualcuno che esorcizzi le cinepanettonate, ma nonostante le sirene di validi artisti che, viaggiando notoriamente una spanna oltre il mediocre, lusingano e incoraggiano questi nostri buoni propositi (altro insano leitmotiv del periodo natalizio), sempre troppo spesso, ce la prendiamo in saccoccia.

                                Come anche stavolta.

Io vojo Scorsese.. basta co' sti scarzacani de reggistucoli!!
La banda Boris traccheggia blandamente restando appesa ai suoi eccessi, l'unica buona idea, far recitare i medesimi attori una volta nelle vesti di una sgangherata famigliona della Tuscia, e l'altra come elementi di un aristocratico ceppo di ricchi industriali romani, rimane appunto un epico miraggio.
Cambia radicalmente la denotazione sociale ma i personaggi si riciclano nel loro eccesso, si pettinano o si spettinano, si vestono una volta bene e l'altra male, ma si agitano a vuoto dentro la stessa struttura dell'iperbole ridondante.
Perdono il treno e una ghiottissima occasione per donare verve autentica ai rispettivi personaggi, e soprattutto allo strato sociale preso di mira, lontano teoricamente anni luce ma appiattito dalle stesse nevrosi. 
Sotto questo punto di vista i tremila cappelletti tuscesi non si distanziano dai millemila euri di pesce nella cucina aristocratica.
Fanno solo arido numero e strappano sorriso smunto.

Ao!..ormai sarti mortali peffa' gira' un firm a mi sorella...

Guzzanti smarzocca senza ritegno (aiutato dalla parolaccia facile che tanto continua a far ridere), la Morante se la teatralizza sia in Tuscia che come dama della carità, Giallini e Mastrandrea gigioneggiano sottoutilizzati - basterebbe rivederli in coppia nel serial Buttafuori (su youtube, per chi non abbia mai avuto il piacere) per vedere di cosa sono capaci, e sempre con gli stessi registi! (che evidentemente sul lungometraggio tendono a perdere colpi e fantasia) -, Pannofino, Fresi, Sartoretti e la Guzzantina, specie quest'ultima, mi si dimenano "tanto per" e la coppia di apparentemente normali che si destreggia tra le due famiglie, galleggia stordita e spesso ancor meno credibile; meglio Cattelan, comunque, rispetto all'impalpabile Mastronardi.

Addapassa' pure 'sto Natale... 

"Bevi va'.. che non sai che t'aspetta..
te porto ar cinema a vede' Ogni maledetto Natale!.."

sabato 29 novembre 2014

direfarebaciare LETTERA testamento


Interessante l'articolo su un libro, L'arte delle lettere, pubblicato da Feltrinelli a cura di Shaun Usher, dove vengono raccolte 125 missive tra le più curiose e imprevedibili della storia... uno spassionato omaggio all'arte della corrispondenza per via tradizionale, scrittura su carta e spedizione in cassetta della posta con busta classica e regolare affrancatura.
Un omaggio ad un tempo che sembra perduto e che vuole salvaguardare il fascino di uno scambio che appare, nell'epoca delle mail e del baratto epistolare virtuale, destinato a scomparire.
Ma voglio difenderla la cosiddetta “evoluzione della scrittura”, voglio difendere il nuovo scrivere, quello sfogo che utilizza cellulari al semaforo, uozzap densi di poesia, pagine word intrise di lacrime e blog intimisti che gridano alle vette del mondo pur dal perfetto e traslucido piano di un display.
In realtà, voglio credere quanto sia moltiplicata la possibilità di inondarsi di lettere dell'alfabeto più o meno armoniosamente combinate, a testimoniare travagli interiori o tradurre uno stato d'animo.
Di carta e inchiostro ne ho consumate a vagonate. Ed è pur vero che queste parole,  irradiate da piattaforme evolutissime, e che giungeranno ad amici, conosciuti e confidenziali, come potenzialmente a mille occhi sconosciuti, attraverso modem, fibre ottiche o bande più o meno estese, ebbene - dicevo (o meglio scrivevo) -, stanno uscendo da una biro nera che imbratta semplice carta, e pure riciclata.
Ma come amo affermare, mi sto scrivendo io per primo, dal cuore all'occhio. Anche se scriviamo decisamente di più.
E abbiamo ritrovato la chiave del “romanzo nel cassetto”.

Era una USB.






sabato 22 novembre 2014

LA SCARZUOLA. CERTA ITALIA NASCOSTA. MA NASCOSTA BENE.



Prendete il genio di Gaudì, le atmosfere dei Giardini di Ninfa, l'eccentricità di Escher e le sperimentazioni di Bomarzo. 


Agitate bene e spargete su un fazzoletto di collina tufacea: 
ecco il complesso de La Scarzuola, 
tra Marsciano e Montegabbione, in provincia di Terni. 


Antico convento dove fu ospite San Francesco e alle cui spalle, il poliedrico architetto milanese Tommaso Buzzi ha dato vita alla sua verve e ai suoi capricci destreggiandosi tra scale, fontane, incastri, sopra/sottopassaggi e corridoi; intrisi e tracimanti di simbologia esoterica ed elegante, ardita e inventiva.


Per non parlare dell’attuale proprietario e guida del sito, Marco Solari, un vulcano naif di sapienza e teorie più o meno condivisibili ma comunque affabulatore e gigionesco intrattenitore.


Ci si aggira come in un parco giochi incantato, ti aspetti che elfi e gnomi sbuchino da quelle improbabili costruzioni che sembrano spesso stare su per sfida.. 


anche la vegetazione, le fontane, gli alberi si adeguano gioiosamente all’iperbole e alla stranezza, e le semplici distese d’erba si trasformano in scivoli improvvisi a meravigliarti le aspettative.


Guardi stralunato e pensi che qualcuno non l’ha solo ideato questo mondo di favole, 
ma messo su, 
mattoncino dopo mattoncino, arzigogolo dopo arzigogolo, sogno dopo sogno.






E lo ringrazi, 
mentre infili l'occhio curioso 
nell'ennesimo pertugio.






martedì 18 novembre 2014

"SMITH & WESSON" Ariecco Baricco!


Un lampo nel buio. Una pièce fucilata che tira dritto.

Niente curve o rallentamenti.
Baricco nel suo stile a raccontarti la vita come viene,
come la vede fuggire via.

Squarci fulminanti, romanzi fiume a cascata iperbolica, cento film in ognuno di quei 21 giugno a racchiudere mondi incredibili.

Poi luce poi buio poi silenzio poi frenesia
poi ancora serena coscienza. 

Traslucida analisi.

Il teatro di Baricco è come il suo cinema: evocativo. 
Immaginifico  come le sue pagine.

Avrei voluto essere in quella sala di teatro a farmi avvolgere di vapori e carillon.

E - magia - c'ero.

giovedì 13 novembre 2014

INTERSTELLAR - La legge di Nolan


Che io mi sia pianto copiose lacrime, stavolta, rende tutto maledettamente soggettivo nel descrivere atmosfere, coinvolgimenti, storia, significati. Ma ogni film, ogni opera d'arte scava nell'anima di chi è disposto a mettersi in gioco, di chi si lascia tirare dentro.
Vorrei innanzitutto rivolgermi a chi archivia Interstellar come film di fantascienza voltando dalla sua vita una pazzesca pagina di Cinema.
La fantascienza di Interstellar è solo nella modalità di fare cinema. Dieci anni avanti tutti gli altri che smanovellano con le loro cinepresine fornendo le pellicole della sala attigua.
Ecco, proprio a voi della sala attigua mi rivolgo.
Voi che “No, a me la fantascienza non piace”.


Bagnatevi occhi e anima di futuro e non perdetevi questa semplice meraviglia.
Messaggio universalmente percepibile, seppur patinato di campi gravitazionali.
Una storia di intenso amore, come può esserlo quello tra genitori e figli, abilmente celata dietro la maschera dei cunicoli spazio temporali e le pieghe magiche di un mondo a cinque dimensioni.

E si va nello spazio solo dopo un'ora di “fantascienza”.


Prima si affoga nella sabbia terrestre, in un mondo allo sbando senza più risorse, che può trovare universo vitale solo tra le sue stelle, sfidando buchi neri e galassie vivibili.
E' un filmare prolisso come la polvere e la sabbia che si accumula sui mobili, tra le stoviglie e nei polmoni.


Serve quella lentezza di mondo in disfacimento misurato col nostro tempo, in contrapposizione agli anni luce che schizzeranno via veloci e feroci nella loro impotenza, in quel vagare furioso, come una caccia al drone - inserto di palpitante cinemare - scorrazzando tra le pannocchie a bordo del pickup.
Serve il conto alla rovescia della navicella in rampa di lancio, col sottofondo di musica e camera a rigare la portiera del furgonato che porta via Cooper dalla sua fattoria (altra scena cult: questa è l'arte di Nolan), tutto per far si che la sua famiglia possa (r)esistere.


Soffriremo i dialoghi con la figlia cresciuta contro tutte le leggi naturali, come per quel nipote mai visto e già sepolto prima di poter essere salvato, quelle lacrime che sgorgano lente ma racchiudono anni di rapido evolversi terrestre, di rughe tangibili, di mondo in rotta di collisione con se stesso e aggrappato ad un messaggio gettato nel nulla cosmico.
Soffriremo l'intersecarsi delle dimensioni che solo il cinema - certo megacinema - riesce a trasmettere, e il Nolan affascinato dall'illusione del messaggio, rimane maestro indiscutibile.
Il paradosso scientifico rimane solo una scusa a precipitarci nel gorgo dei sentimenti umani che guidano la vita, o più spesso la prendono per il collo.
Partecipiamo così ai tentativi più folli per far si che l'uomo progredisca, mischiati alle miserie provocate dai nostri istinti.


Siamo parte attiva del viaggio dentro di noi, della navicella accuratamente costruita da Nolan per noi, come fossimo anche noi dei robot/marine settati manualmente a diverse percentuali di comicità/sincerità/confidenza.
E seguiamo fiduciosi carte astrali magnificamente manipolate.
E' un'altalena di sensazioni, un salto nel buio dell'iperspazio espanso che può anche scricchiolare scientificamente, come pedantemente rilevato da quelli che guardano il dito, ma che fa appello a sentimenti, contraddizioni, speranze e paure che mastichiamo quotidianamente.


Eppoi, per quanto incartati nelle pieghe della gravità, vera fonte e origine del nostro minimo vagare, quella gravità che può risucchiarci in un buco nero o tenerci appiccicati alla poltrona del cinema, la vita si riduce ad un assioma - sembra sottolineare Nolan - che esula ogni più contorta equazione, e che ci riporta a Murph, la dolcissima e tenace figlia di Cooper, intrattenitrice di sogni e fantasmi.
                                 “Tutto quello che può accadere, accadrà”.









sabato 8 novembre 2014

UN FENOMENO DI ...COSTUME



All'inizio, l'arredo umano cinematografico, era “solo” una questione di costumi, ma era logico che, specialmente con l'avvento del colore, la componente civettuola si facesse strada ed a quel punto (e croce) il fashion designer si è calato sempre più nei panni del costumista e la piega, si è, potremmo dire... plissettata, stile gonna della Marilyn in Quando la moglie è in vacanza, e che tutti noi ricordiamo nel suo micidiale svolazzo sexy.
Anzi, il cinema è diventato mezzo principe di pubblicità e diffusione, per tutto ciò che concerne il messaggio stilistico.


Oggi i grandi disegnatori di moda preferiscono anche un solo red carpet a cento anonime sfilate.

E con l'occasione non vorremmo fare solo un cappotto 
(di Astrakan o di cammello come insegna il buon Marlon) alle nuove tendenze, confezionando un attillato drappeggio delle peggiori frange d'eleganza, spulciando per bene nel guardaroba, ma senza fare spalline, sia chiaro, e senza neanche nasconderci dietro un paravento.


Possiamo serenamente affermare che moda e costumi si sono cuciti il loro spazio dando filo da torcere e confondendo spesso le acque all'utenza più candida... e non temiamo di rimanere troppo abbottonati svelando che, ad esempio, con i film di cappa e spada, di tuniche, spolverini western, mosche di velluto, crune dell’ago per finire ai cacciatori di taglie, o ai sotto il vestito niente (ma proprio niente, neanche il cinema.. hihi!) a quali vestiari ci si riferisca, siamo abbastanza elasticizzati da non fare brutti figurini.


Ma ora è meglio una chiusura lampo per questo post, prima che prenda una brutta piega, del resto chi ha stoffa ha ben compreso il messaggio: l’abito ha sempre fatto il monaco, altroché... ;)


domenica 2 novembre 2014

UNA FOLLE PASSIONE (2014) ... o passione per i folli?


Io volevo la scimmietta, e m'hanno messo l'aquila... :(

Sono un fan di Bradley Cooper. E una sbandata la perdono. Oltretutto la coppia Cooper/Lawrence mi aveva affascinato nello splendido Il lato positivo, non immaginavo quindi di ritrovarli qui imbolsiti e catatonici al servizio di una storiella che gli Harmony, al confronto, sembrano scritti da Stendhal.
La storia è presto detta: una tragedia in discesa libera, una passione senza nessuna follia tranne quella che attanaglia i protagonisti schizofrenici, che decidono di sposarsi al primo sguardo e di far fuori tutti quelli che gli rompono le uova nel paniere fino a farsi fuori da loro medesimi.
Dite che spoilerizzo? Tanto non è che poteva finire diversamente un simile polpettone in salsa boscaiola.
Deprimente vedere il mio eclettico ed effervescente Bradley, stavolta sempre agghindato con la stessa faccetta e il cappellone da cowboy a mezza fronte che lo rende ancora più tonto e fuori luogo, eletto a signorotto di una compagnia di legnami e disegnato come uno che un giorno salva i suoi operai e quello dopo mette incinta le servette che gli portano il pranzo; e non tracima spessore neanche quando tenta lo strangolamento dell'ammoresuo.

Ma che davero me so' ingrassata?!

E che dire della Jennifer platinata e cicciottella alle prese con svariati istericismi stile beautiful e la chiometta bionda sempre fresca di parrucchiere (che nelle foreste della Carolina pre-depressione pullula, de coiffeur...).
Un puma, protagonista invisibile della prima scena, metterà tutti d'accordo (Una notte da puma), permettendo anche a noi, che ricordavamo due attori maiuscoli, di archiviare 'sta ciofeca nel dimenticatoio delle occasioni perse, insieme ai figlioletti illegittimi, a torvi visionari, ed altri comprimari dozzinali dai caratteri ritagliati con l'accetta (del resto il film è sui taglialegna.. me so' sfuggiti i Monty Python però...)
Tanti bei ciocchi da ardere tutto sommato. Ma neanche questi, mi sa, di buona qualità.

Ero meglio io.. altro che Bradley..