Archivio blog

domenica 12 aprile 2020

LA FASE 3


Uno degli interrogativi che più tengono banco (oltre a di cosa parlerà La casa di carta 5) è se l'attuale stato di calamità ed ansia, riuscirà a cambiare le nostre sensibilità, i nostri stili di vita, il nostro approccio col prossimo, con le nostre necessità basilari.

Ebbene, secondo me no.

Ripiomberemo nelle nostre disdicevoli abitudini, continuando a farci del male.

Dimenticheremo presto gli eroi malpagati della nostra derelitta sanità.

Non pretenderemo il raddoppio degli ospedali e delle terapie intensive,
voteremo chi acquista aerei da guerra e sommergibili nucleari.
Senza contare chi continuerà a morire di fame, che ce ne fregava poco già prima.

Abbandoneremo di nuovo i nostri vecchi in strutture lager.
Ci occuperemo ancora e solo dei nostri budget, del portafoglio, della concorrenza,
del profitto, della ricchezza. A danno di chiunque.

Ce ne fregheremo delle attuali mancanze, assenze, depressioni e, anzi,
cercheremo di godercela ancora più freneticamente.

Ovviamente spero di essere smentito.

Specialmente dal prosieguo della Casa di Carta.

sabato 11 aprile 2020

LA CASA DI CARTA (PESTA)



Finalmente anche io, complice ovviamente questo virus che impazza, ho potuto completare le prime due serie, con rapina alla Zecca di Stato spagnola, che animano la celebrata telenovela targata Netflix, avventurandomi anche nelle due stagioni successive ..

Una serie che prende pieno e facile spunto dal famosissimo Inside man, di Spike Lee,  (anche lui non esente da vistose toppe di sceneggiatura), con rapinatori e rapinati - volenti o nolenti - tendenti alla facile ibridazione e che persegue un solo, più volte dichiarato, leitmotiv: guadagnare tempo,  che ai ladri serve per riuscire nelle loro malefatte tamponando gli interventi della polizia, e agli sceneggiatori per allungare il brodo con trame e flashbackes sempre più contorti per arrivare almeno ad un'altra una decina di serie..

Che dire.


 Inevitabile sottolineare come ormai la gente tenda ad accontentarsi. 

Del resto, se con un minimo di storia riesco a racimolare attenzione fin oltre l’inverosimile,  così come accade in tanti campi - politico, economico, sportivo, sociale -, perché questo non dovrebbe accadere nell’ambito dello spettacolo? Nonostante si voglia narrare non di fantascienza,  ma di teorica, perseguibile, realtà..





Ma allora, direte voi, se fa tanto ridere ‘sta fiction, come mai ti sei visto oltre trenta episodi ?!?

Semplice: la serie attira, avvince, scorre, è ricca di colpi di scena, invenzioni ed escamotages, svariati espedienti ed una effervescenza che non lascia respirare, rarissimi i tempi morti (almeno nelle prime due serie), nonostante si finisca per forza di cose col diluire situazioni e pathos; i personaggi sono molteplici, poliedrici, interessanti e  particolari (anche troppo), anche se tutti più o meno isterici e schizofrenici, e tutti con il loro fascino (tranne Arturito ..che personalmente avrei ammazzato nel prologo della prima puntata…) nonostante siano assemblati con criteri che neanche il più savio dei capobanda avrebbe mai scelto (fortissima la premessa che nessuno doveva conoscersi e nessun legame affettivo avrebbe dovuto compromettere la missione...ahahah…) ma tant’è..
le vuoi fare una quarantina de puntate (tra serie 1, 2, 3, 4 e oltre..)?!
Qualcosa ti devi pur inventare..


Ed ecco il punto…

quando “crei” colpi di scena a ripetizione finisci con lo scadere nell’assurdo, nell’impossibile, quando non addirittura nel ridicolo… e si riesce con lo svilire anche le non poche botte di pura genialità, annacquandole con tante, davvero troppe, situazioni scoordinate,  ridicole e grossolane…

quando i richiami al mitico Tarantino diventano troppo frequenti fino a perdere di ogni mordente, specialmente coi reiterati “stalli alla messicana” dove nessuno spara mai e  anche se qualcuno spara al massimo ci scappa un ferito..

quando il modello Robin Hood ancora riesce a far proseliti anche solo facendo passare per lazzaroni governi centrali e BCE...

quando il ritmo da telenovela prende il sopravvento..


quando ti rendi conto che oltre i mitici otto iniziali, c’è un manipolo di “non protagonisti” che risolve di tutto e di più (da fuori) cavando castagne dal fuoco a ritmi industriali e che sarebbero, quelli sì-, in grado di eseguire ogni direttiva senza, nell’ordine:
innamorarsi, dar di matto, rimorchiare gli ostaggi, trasgredire i compiti, nutrire sensi di colpa, diventare nostalgici, ingelosirsi, litigare con i compagni …

ecco, quando accade tutto questo, diventa un peccato perché a lungo andare, si deprezza inevitabilmente il molto di buono scaturito dalla fantasia degli autori e tu che, comunque, lo conservi quell’attimo di buon senso, finisci per mandare tutti a cagare…


perché arriva il momento in cui non puoi più concepire come mai i cecchini degli assalti speciali siano sempre e comunque degli incapaci che col fucile in mano  ci prendano una volta su dodicimila, che non ti capaciti come il Nostro (l’ineffabile cervello della mega rapina), riesca sempre a trovarsi al posto giusto, nel momento giusto e che se anche in difficoltà se la cavi costantemente per il rotto della cuffia, nonostante che dopo una ventina di puntate la cuffia si stia miseramente sbrindellando e più che altro, ci si arrampica volenterosamente sugli innumerevoli specchi forniti dalla regia, e ormai non fai più affidamento neanche sui servizi spagnoli tutti composti da tanti piccoli gianniepinotto, che vanno sputtanandosi l’un l’altro senza soluzione di continuità...


Perché anche la “sospensione dell’incredulità”, vale a dire quel fenomeno che coinvolge chi - a dispetto di qualche situazione tirata molto per i capelli - si lascia trascinare piacevolmente da una storia intrigante, ha comunque i suoi limiti…e non ci mette molto a diventare "insulto all'intelligenza".

Ma questa botta di lucidità non illumina tutti, pochi anzi, in verità, perché la maggioranza si accontenta, finisce col tifare per i più deboli, si affeziona, e come in una gigantesca sindrome di Stoccolma, chiamata in ballo a più riprese, per giustificare ripetuti voltafaccia, il pubblico inizia ad amare i “bandidos”, e come in una cieca nemesi, finisce col parteggiare per loro permettendogli qualsiasi nefandezza sceneggiaturiale.


Questo alla fine accade ne La Casa di Carta.

Storia di rapine infinite, dove i “cattivi” la svangheranno sempre, come in un Diabolik qualsiasi, fino alla diciassettesima serie dove ruberanno tutti gli Arcangeli dal Paradiso, convertendo San Pietro in angelico rapinatore paladino dei diritti terrestri...