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lunedì 13 luglio 2020

LA MOSCHEA DI SANTA SOFIA




La moschea di Santa Sofia ad Istanbul
torna ad essere moschea.

Nasce chiesa greca ortodossa.
I crociati la “convertono”.
Poi torna moschea per secoli.
Poi viene sconsacrata
e diventa Museo.

Se l’accesso al pubblico - come viene promesso -
non subisse alcun divieto,
io davvero non vedo il problema.

Da cristiano, non vedo la difficoltà, l’eccezione, lo sconforto.

Parliamo di un immenso e splendido monumento che ha ospitato
quasi tutto lo scibile delle religioni mondiali.

Io credo sia fondamentale solo che non sia precluso l’accesso al pubblico.
Non quale dio venga pregato al suo interno.

E prego davvero Dio che non sia questo il problema.

Altrimenti il buon Gesù rischia di aver predicato a vuoto.


sabato 11 luglio 2020

DUE RECENTI GRANDI FILM: MA LO SONO DAVVERO?

Parasite e C'era una volta a ..Hollywood, hanno raccolto encomi a destra e a manca.

Io li ho trovati buoni film, ma molto - diciamola tutta - paraculi.
Specialmente Tarantino che solitamente amo in particolar modo..


C’ERA UNA VOLTA A  ..HOLLYWOOD

 Io, i Tarantino, li vedo tutti, figuriamoci.. che poi, dopo The hatefull eight, sia  come un po’ passare dal Warldorf Astoria di Dubai, a Villa Arzilla di Riccione, è per forza di cose questione di gusti personali, ma se ne può serenamente (s)parlare, almeno in questa sede.

 

Siamo nel 1969, vintage sfrenato, quasi maniacale - per i cultori odierni -, fumo di sigarette a gogo’ che sembra dover tracimare dallo schermo, telefilmini precursori delle “serie tv” che imperversano ora, drink infiniti, balletti twist e yeyé, eppoi i continui spostamenti in auto per Los Angeles: dalle ridenti colline di Hollywood con le ville - a dir poco - hollywoodiane, in giro per tutti i tracciati urbani, le circonvallazioni; e i raccordi, le curve, gli stop e i semafori…

 

tutto soffuso da una palpabile malinconia nella descrizione di un cinema d’epoca che tenta - riuscendoci - di cambiare pelle, a danno però di questo spleen casareccio interpretato da un Di Caprio stanco e smorfioseggiante che si imbarca in un personaggio tormentato, impreziosendosi di rado (ad esempio quando si imbestialisce con se stesso nel camper per aver pasticciato in scena).

E il Brad Pitt, che va sempre più redfordizzandosi, lo disegnano meglio, anche se a troppi/e è rimasto impresso giusto sul tetto in canottiera..

tra i due mi dicono esserci anche Margot Robbie, che dopo la spettacolare performance di Tonya, si prende cura dell’evanescente Sharon Stone  riducendosi a macchietta e sorridendo qua e là… ma che fai? Je dici no a Tarantino?!?

 

Il film sarà pure un omaggio a certo cinema d’oro (anche italiano), un cinema facile che campava di cliché ma sfornando comunque buone cose - specie nel western, qui solo autocitato, - già perché C’era una volta… è un’autocitazione continua, pillole di tutti i precedenti 8 film del Maestro fanno capolino tessendo una tela fragilina che sfrutta solo marginalmente i marchi di fabbrica del cinema tarantiniano: l’esaltazione dei piani temporali, gli intrecci di trama, i dialoghi affabulatori.

 

Un film che sa dove andare a parare, e allora, Quentin, deve giusto riempire le due ore prima dell’epilogo a “surprise”, ma lo fa stancamente, senza nerbo, con giusto qualche felice parentesi (come quella con Brad al campo hippies, o mentre prepara la cena in camper per lui e per il cane) e una marea di scenette fastidiosamente superflue, come quella con Bruce Lee.

 

Pochi lampi, davvero radi, eppure tanti parlano di capolavoro, e non sarò certo io a contraddirli, mi tengo buono il Tarantino che amo (Pulp Fiction su tutti),  sorrido e aspetto il prossimo..

 


PARASITE

Una buona, anzi ottima, idea di base (famiglia derelitta e senza lavoro, residente negli slum sudcoreani, si infiltrerà mano a mano in una villa da sogno di un facoltoso manager con moglie e figli, sostituendo brillantemente educatori, governante e autista), non può giustificare, tuttavia, uno sbrago vertiginoso, un tirare la corda all’eccesso, un crogiolamento autoincensante sulla botta di genio iniziale, accartocciandosi senza ritegno sul voler sorprendere di continuo fino alla fine, e anche oltre. 

La sperequazione, la distanza di classe, le ingiustizie, a ben guardare, la farebbero da padrone solo per assenza di opportunità.

I quattro estrosi squattrinati, in cerca di stabilità economica, (co)protagonisti della pellicola, sono una famiglia composta da padre, madre e due figli, poverissimi ma ricchi di talento e voglia di emergere, si metteranno in tasca fin troppo facilmente gli inquilini altolocati, rimanendo vittime però, dell’estroso contorcimento narrativo col quale il nostro regista ha fatto man bassa di premi. 

Ora sia chiaro, ho ammirato validi protagonisti, recitazione disinvolta, un pregevole montaggio, discreta frenesia e alcune ottime scene (meraviglia il ritorno a casa sotto la pioggia battente), contornate però da baggianate inguardabili, sketch paradossali, banali soluzioni thrilleristiche, arzigogolati colpi di scena che alla fine sfrucugliano la pazienza anche dello spettatore più ben disposto… 

voleva divertire Bong? Oltre che sorprendere e spaventare? Voleva tarantineggiare in una escalation non più controllabile?

 Probabilmente di tutto un po’… e forse, con meno pretese, mi avrebbe conquistato; la troppa boria, invece, finisce col  compromettere il precario equilibrio, quella sottile linea tra la denuncia sociale, la ricerca introspettiva di personaggi che comunque intrigano, e l’incerta piega tra il drammatico ed il grottesco, terminano col virare, inevitabilmente, verso un’eccentricità di troppo, che fa perdere di vista tutto il buono messo sapientemente in tavola (in appena otto minuti - spoilerissimo cinefilo -).


 

 


giovedì 9 luglio 2020

UNA POESIA OGNI TANTO...

..l'avevo già postata nel 2018, ma, per la serie "piccole poesie crescono",  è arrivata seconda ad un Premio Nazionale, e campeggia in una Antologia dedicata, quindi oggi coccolo un po' il mio ego sfrenato... :



QUELLO CHE HO

Quello che ho è il sorriso veloce,
il sonno facile,
il dimenticare, facile.

Quello che ho è lo stupore.
Sapere chi mi vuole bene.

Quello che ho è sempre con me,
anche a distanza,
anche senza sentirlo, vederlo, o toccarlo.

E’ un odore, un colore, un sapore,
le scale di corsa; un’aria frizzante, piena.

Quello che ho è uno scooter libero,
una risacca, una nebbia, un latte che bolle.
Una chiesa fresca, fotografare contro luce.

Un maglione caldo, una camicia stirata,
il non fare rumore mentre lei riposa,
la penna sulla carta.

E’ un pensiero che ricorre, un viaggio da fare,
un viaggio fatto, un sogno ad occhi aperti.

Quello che ho
mi aspetta la sera a casa,
con un sorriso più veloce del mio.



mercoledì 8 luglio 2020

PERCHE' UN BLOG?



Nonostante non sia la prima volta, recenti malintesi, mi hanno portato - di nuovo - a meditare sulla natura del blog.

Se sia frutto di un progetto, di un istinto, fonte di spensieratezza ma anche di riflessione e richiamo al contraddittorio, monotematico e immobilizzato o aperto ad ampissimo raggio.

Ma anche piattaforma di lavoro, impegno sociale, origine di contatti, scambio costruttivo di opinioni e conoscenza, come anche regno del settarismo; oppure compagno inseparabile, palestra di divulgazione, feticcio incontrastato, specchio dell’anima, diario non troppo segreto, vangelo inconfutabile.

Alcuni ci si affacciano come dal loro fortino, con le moderazioni, i blocchi, le approvazioni preventive, richieste di dna e pedigree, lettere di referenze e - ultimamente - anche periodo di quarantena.

Per altri è sfogo vicendevole, message in a bottle, archivio alternativo, memoria esterna.
Richiesta di aiuto, comprensione, solidarietà.
Testimonianza del proprio essere, dei propri capisaldi, o dei tentennamenti.

Ed esistono blog accoglienti, dove anche se entri senza bussare e facendo pure un po’ di - metaforico -  casino, nessuno si strappa i capelli, come anche quelli un po’ abbandonati, in primis dal proprietario, e quelli che devi lasciare le scarpe sull'uscio (in tempo di Covid più che mai..)

Poi ci sono padroni di casa che tu credevi forse di conoscere, probabilmente scottati da altre vicissitudini o con qualche nervetto a fior di pelle, pronti alla recriminazione, alla permalosità, all'offesa anche.

Ma l’errore rimane di chi valuta con troppa leggerezza, attribuendo o ipotizzando per tutti, nella stessa misura, il proprio modo di essere, 
spesso sarcastico, beffardo e caustico,
oppure malinconico e poetico
ma sempre sincero e mai scaxxato.. perché questo è Franco Battaglia.

Me ne rendo conto,
e allora mi accollo i rimbrotti, 
e continuo a fare come mi pare.

Altrimenti scrivevo su word.  ;)




sabato 4 luglio 2020

INTERIEZIONI, SVARIONI E RIEMPITIVI



"Cioè", ecco il mio.
Spesso inizio una frase con un incomprensibile "cioè" che serve praticamente a nulla..

E non dite che non avete il vostro...

Tipo finire una frase col classico "capito?"


I riempitivi sono una costante del dialogo,
dalle semplici esclamazioni, tipo ah, oh, evviva, daje..etc... 

oppure anche nello scrivere,  dove io abuso in maniera folle dei tre puntini di sospensione...
ahahah!!


Bene! (altro riempitivo), ora che ho confessato, tocca a voi!


giovedì 2 luglio 2020

TINOS, L'ISOLA DEL VENTO



(Ovviamente, si parla di agosto 2019)

Dieci di giorni di meltemi costante, inizialmente ad incupire l’umore, poi, mano a mano, 
una volta compresane l’essenza, ed incastrati esattamente i suoi ghirigori tra calette e crepuscoli, 
ecco che l’autentico spirito greco, forte dei sui sapori, dei sentieri, delle asprezze,  
delle chiesine in calce, del mare cristallo e del sole perenne, 
ci avvolge delicatamente e non ci molla più.


L’isola - intesa come universo geografico - realizza il viaggio perfetto: un microcosmo totale e completo, un’immersione dove tutto inizia e tutto si completa, un anello di sensazioni e brividi che finiscono inevitabilmente col contagiarsi.

Il tutto ed il suo contrario.


Tinos poi, custodisce l’archetipo ed il riassunto dello spirito cicladico: dal bianco calce che abbaglia, al mare assoluto, dalle trasparenze maldiviane, al cibo che tracima gusti decisi ed inconfondibili.

Girovagare tra paesini arroccati e scoprire spiagge raggiungibili “esclusivamente” a piedi, incastonate nella costa, è lo sport principale di chi decide di allontanarsi per un po’ dal caos metropolitano, rinunciare alle musiche, ai rumori, alla folla, alle comodità patinate, ai lustrini che nascondono solo confusione.

A Tinos si fatica, le distanze non sono mai proibitive, ma diverse spiagge-perla si raggiungono solo camminando, o con sterrati disegnati per fuoristrada, ed alcuni paesi da sogno, vanno scovati nell'entroterra dove il turista convenzionale non arriverà mai; e sorseggiati per viottoli, tramezzi e scalini, fino a perdersi incantati nel bianco abbacinante e nel silenzio irreale


Tinos ti accoglie allora,
e comprendi quanto sia - esattamente - lontano da te il riverbero delle luci 
della festaiola e dirimpettaia Mykonos

lunedì 29 giugno 2020

PIOGGIA DI MILIONI



Stanno arrivando vagonate di soldi sull'Italia.

E conosciamo tutti il nostro Belpaese.

Ricordate gli imprenditori che si sfregavano le mani dopo il terremoto de L'Aquila?!
Ecco.. immagino che a questa notizia si siano organizzate Feste da paura da parte dei soliti profittatori...

Io sarei per una vigilanza serratissima euro by euro da parte dell'Europa.

Faremmo anche più bella figura.
Dando loro tutta la responsabilità e risolvendo, probabilmente "davvero", i nostri problemi:

Scuola, lavoro, infrastrutture.
Tutte robe necessarie, ma necessarie anche di sapiente responsabilità.

Nell'ultimo anno da noi siamo riusciti a ricostruire solo il ponte di Genova.

E solo perché il 95% dei lacci e lacciuoli burocratici che incastrano ed infettano ogni iniziativa,
sono stati temporaneamente accantonati.
Si è definito un budget ed è stato destinato senza ma e senza se alla risoluzione.

La burocrazia ci uccide.
Lo stillicidio di uffici, ufficetti, consulenze, subappalti...
siamo davvero ridicoli.

Dobbiamo sfruttare davvero questa pioggia di soldi.
Senza che i soliti noti ne facciano scempio.

Ma capisco che sto sforando nell'utopia...