mercoledì 23 settembre 2026

SONO UN DRONE


 

Sono un drone.

Sono nato per gioco.

Per una ripresa dall'alto, per un matrimonio in campagna, per un campo di grano che sembrava un mare e il mare da sbirciare come dalle nuvole. 

Per far sentire ogni uomo, per cinque minuti, pilota e regista insieme.

Il volo autonomo, prima di me, era cosa da militari: ferro pesante, radiocomandi imprecisi, poca grazia. 

Io invece sono figlio degli anni 2000, figlio dell'hobby, del diletto. 

Io ballavo.

Poi l'animo umano, quel suo gene perverso, ha fatto quello che sa fare meglio: ha preso la bellezza e l'ha convertita.

Mi hanno armato.

Ora non porto più solo una microcamera. 

Volo lo stesso. Silenzioso, veloce, preciso.
Ma porto altro.

Sotto di me non c'è più stupore, c'è dolore. Le mie acrobazie non strappano più meraviglia. 

Strappano terra, pareti, panni stesi. E carne. 

Sono diventato un funambolo del disastro.

E la cosa più amara è che tra i circuiti e gli algoritmi che mi guidano, ho compreso: 

non è più un gioco.

p.s. avevo già scritto di droni Sandrone, inconsapevole ne ho riscritto, scoprendo questa cosa solo dopo, e l'evoluzione - come quelle di questi strumenti volatili - c'è: dal sorriso, seppur velatamente amaro, alla consapevolezza del disastro imminente, dall'incombenza di un dio quasi divertito, all'allontanamento di un Signore paradossalmente anche lui, ora, quasi arreso.

sabato 19 settembre 2026

ERO UN BLOGGER

 

Cosa spinge a poter fare a meno di un blog che fino a qualche mese fa era ossigeno, ricerca di idee, fonte di narrazione, sviluppo di curiosità? 

E’ vero, il blog rispecchia la propria serenità, gli equilibri, ritmi di vita scanditi dal tuo amore, la tua casa, le tue passioni.. se una di queste viene meno si rischia un collasso a cascata, un nuovo inquadramento, un dover ricominciare daccapo dove però quel “capo” non mostra ulteriore orizzonte, un riconnettersi dove tutto sembra perduto, e gli stimoli paiono come arresi ad un capolinea definitivo.

Ma bisogna uscire dalla stazione, gettare un’occhiata in quella nebbia lattiginosa che ottunde, scorgere qualsiasi cosa appaia  fonte di luce, sorgente di nuovo spazio, appiglio di vita che chiede solo di fidarsi di lui.

Allora si può tornare sulle proprie tracce e ricrearne di nuove, respirare a polmoni pieni sperando di non ingolfare gola e cuore, scegliere di nuovo sentieri intriganti sempre ignorati, accostarsi a panorami solo intuiti, coltivare quei punti di vista sempre celebrati a chiacchiere ma spesso schivati per timore forse solo dell’ignoto.

Si riaprono gli occhi, ci si accosta di nuovo anche a tutto ciò che ci ha fatto stare bene, incondizionatamente, si rileggono amici e bloggers dai quali abbiamo attinto ricchezza nel tempo e che abbiamo messo inconsciamente da parte a seguito di fratture di vita delle quali nessuno ha avuto colpa specifica.. ma in quell'istantaneo blocco motori accade che tutto ciò che gravita attorno finisca nel frullatore della revisione, il buono come il meno buono, senza distinzioni. 

E a tabula rasa, dopo tempo, pensieri, meditazioni ma anche accadimenti, sorprese, nuova bellezza, si comincia a ricucire.

Il blog meritava questa pausa di ascolto e di silenzio, per trovare nuova voce. 

L’ha reclamata in diverse occasioni ma fino a poco tempo fa ero ancora cieco, abulico, stremato, indolente.

E ringrazio tutti voi che avete pazientato, avete chiesto notizie, vi siete comunque informati sul come certe pieghe di vita possano influenzare tutto un mondo.

Come fosse un nuovo inizio, Postodibloggo torna in pista.

venerdì 14 agosto 2026

GENOVA DI NUOVO

 

Genova di nuovo, e nuovo respiro, diversa la cura ma identici i caruggi a ingoiarmi, gli archi, i sapori. 

Eco di mondi lontani eppure di casa, sorrisi che incantano di luce che cade in angolazioni mai percepite. 

Carezze d'anima tra pareti e scorci, ombre che disegnano percorsi inediti tra chiese e palazzi inesplorati. 


Un altro mare di bellezza che incontra un golfo amico a riconoscere antichi palpiti e ogni loro lieve mutare..






giovedì 6 agosto 2026

NOLAN E LA SUA ODISSEA


L'Odissea non è stata mai scritta, è un rimando di canti e leggende che un bardo puntuale richiama ossessivo, e quante volte dimenticheremo di nuovo le parole, il narrare, lo scrivere e anche la brutalità dell'intera nostra storia, un assist volontario che Nolan offre all'immagine, al cinema, al Suo cinema, veicolo portentoso di presa di coscienza a superare canti o leggende; oggi è l'Immagine il nuovo bardo comunicativo, a riempire schermi e anime a trascinare sensi di colpa e la consapevolezza dell’immenso e inutile male procurato, che accompagna e accompagnerà Ulisse, esiliandolo per decenni fino alla resa dei conti con l'amata Penelope e la corte di avidità che la assedia, come lui ha assediato Troia, uscendone vincitore ma in realtà sconfitto, con l'assillo delle sofferenze, delle infinite alterazioni causate da un epilogo di guerra, avvolto in spire impietose, inseguito da divinità furiose e compagni scomparsi, rimpianti e strazi, supplizi e angosce.

Qui il gran merito di Nolan che gioca come al solito col Tempo, come in Memento e Interstellar (la sua personale ed originalissima Odissea), il tempo del viaggio e quello della riscoperta, e cosa meglio dell’opera originaria per articolarne di nuovo  le infinite manipolazioni, le attese, le promesse, gli inganni.

Divinità  manifeste ed altre occulte,  tele tramate e poi scomposte, il riaggancio dell'insensatezza guerriera ai mali dei nostri giorni, barbari e selvaggi come quelli di millemila anni fa e il tormento morale di Matt Damon (forse fin troppo Nick Nolte), radicato e angoscioso ma spalleggiato da un Olimpo permaloso ma quasi sempre benevolo (tranne quando costringe Calipso a restituirlo alla sua brama di casa.. sì, lo ammetto.. sarei rimasto con lei su Ogigia altri quindici anni..)

Il film viaggia sui consueti parametri nolaniani, un gioiellino di suoni e fotografia a coinvolgere lo spettatore e  portarlo in scena a respirare tempi, pause, e ogni variazione d'atmosfera, come con Sinone, evocato dall'Ade, a rigettare sul suo comandante eroe l'impotenza e lo sconforto di chi lo avrebbe seguito per qualsiasi via, mai intuendo l'immensa punizione che Ulisse stava infliggendo ai suoi accoliti.

Il finale risente del punto debole nolaniano, i combattimenti tra più soggetti non rientrano tra le specialità del regista, anzi, lasciano un'idea come di approssimazione quasi stucchevole, in compenso non mancano gli spunti epocali come la presa di Troia in un crescendo di percussioni a renderci protagonisti, oppure l'essere uscito con eleganza e originalità dalla trappola didascalica del Polifemo classico, questo non gli ha comunque impedito di doversi misurare con la vena horror di Circe in un eccesso virtuosistico probabilmente fuori misura, così come con i giganti Lestrigoni.

Rimane comunque impresso un disegno di immensa attualità dove costante è il tentativo di renderci consci dei droni sopra le nostre zattere, sulle quali quotidianamente affrontiamo personali oceani da attraversare, dei sibili di sirene di fronte alle quali davvero pochi di noi si fanno legare per resistere, un viaggio meno fantasy ma non certo con meno trappole e bivi impervi a forgiare personalità e desiderio di stabilità, di casa, di assunzione di un ruolo, quel ruolo che facciamo una fatica enorme a riconoscere anche se ci sollecita, lo perdiamo di vista, sordi e accecati, e magari solo l'istinto di un cane fedele, ostinato e caparbio ci rigenera visione e, chissà, un attimo di quella quiete inseguita una vita.


martedì 30 giugno 2026

SCRIPTA LUDUS IX EDIZIONE

SCRIPTA LUDUS IX EDIZIONE

Continua la splendida iniziativa di Luz cui sono particolarmente grato come anche ai partecipanti che mi votano, anche se non comprendo appieno le motivazioni 🤭

..so solo che la scrittura rimane una scialuppa di salvataggio dai poteri magici e spero di contagiare chiunque senta il bisogno di comunicare, sfogare, alleggerire l'aria attorno a sé.

Di nuovo grazie ed alla prossima.




sabato 27 giugno 2026

SCRIPTA LUDUS VOTATE TUTTI!!

 

Ed accolo il post con la gara degli Explicit..
mi raccomando, partecipate almeno al voto.. 
e chi non si è espresso con un proprio componimento
è atteso alla prossima prova.. giocate, giocate, giocate..
e grazie sempra alla nostra LUZ che intriga, stimola, ispira e crea!!



Scripta Ludus #9: gli explicit in gara

C
ari e care blogger, eccoci alla seconda fase del gioco. 
Sono arrivati sei explicit, i concorrenti si sono lasciati ispirare da tutte le immagini presenti. 

Come da regolamento, gli explicit in gara, pubblicati con riferimento all'immagine che ha ispirato la scrittura, sono qui di seguito elencati in ordine di arrivo e senza rivelarne l'autore/l'autrice, per mantenere il più possibile neutralità nel voto. 

⚠️ Ricordo a TUTTI i partecipanti di inviare la propria doppia preferenza (pena l'esclusione dal concorso) e raccomando a tutti coloro che leggeranno, partecipanti e non, di diffondere il post e invitare a inviare il proprio voto a tutti coloro che avranno il desiderio di eleggere l'autore/l'autrice dell'explicit migliore

❗❗❗Modalità di voto: inviate due preferenze (1° e 2° posto) indicando NUMERO IMMAGINE E NUMERO DELL'EXPLICIT PRESCELTO, entro le ore 9 di MARTEDI' 30 GIUGNO. Email: libriavela@gmail.com


Vinca il migliore!

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Immagine 1



EXPLICIT 1
C’è poco da dire: lei pallida, quasi raggomitolata sul sedile, come assente, io in piedi a fissarla in un equilibrio reso precario dagli scossoni del vagone e dalle turbolenze del mio cuore. Non una parola tra noi per tutto il tragitto, del resto abbiamo sempre parlato poco, ci siamo nutriti soprattutto di silenzi e di sguardi. Un’intesa che credevo perfetta, ora mastico e rimugino parecchi dubbi come un pasto indigesto. 
Tra poco sarà la sua fermata, una sentenza già scritta. Ci scambieremo di sicuro un cenno di saluto e forse avremo un fuggevole rammarico negli occhi. Dovrò superare l’insidia dell’istante, l’istinto devastante di seguirla quando scenderà o di trattenerla per un braccio, aspetta, parliamone. Ma parole così inutili sarebbero una beffa. No, nessuna parola, mi basterà tacere restando immobile come un bonzo tibetano, poi tutto sarà finito.

EXPLICIT 2
Il treno correva ormai da ore. Nel vagone il tempo sembrava essersi assopito tra il lieve oscillare delle carrozze e il sommesso brusio dei passeggeri. Nessuno faceva caso a quella donna seduta accanto al finestrino. Lei stringeva la borsa al petto con entrambe le mani, quasi custodisse qualcosa di fragile. Non un ricordo. Non un rimpianto. L'unico frammento di futuro che aveva deciso di salvare. Sotto la tesa del cappello gli occhi restavano nascosti a metà. Non erano occhi impauriti.
Erano gli occhi di chi aveva attraversato il dubbio e ne era uscito con una certezza. Fuori, il paesaggio continuava a scorrere. Dentro, tutto si era già fermato. La decisione non l'aveva presa su quel treno. Il viaggio era servito soltanto a darle il tempo di riconoscersi nella donna che aveva finalmente scelto di essere. Quando il convoglio rallentò, non si mosse subito. Rimase ancora un istante sospesa nel tempo, mentre gli altri continuavano il loro viaggio senza sapere che, accanto a loro, una vita aveva appena cambiato direzione. Poi sollevò appena il viso. Per la prima volta, nessuno stava decidendo per lei. Quando il treno si fosse fermato, ogni cosa sarebbe accaduta alle sue sole condizioni.

*****



Immagine 2


Explicit 1
Salgo qui da anni in questo luogo amico ed aspro per incontrare sguardo di vento, e trovare centro. Silenzio assoluto. Pace infinita. Vuoto che chiama e invita.
Mi arrampico tra i sassi e gli sterpi che mi graffiano le gambe e mi siedo a spalle diritte, senza appoggiarmi alla parete della torre che domina e guarda attonita lo scenario di montagne e valli tutto intorno. E sto ferma. Immobile.
È quando sono qui che accade il miracolo. È il vento che lo compie. Lui arriva puntuale, perché ci siamo dati appuntamento, si alza, soffia piano, almeno all’inizio, e poi si  impenna e si fa mossa audace e così comincia a scompigliarmi, mi arruffa pensieri e sensazioni, sconvolge senza riguardo l’assetto ordinato e prevedibile della mia vita, ci mette dentro suggerimenti sottili e suggestioni inedite e mi restituisce un’ispirazione creativa, una sequenza imprevista, o più spesso una rivelazione, una promessa, una sorta di presagio.
È già accaduto più di una volta, nelle ore morbide dell’alba silenziosa o della sera quando il sole discreto si fa da parte, e ormai so che questo incontro di aria e luce mi porterà annunci segreti e disegnerà futuro.
Sto qui in attesa complice ed aspetto che il vento faccia il suo lavoro. Mi faccio cava di parole e di domande e, mentre i capelli si lasciano stropicciare e scompaginare, io ascolto. 
Questa volta ho sentito un piccolo tremito nel ventre e il cuore si è stretto in un brivido di gioia. Una vibrazione improvvisa e involontaria che bussa ad essere ospitata.
Ecco, un’allusione di vita è arrivata, va solo segretamente custodita. 
Ora posso riprendere la via di casa, in discesa, sorridermi e fare spazio a ciò che sta arrivando a portare meraviglia. E scombinare definitivamente qualsiasi ordine.

*****



Immagine 3


EXPLICIT 1
Berto dopo il lungo viaggio si sedette sulla panchina sotto il glicine a riposare.
Guardò con occhio distratto lo sfacelo della casa dei suoi nonni. Muri scrostati, vetri infranti, erbacce ovunque e tanta desolazione. Solo il glicine sembrava non aver sofferto l'abbandono.
Era riuscito a tornare dalla guerra senza danni ma non riconosceva il luogo della sua infanzia.
Immaginò che doveva ricominciare da capo.

EXPLICIT 2
Alla fine Enzo era ritornato alla vecchia casa, quella degli ultimi anni con Giulia, prima della malattia, del ricovero, della fine. Una casa abbandonata che lo aveva come chiamato a lungo, che leccava ferite tenendo le cicatrici per sé.
Era forse solo il desiderio di restituire e restituirsi un’anima.
Oltre la portafinestra ormai senza quasi più vetri,  il cortile aveva ingoiato tutto.
Enzo non entrò subito,  rimase prima seduto fuori, come soggiogato, vuoto.
Contava i respiri come faceva in ospedale quando i monitor rallentavano quelli di Giulia.  Ma una volta entrato l’odore non era stantio, ma di tempo fermo; iniziò proprio da quell’infisso malmesso a raccogliere vetri, ogni scheggia gli ricordava una notte a vegliare, una frase non detta, una mano che non aveva coccolato abbastanza, li mise in un secchio e il suono sordo sembrò vagare irreale per le stanze.
La chiamò per nome la prima volta dopo tre anni trascorsi fuori, lontano, da un figlio quasi estraneo.
Comprese allora che riportare un’anima non era ricostruire, era accettare la crepa e fare entrare aria.
Prese un chiodo e un martello per appendere una foto di lei, di loro due al mare.
Appesa storta, come la sua vita, ma appesa.
E per la prima volta la casa smise di leccare ferite e cominciò ad abitarle.
Rimise a posto la porta con l’aiuto di un falegname, e quando l’ultimo cardine fu al suo posto e i vetri di nuovo intatti, Enzo aprì per far guardare dentro, per riconciliarsi col rumore del paese, del chiasso vivo, risistemò una brandina e dormì lì, senza incubi.
Sognò Giulia che gli diceva: “Lo vedi che lo spazio c’era?”. Al mattino piangeva lacrime salate e iniziò a parlare alla casa, e lei rispondeva con gli spifferi e le loro eco, le travi che si assestavano, era il nuovo loro dialogo, con Giulia sorridente dalla sua sedia, con la tazza in mano.
La crepa la lasciò, da lì entrava nuova luce.

EXPLICIT 3
Tornò in quel cortile e si sedette sulla panchina di fronte all’uscio diroccato della sua vecchia dimora; la schiena incurvata sotto il peso del cappotto che non scaldava più. Nessuno avrebbe saputo dire da quanto fosse lì: i minuti si allargavano in un tempo senza misura e i ricordi erano ancora intatti, anche se provenivano da stanze vuote, non più abitate dalle voci di bambini e dal canto di una madre che della leggiadria aveva fatto il suo stile di vita. Poteva ancora sentire il cigolio della sedia mentre lei vi si accomodava, il fruscio della gonna di cotone, il tintinnio ritmico dei ferri da calza e l’odore del caffè che usciva dalla porta aperta.
Era tornato per rivivere quei dettagli invisibili. 
La ghiaia del vialetto scricchiolò al passaggio di una ragazza, con uno zaino sulle spalle e un libro stretto al petto. Sfiorò il muro della casa: una scaglia di intonaco si staccò e cadde a terra, poi si voltò verso la panchina. Per un istante i suoi occhi si fermarono lì, senza trovare nulla, eppure si strinse nel suo cappotto, come se un brivido di freddo l’avesse improvvisamente attraversata. Si accomodò accanto all’ombra proiettata dall’albero e mentre gli ultimi raggi di sole filtravano tra le foglie, disegnando trame geometriche sul pavimento di pietra, lui continuò indisturbato a vegliare. Fino a quando ci fosse stata anche una sola pietra a ricordare il profilo di quella casa e la vita che l’aveva animata, sarebbe rimasto seduto su quella panchina, eterno custode di un amore che perfino la morte non aveva avuto la forza di cancellare.


Scadenza: martedì 30 giugno, ore 9
Email: libriavela@gmail.com


mercoledì 24 giugno 2026

UN'ALTRA SCAURI


Un’altra Scauri, per la prima volta in un hotel d’elite (per gli standard locali) che ci ha ospitato con una cortesia tutta speciale e che ha sollecitato la riapertura di scrigni di memoria sopita e nostalgie intatte. Felici di aver riportato papà, consapevoli anche che potrebbe non ripresentarsi un’altra occasione. 


Farlo passeggiare in lungo e largo, seppur in carrozzina, gli ha permesso di rivedere e rievocare una vita intera di ricordi, bellezza, serenità, che si accavallavano magicamente all’appello, lasciando in disparte, almeno per un momento, le assenze attuali, i malanni, la fatica del gestire un’esistenza piena,  passeggiando per le vie del centro e sul lungomare,  rispolverando anche con mia sorella, decenni di vacanze sempre ricche, desiderate, irrequiete, magiche. 


Qui ti parlano i terrazzi, le vie, gli scorci al mare, ogni stabilimento una storia e tutto che riaffiora improvviso e nitido generato spesso da scenografie intatte.. è allora che pensi quanto siamo temporanei, quanto il tempo si faccia beffe di tanti nostri capisaldi e sommerga ogni cosa della medesima patina di caducità  cui importa poco cosa riusciamo a scavare di diverso, posti di nuovo a contatto in un’esistenza che non è più. Come sulla DeLorean di Ritorno al futuro. 

In realtà ce lo agitiamo addosso certo futuro, e a volte vorremmo scrollarcelo, rimanendo attaccati ai ricordi. 

Ci ostiniamo.


Prenotiamo hotel di semi lusso come  si prenota un atto di fede, spingiamo  la carrozzina sulla stessa mattonella sconnessa di trent’anni fa, eppure fila liscia, non inciampa, scivola. 

Perché Scauri non giudica il tempo, lo archivia, ti guarda tornare diverso e finge di non accorgersene, per lasciarti l’illusione che sia lei a essere rimasta uguale, è riportare qualcuno che quella casa è come l’avesse dentro, anche se le gambe non rispondono più come prima. 


E noi figli, diventati custodi, scopriamo che la vacanza non era il mare, ma era quel breve, minimo permesso di diventare temporanei, nello stesso fotogramma, prima che la patina ricopra di nuovo tutto

Un’altra Scauri perché l’amore, l’affetto, chiedono sempre un’altra volta. 

Anche solo per poter dire: “Vedi? Ci siamo ancora”. E il mare lo sa. Scauri lo sa.