![]() |
| Poggio |
![]() |
| Sant'Agata Feltria |
![]() |
| San Leo |
![]() |
| Calanchi del Maioletto |
![]() |
| Alferello |
![]() |
| Poggio |
![]() |
| Sant'Agata Feltria |
![]() |
| San Leo |
![]() |
| Calanchi del Maioletto |
![]() |
| Alferello |
Tra Carver e King, Lucarelli manovra da maestro
nell’esposizione breve, accumulando tensione, adrenalina, cambi di prospettiva,
scatti repentini, una incredibile moltiplicazione dei piani narrativi.
La magia e la sorpresa sono elementi che si ottengono, efficacemente, col
racconto.
Perché viaggiare a ritmi forsennati per duecento pagine diverrebbe
insostenibile, e non solo per chi scrive, ma anche per il fruitore medio, costretto ad affastellare notizie, registrare dati, incamerare volti,
monitorare scenari che si accavallano e si intersecano a rotta di collo.
Lucarelli incide col bisturi, e per quanto, paradossalmente, possano apparire grezzi e frettolosi, alcuni caratteri, è perché l’autore
ce li incarta veloce, senza preavviso, ci pone ad un bivio e scarta repentino facendo sbandare il lettore come su un roller coaster.
Ad un centometrista che si lancia a velocità folle
per i 1500 metri, salterebbero le coronarie dopo appena un quinto di gara.
Ecco perché il racconto breve resta un narrare a sé,
inaccostabile alla gestione di un romanzo, dove le suggestioni, le svolte
descrittive, i batticuore, non potranno mai registrarsi ad ogni pagina, pena l’asfissia e
l’overdose emozionale.
I luoghi più oscuri non amano visite prolungate.
Un narrare che prende a pretesto il
giallo, ma si rivela indagine sociologica, introspezione di memorie, minuta guida
turistica anche perché si svolge a Scauri, ultimo paesino di mare a dividere
Lazio e Campania, ma dove, in realtà, si parla, si pensa, si mangia e si vive già
napoletano.
Chiara è nata a Scauri, la differenza con chi, come me, ci viene
solo in vacanza, seppur da oltre sessant’anni, è nell’approccio. Per uno
scaurese la stazione, ad esempio, è dove si parte, dove si cerca di trovare
vita e lavoro altrove, per noi che abbiamo una memoria vacanziera di Scauri, la
stazione è arrivo in paradiso, e la partenza condanna.
Chiara scrive come
pensa, la punteggiatura infastidisce, il virgolettato dei dialoghi orpello
inutile.
Si guadagna in percezione, in apparente scorrevolezza, ma spesso bisogna risalirle certe
frasi, certi concetti, certi pensieri che si aggirano tra le case a due piani e
gli stabilimenti scrostati.
C’è un passeggiare pacato che si bea delle
mareggiate, delle nenie da chiesa bigotta, degli sguardi sommessi dei vecchietti
davanti ad un bicchiere di bianco sulla Via Appia, a contare i tir incessanti.
Scauri, carico di quella “grazia
scomposta”, come luogo ideale per un nulla che riempie il consueto e una morta
che vorrebbe riposare in pace.
E così la storia si orna di giallo, ma è solo
una scusa per raccontare di quelle seimila anime che d’estate diventano
centomila e fanno fatica a riconoscersi nel frettoloso rincorrersi tra monte d’Oro
e monte d’Argento, guardando, dicendo o tacendo, e io a rivivere gli amori allo Scoglio, i mercati americani
sotto la Sielci, l’uva rubata al Garigliano, le salite a Minturno, correre in
cuffietta al mattino su quel lungomare che amo con gli aromi di frolle e
sfogliatelle a riempire l’aria, “l’infilata dei lidi, le case disordinate e
agglomerate”.
Come afferma Chiara: Scauri esiste. E ascoltarne storie, facile.
“Caravaggesco” un termine ormai entrato nella
consuetudine per definire qualsiasi rappresentazione, pittorica o fotografica. che presenti una netta identità scenografica procurata da incrocio di luci e
ombre, e la Mostra, ora a Roma, ci lascia decisamente stupiti anche se, per
quanto pubblicizzata e presa letteralmente d’assalto, sia mancante di alcuni tra i capolavori tra i più pregiati dell’artista.
![]() |
| La cattura di Cristo |
Ma si rimane basiti davanti una tale sensibilità
d’artista, scomparso a soli 39 anni e protagonista di una vita tempestosa e
inquieta ma capace di creare bellezza incredibile pur tra mille difficoltà.
Caravaggio
inonda le tele di buio e poi crea lame di luce unidirezionale che diventano
padrone della scena, assolute protagoniste, senza sfondi a distrarre, i non luoghi ad esaltare ancor più il soggetto; a volte anche
solo lampi incastonati sulla tela, abbagli eterni che ci lasciano senza fiato.
![]() |
| Conversione di San Paolo |
![]() |
| I bari |
![]() |
| Giuditta |
Potevo non dedicare qualche riga alla serie TV del momento? Sia mai.. anche se l’evoluzione mi ha lasciato perplesso, nonostante riprenda un episodio avvenuto realmente, concentrando dinamiche, reazioni e punti di vista differenti; oltretutto interamente in piano sequenza, tecnica virtuosa e coinvolgente ma non sempre efficace quando eletta a risorsa di ripresa esclusiva.
Abbiamo un dato di fatto: Jamie, studente tredicenne,
che accoltella a morte una coetanea, quindi un colpevole già individuato e quattro
episodi a cercare di sviscerarne il perché.
Siamo di fronte a dinamiche di bullismo, insofferenza, frustrazione, inadeguatezza,
tutta una serie di crescite, evoluzioni, degenerazioni e comportamenti
adolescenziali portate agli estremi, ed intorno una famiglia che fatica ad interpretare
e comprendere.
Un lato debole: puntare decisi all’apice della degradazione e tralasciare le
sfumature del substrato, quella sorta di palude dove si vive comunque male ma
non si arriva per forza al gesto insensato, al titolo di giornale.
Prima puntata: irruzione a casa del tredicenne, arresto,
trasporto in centrale e accusa di omicidio sostenuto da videocamera di
sorveglianza; di supporto al ragazzino avvocato d’ufficio e tutore legale (lui
sceglie il padre), ma si rifiuta di comunicare il codice d’accesso del
cellulare (a quel punto, fossi stato il padre, due pizze gliele avrei date, in
piano sequenza naturalmente).
Seconda puntata: sopralluogo nella scuola del
ragazzo, dove serpeggia irrequietudine,
menefreghismo, boria e sprezzo per le autorità (insegnanti e polizia),
come un misto tra solidarietà e derisione, neanche troppo sotterranee, verso
l’autore del crimine, reo, più che altro, di essersi fatto beccare.
Nell’episodio anche un inutile inseguimento (pretesto per un mirabolante piano
sequenza palesemente arricchito di post produzione ) oltre all’accenno alle
teorie Incel (movimento misogino alla base di azioni e reazioni di Jamie)
Poi diverse note stonate: si cerca l’arma del delitto chiedendo agli studenti; il
poliziotto che segue da tempo crimini legati ad abusi minorili, sembra inconsapevole
che il figlio venga bullizzato; la descrizione della scuola come luogo
inadeguato ad educare; la scena dell’allarme con evacuazione della scuola, tutti
riuniti all’aperto e fatti rientrare dopo un nulla, giusto il tempo di una
colluttazione tra studenti dove altri riprendono col cellulare mentre i due
poliziotti, poco distanti, non sembrano neanche accorgersene.
Terza puntata: sette mesi dopo, colloquio con psicologa
che evidenzia l’instabilità del ragazzo messo di fronte a prove del suo
rapporto malato con l’universo femminile. Non mancando di sottolineare ancor più la rissosità e l'aggressività del
ragazzino (certo acuita da mesi di struttura psichiatrica minorile) che sembra
voler indirizzare l'opinione verso un verdetto che non tenga troppo conto di
cause e concause.
Mi chiedo: sette mesi dopo? Solo alla fine del percorso la psicologa
tira fuori le prove instagram dei suoi eccessi? E le reazioni isteriche e arroganti
davanti all’analista non lo disegnano certo meglio. Emblematico poi il “buh”
improvviso a spaventarla, poteva riservarlo alla ragazzina uccisa.. ma certo
tutti bravi a ipotizzarlo dopo..
Quarta puntata: tredici mesi dopo, esili equilibri
tengono unito il resto della famiglia che sta attraversando un pessimo periodo,
oltretutto affrontando episodi di irrisione e cattiveria, col figlio
adolescente ormai alla vigilia di un processo che quasi sicuramente lo vedrà
condannato. Indicativo poi non dire a Jamie, all’ascolto in auto mentre
telefona al papà per gli auguri di compleanno, che in vivavoce ci sono anche
mamma e sorella.
Cosa abbiamo fatto di male, lecito interrogativo dei genitori, ma anche inutile, dopo che la situazione ti è
sfuggita di mano.
Certo si poteva fare di più, come si chiede alla
fine il padre nella cameretta di Jamie, e sono sicuro se lo sia chiesto anche
il regista alla fine dell’ennesimo, ultimo, piano sequenza.
Una sfida alla relatività subito chiara.
Ennesima prova magistrale di Zemeckis, che provoca le convenzioni e il déjà vu,
elargendo suggestioni e commozione con una tecnica di regia colma di finissime
chicche, come il controcampo che sfrutta il temporaneo passaggio di una
specchiera davanti la camera fissa.
Ricercato e creativo.
Una storia millenaria di futuro che si accavalla con la tecnica più elementare
che esista. La camera fissa e la storia a srotolarsi, affamata di eventi, e io affacciato allo schermo, cinema frenetico nel cinema immobile, come una
finestra di fronte alla finestra, e mille riquadri ad intersecarsi voraci,
impietosi, veloci, curiosi e i protagonisti ad inquadrare, metterci sogno,
avvertire ordine e disordine, emozione, rabbia, attesa, disagio e lo spettatore
a riconoscersi. Avrei forse dedicato più spazio alle storie parallele, quelle
che spazio temporalmente precedono e seguono Tom Hanks e Robin Wright, ma comprendo
la scelta di non pungolare oltre un livello di attenzione già ampiamente
sollecitato.
Il finale è pazzesco. Solleva dalla poltrona dove Zemeckis mi aveva avvitato e sconquassa l’occhio, ormai disabituato, in un piano sequenza che d’improvviso riempie la vista, il cuore, e l’intero schermo, velato di lacrime.
La carrozza iniziale ideale continuum della mozzarella di E’ stata la mano di Dio. Una combinazione gastronomica part(h)enopea appetitosa, vagamente indigesta però, se tradotta a forza in cinema.
E stavolta ci ficchiamo di tutto nella rutilante napoletanità rappresentata,
mancano il mercato del pesce e le sfogliatelle ma in un ipotetico terzo atto a
chiudere la trilogia, perché no?
Nei primi dieci minuti lungo videoclip di spot per profumi, ma senza il
profumo; poi nasce Parthenope, splendida sirena pupazzetta con due espressioni
alla Clint Eastwood, con sigaretta e senza.
Sorrentino la userà come fil rouge per legare quadretti di partenopeismo
convenzionale visto e stravisto: famiglia decaduta, camorra gomorriana (con
accoppiamento/iniziazione di clan
avversi), religiosità fanatica e blasfema, università bigotta con Silvio
Orlando perennemente scocciato e tristanzuolo, disabili alieni, l’ambito
scudetto, il temuto colera, incesti e aborti, attriciacce fuori tempo massimo, e
poi perenni richiami felliniani tra il grottesco e il bizzarro, con le
immancabili ciccione e gli spilungoni, e
c’è spazio pure per l’alcolista John Cheever interpretato da Gary Oldman, alla fine
il meno fuori luogo nonostante la sovraesposizione di bottiglie e bicchieri
vuoti.
Incessante l’interrogativo facebookiano rivolto da tutti alla nostra donna di
paglia: a cosa stai pensando? Ma
chissà se, pensa; la nostra bellezza di turno, desiderata da tutti..
“furbacchiona”..
La Ranieri “sofialorenizzata” intavola una catilinaria che si pennella
perfettamente addosso al cinema sorrentiniano. Chissà, magari un’auto
fustigazione.
C’è in atto, nel filmarsi addosso del regista, una frammentazione della trama
compiaciuta del nulla narrato: l’estetica innanzitutto, e a corollario le elementari e tediose citazioncine aforistiche alla Gambardella, richiamando anche una grande bellezza perduta,
come quella della Sandrelli imbruttita ancor più, come non bastasse al naturale
(m’è sovvenuto pure il Cage di Longlegs).
Parthenope cresce, senza scorgere l’amore ma sfilando di continuo, sforna decolté
ed esami esposti a pappagallo, ma trova anche il tempo di “ripassarsi” mezza
Napoli (non osiamo immaginare poi nei quarant’anni a Trento.. magari materiale
per successive pellicole, Song ‘e Napule suonerebbe bene..).
Circo appagato dall’esagerazione fino all’iperbolico “A dio non piace il mare”,
citato enfaticamente nei titoli di coda a stupire di nuovo; un mare che non
piacerebbe partecipando anche lui ai dolori esistenziali, donando vita e togliendola anche, un po’ come a Sorrentino, cui probabilmente
sta stretto il cinema e forse anche Napoli, ma si sforza di servircene una
visione tutta sua..
Eppure resto fan estasiato di Young e New Pope.. e spero
ancora nel rientro in carreggiata del nostro, con abbandono definitivo degli
stucchevoli ralenty e dei Cocciante di sottofondo..
Di Neil Gaiman avevo già postato il racconto, Gli altri, sempre dalla
raccolta Cose fragili.
Adoro il narrare breve di Gaiman, ecletticissimo autore di horror gotici e dallo stile tagliente, anche
disegnatore di graphic novel e sceneggiatore.
E poeta in questo caso, di particolare sensibilità.
IL GORNO DEI DISCHI VOLANTI
Quel giorno, atterrarono i dischi volanti. Centinaia, dorati,
Silenziosi, scendevano dal cielo come grandi fiocchi di neve,
E i Terrestri immobili
li guardavano arrivare,
Aspettavano, le bocche riarse, di scoprire cosa contenessero
E nessuno di noi sapeva se ci sarebbe stato un domani
Ma tu non l’hai notato perché
Quel giorno, il giorno dei dischi volanti, pura coincidenza,
Fu il giorno in cui dalle tombe si riversarono i morti
E gli zombie emersero piano dalla terra morbida
o invece eruppero di brutto, barcollanti, opachi, inarrestabili,
Vennero verso di noi, i vivi, e noi fuggimmo urlando,
Ma tu non l’hai notato perché
Il giorno dei dischi volanti, il giorno degli zombie, fu anche
Il giorno del Ragnarok, e la televisione ci mostrò
Una nave fatta con le unghie dei morti, un serpente, un lupo,
Tutti più grandi di ogni immaginazione,
e il cameraman non riuscì
Ad allontanarsi abbastanza, e poi ne scesero gli Dèi
Ma tu non li hai visti arrivare perché
Nel giorno dei dischi-zombie-fine del mondo
saltarono tutte le barriere
E ciascuno di noi fu invaso da geni e spiritelli
Che ci offrivano desideri e sorprese ed eternità
E incantesimi e brillantezza e cuori
sinceri e coraggiosi e pentole d’oro
Mentre i giganti ucciucciavano per il
paese, e le api assassine,
Ma tu non ne avevi idea perché
Quel giorno, il giorno dei dischi il giorno degli zombie
Il giorno del Ragnarok e delle fate, il giorno
dei venti potenti
E della neve, quando le città divennero cristallo, il giorno
In cui tutte le piante morirono, la plastica si dissolse, il giorno
In cui i computer si accesero per dirci
a chi dovevamo obbedire, il giorno
In cui gli angeli, ubriachi e impastati, barcollavano nei bar,
E tutte le campane di Londra risuonavano, il giorno
In cui gli animali ci parlarono in assiro, il giorno dello Yeti,
il giorno dei supereroi e dell’arrivo
della Macchina del Tempo,
Tu non ti sei accorta di nulla di tutto questo perché
eri seduta in camera tua, non facevi niente,
non leggevi neanche, in realtà, stavi
lì a guardare il telefono,
chiedendoti se avrei chiamato.
Le Marche giocano spesso a toscanizzarsi, anche dove
l’Appennino s’incunea arditamente fino al mare, e i borghi si rannicchiano attorno ai loro castelli, lasciando
intravedere docili panorami dai loro merli invitando alla visita curiosa, ai crocevia
fuori mano, alla ricerca del dettaglio tra dedali di viuzze e architravi di
altre epoche, silenzi e riflessi, magie ancora intatte.
Inconfondibile marchio di fabbrica, invece, i lungomare ordinati, le cabine pastello, quel brulicare di biciclette frenetico e pacato al contempo e un senso di quiete trasmesso a chi passeggia
sbirciando gli ultimi impavidi
ombrelloni, una fine estate che non sa di smobilitazione, ma diligente ritirarsi, risacca mansueta.
E poi le colazioni in campagna, con pane e marmellata da
intingere nel paesaggio appena sveglio anche lui, accarezzato di sole fresco e
silenzio fragrante.
Impagabile buongiorno.
![]() |
| Ascoli |
![]() |
| Cremini |
![]() |
| Tronto |
![]() |
| Ascoli |
![]() |
| Marotta |
![]() |
| Conero |
![]() |
![]() |
| Corinaldo |
![]() |
| Senigallia |
![]() |
| Mondavio |
![]() |
| S. Andrea di Suasa |
![]() |
| Portonovo |