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| Poggio |
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| Sant'Agata Feltria |
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| San Leo |
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| Calanchi del Maioletto |
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| Alferello |
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| Poggio |
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| Sant'Agata Feltria |
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| San Leo |
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| Calanchi del Maioletto |
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| Alferello |
Pochi luoghi in Europa sono riusciti a ritagliarsi
uno spazio che rimarrà intonso e come miracolato; crocevia di flussi migratori vegetali e animali, storie leggendarie (Enea
sbarcò su questo lembo di costa), culla gentilizia dell’impero romano, del
potere temporale e poi, dopo il 1800, in mano a famiglie virtuose che ne hanno curato e accresciuto rispettosa architettura e territori (seimila ettari) come riserva
di caccia a salvaguardia degli equilibri faunistici, fino al potenziale rischio estinzione, con la massiccia invasione
urbanistica e speculativa del dopoguerra che aveva puntato la ghiotta occasione
e che altrove divora, tuttora e indisturbata, magnifiche zone d’Italia.
Ma questo polmone no: abbandoniamo la Colombo, arteria che come un fuso porta i romani al mare, e penetrare e respirare la Tenuta è un attimo.
Come attraversare un portale spazio tempo che catapulta dal caos al silenzio, a spasso per lecci, sugheri, querce in una quiete che riconcilia i sensi, cullati solo dall'eco dei passi.
Un micro universo che respira da se e rimane intatta testimonianza di un passato minuziosamente preservato; dalla preistoria ai giorni nostri, si accavallano certificazioni e tracce indelebili, scrigno temporale e fantastico attestato di un’evoluzione che non l’ha mai intaccato, una lungimiranza incredibile di chi ne ha gestito, volta per volta, il destino, favorendone la cristallizzazione fino ai giorni d’oggi, in assoluta controtendenza rispetto allo sfruttamento selvaggio appena fuori dai suoi confini.
Qui di selvatico si respira l’ordine delle cose, un muoversi pacato, lo scoprire della storia che ti accoglie dietro una macchia, al cospetto dei resti di ville imperiali o al limitare di radure ferme nella storia, e noi ci lasciamo attrarre in una bolla di tempo che sembra trasportarci con una grazia sconosciuta.
Dobbiamo essere grati ai nostri Presidenti, da De Nicola a Einaudi, arrivando fino ai Pertini e ai Napolitano, per giungere ad un illuminato Sergio Mattarella, che ha caldeggiato ancor più l’apertura e il consolidamento di centri estivi per disabili e anziani, offrendo la continuità per visite guidate pubbliche e rendendo patrimonio condiviso questo - fino a poco tempo prima - paradiso assolutamente privato.
Vorremmo non uscire al termine, doverci veicolare di nuovo
nel traffico e i palazzi che cingono d’assedio, ma abbiamo assaporato davvero
qualcosa di diverso, inimmaginabile, che ci resta addosso,
e non vediamo l’ora di tornare perché spazio e percorsi sono innumerevoli e diversificati offrendo sempre nuove prospettive, e ringraziando ancora addetti e volontari che si prestano con passione e competenza.
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| copia del mitico Discobolo |
Per quanto mi riguarda esistono due tipi di memoria: una fumosa, che non ti fa distinguere anzi, ti confonde ancor più e rende tutto impalpabile, come di nebbia insistente, e non c'è verso di venirne a capo.
Poi c’è una memoria che puoi scatenare, ad esempio tornando nei luoghi dove hai vissuto una vita, dove sei cresciuto.
In quel caso avviene la
moltiplicazione delle immagini, il sovrapporsi dei piani temporali; guardi una
terrazzino dalle inferriate scrostate appena illuminato da un lampione fioco e
vi si affacciano persone diverse, in tempi diversi.
Fotografi un angolo di
strada e nello scatto appaiono situazioni, luci, persone, movimenti
addirittura.
Passi davanti una vecchia arena di cinema all'aperto, ora parcheggio privato, e odi
l’echeggiare di un film, l’azzurrognolo del proiettore che sfiora il buio del
cielo, e rivedi persone baciate, tenute per mano, complice l’oscurità, ma stai
solo guardando un spiazzo pieno di auto.
Assaggi una frolla e ti vedi uscire dal mare, con l’omino che le vendeva
calde in mezzo agli ombrelloni, e non gridava solo frolle e ciambelle, vendeva
felicità di quella che neanche immaginavamo di pregiatissima fattura e noi, con la mamma che tentava di asciugarci
i capelli bagnati, noi non ne avevamo il minimo sospetto, sfuggivamo quelle
cautele d’amore per giocare a macchinine sulla sabbia, o a racchettoni con gli
zii, e cercare una cento lire per attivare il juke box del Lido..
ora lo ripercorro quieto e silenzioso quel bagnasciuga, guardo quella risacca che chissà quante rive ha bagnato, quanti mari ha
percorso come noi con i nostri anni a caccia di una felicità già
preconfezionata, quando arrivavi famelico dopo tutta un’estate ad aspettare finalmente quel tuo
Settembre, gli amici di sempre, gli amori che ti facevano palpitare, il chiosco di gelati sempre lo stesso, quasi un monumento.. la mamma che cercava capi usati al
mercato americano, e tu con la stessa passione, la medesima curiosità che ti ha
trasmesso e tutto è un rifiorire di tempi andati che sono ancora lì, patina
invisibile ma chiara, percettibile, come il fumo della ciminiera in disuso da
secoli, ma che io scorgo ancora uscire e piegarsi al vento delicato che arriva
da Gaeta.
Ed il sole brucia sempre, anche se mi ha regalato un melanoma tolto per
tempo, e sicuramente colpa mia che esageravo nel volerlo prendere tutto, quel
sole, ora a tramontare quieto dietro il monte d’Oro, eterno custode della baia e di ogni
minima memoria.
Qualche anno fa scrivevo di non essere
felice di questo nastro che sbobino ogni volta nell’anima, perché la nostalgia
non funziona nella stessa maniera per tutti, ma anche le opinioni e certe
sicurezze si sgretolano e lasciano più spazio a tutto quel bello andato, senza
preoccuparsi troppo del divenire, prendono quella memoria, tenera come una
mozzarella di bufala, e ne godono anche i nodi ruvidi che esaltano la
lavorazione e restituiscono sapori immutati nel tempo..
Ciao Scauri..
Ora, a bocce ferme, senza più Lulù, fanno ancora più tenerezze queste vestigia marine che appariranno ancora più remote, travolte da una risacca lunga di freschissima bufera, di quelle che rilanciano ogni ricordo a brevissimo termine, stavolta, in un immancabile rendez vous con ciò che era vita reale fino a pochi giorni fa, e la mente è occupata a disegnare contorni di nuova epica addosso ad un fiorente ordinario appena svanito, mentre il cuore, più irrequieto e irrazionale, non accetta che un presente ancora fragrante, possa aggiungersi semplicemente nel memoriale, come un'urna in un loculo.
Da oggi c'è una terza memoria, quella che ti azzanna e non vorrebbe saperne di diventarla, ti ronza intensa attorno, destinata a non invecchiare, subentrare ad ogni istante, insinuarsi tra i sorrisi, tra il percorso distratto di un orologio che non scandisce più programmi, ma solo tempo perso, ancor prima che le lancette disegnino sentieri.
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| Positano |
Credevamo - ingenui e illusi - che la scelta di una
puntata tra Positano, Ravello, Vietri sul mare e altre perle, ad ottobre, e
per di più infrasettimanale, ci avrebbe preservato
dal delirio, consentendo qualche giorno di visita serena, approfittando anche
di un tempo ancora clementissimo.. in effetti di italiani davvero pochissimi:
sono gli stranieri che fanno le vacanze intelligenti occupando strade, spiagge,
alberghi, chiese, ristoranti, parcheggi e traghetti.
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| Conca dei Marini |
A quel punto abbiamo sfruttato il piano B.
Il
noleggio di uno scooter che alla fine è risultata scelta vincente. Evitando
file e ingorghi, permettendo parcheggi surreali a Borgo di Furore, Atrani,
Cetara, Amalfi, Positano, consentendo
visite serene quando non impossibili in circostanze differenti.
L'utilizzo del bus sconsigliatissimo, esperienza davvero equiparabile ad uno sport estremo.
La Costiera emana fascino particolare, un brulicare di borghi non dissimili, con la folla tutta concentrata sulle piazzette principali, senza neanche immaginare i dedali di viuzze e sottopassi nascosti a rendere la visita qualcosa di più di una toccata e fuga.
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| Atrani |
Calarsi nei retro borghi, affrontare scalinate impervie, allontanarsi dai brusii della folla accatastata, permette un contatto diverso, una corrispondenza di sensi; si colgono armonie stanziali, che si aggirano dove, in tanti, non porgono affatto riguardo né considerazione.
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| Ravello |
Un turismo che coglie sbadatamente
la superficie, il luccichio, l’affresco, ma a cui sfugge il riguardo, il
prestigio, l’incantesimo;
a volte anche solo quell’attimo di attenzione in più che crea
connessione e sorpresa.
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| Atrani |
Ad avere tempo, tutta la costa, sarebbe da percorrere a piedi, anche attraverso i sentieri che la ridisegnano dall’alto, con un mare delizioso, a volta spiaggia fine, altre fiordo irruente, dove una minima casetta colorata può tenere botta al più ricamato dei duomi.
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| Vietri sul Mare |
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| Praiano |
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| Amalfi |
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Paestum
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Riccetto Vanesio sapeva di affascinare; sul far
della sera, nonostante i rimproveri e gli altolà di mamma riccia, scavava il
suo bel tunnel sotto la recinzione che separava il loro terreno incolto dal
giardino condominiale, ricco di cibo e
creature mai viste, e partiva alla ventura, spesso con i suoi due fratellini.
All’inizio era stato solo un caso, odorando strani
profumi avevano trovato dei crocchini davvero invitanti, sembravano lì
apposta per loro, piacevolissimi da sgranocchiare, e c’era anche un laghetto
dove abbeverarsi, e attorno tutta erba e siepi dove sgattaiol.. ops! riccettare via in caso di pericolo.. ma
il bello doveva ancora venire.. ogni sera al crepuscolo, quando il buio si
faceva più fitto e il silenzio s’impadroniva dei contorni.. si formava spesso
un pubblico di strani esseri, arrivavano pian piano e si disponevano in
silenzio a guardarli sgranocchiare crocchini.. erano gli “umani”.. esseri molto
strani, spesso imprevedibili.. ma vabbè, questo è un altro discorso..
fatto sta che i tre fratellini: riccio Vanesio, riccio Curioso e riccio Mangioso
erano diventati frequentatori stabili di quel pezzo di giardino dove in teoria,
una tribù di altri strani animali - gatti li chiamavano - avrebbero voluto
mangiare le loro razioni di crocchini senza troppi altri occhi e intrusi attorno.
Ciò che nessuno poteva immaginare, era che Nerina, una micetta lucida e vispa, avrebbe
subito il fascino del capo banda, quel mucchietto di aculei, e tutte le sere,
fosse lì ad attenderlo, per osservarlo
curiosa e attratta, nei pressi di quel varco che divideva il giardino
condominiale dalla giungla di terreno incolto dove mai, la micetta, avrebbe
messo né muso né zampetta.. ma la curiosità è gatta, si sa, e Nerina, dopo una
settimana senza aver avvistato Vanesio, trovò il coraggio di oltrepassare la recinzione:
la passione poté ciò che la ragione impediva.
Nerina si ritrovò così
in un mondo sconosciuto: erba selvatica a solleticarne il musetto, terreno
irregolare, niente case all’orizzonte, nessuna traccia di umani soprattutto,
solo mille tonalità di verde disordinato ma una sensazione di sguardo e respiro
libero, luce e aria a volontà; del suo amichetto riccio, però nessuna traccia,
e allora via a correre e saltare finché un abbaiare scomposto e sempre più
vicino la mise in allarme, e all’improvviso eccolo riccetto, spuntare dal
terreno e farle cenno di raggiungerlo.. Nerina si precipitò!
Mai era stata così vicina al riccio, pungendosi anche con un paio di aculei e
riccetto si addossò ancor più per farle spazio come a chiedere scusa.. quel
ringhio sommesso si allontanava intanto, e i due animaletti, trattenendo quasi
il respiro ora si guardarono curiosi, felici e riconoscenti.. era nata una
nuova amicizia.. e chissà poi..
Parliamo di un lieve paesino abruzzese abbarbicato
attorno al suo castello a rivendicare, senza minimamente temere di usurparlo,
il classico titolo di “borgo tra i più belli d’Italia”.
C’è bisogno di lentezza però, sguardo posato come patina di polvere, percorrendo i suoi vicoli silenziosi, respirandone piante, angoli rientranti, crepe, sottoportici, e uno ad uno, gli archetti tra una casa e l’altra, prototipi di remote misure antitelluriche.
Il quadro d’assieme, della Pacentro presepe, può non rendere giustizia,ma l’analisi del particolare minimo, del dettaglio, dello sguardo a perdersi, del viottolo che ti incarta, della scala che si arrampica fino a non capire dove, o che scende in ghirigori di buio, è la modalità di visione che attrae.
E poi il culto dello stemma e del fiore, della
balaustra che osa, della porta scorticata dai secoli, del sanpietrino a rendere
incerto il passo, degli arboscelli irrequieti e della corolla che illumina.
Un’immersione dove perdi di vista la superficie, dove il raggio di sole deve schivare, tegole e finestrelle curiose, scale e rientri, fogliame prima ancora della pietra, e gatti che si chiedono cosa vuoi lì, nel loro regno, nella loro quiete, sbucando o riaccartocciandosi, improvvisi, da quell’angolo che non credevi esistesse.

Tavole di porte divorate dal tempo con attorno case dismesse a elemosinare sguardi, i lampioni a custodire luce adagiata tra i tetti, ringhiere spavalde affacciate sui vicoli, fessure e crepe ad ingoiare rivoli di luce sgusciante, gli orizzonti che scalano il cielo a mani nude e sostengono l’ultimo sole prima che l’ombra disegni nuovi orizzonti dal fascino perenne.