Pensavo a come differenziare:
nell’umido diversi sogni,
i rimpianti nel non riciclabile,
nella plastica propositi malleabili,
qualche amore nell’indifferenziata,
le discordie a scheggiarsi nel vetro;
e come ingombrante,
tutto me stesso.
Pensavo a come differenziare:
nell’umido diversi sogni,
i rimpianti nel non riciclabile,
nella plastica propositi malleabili,
qualche amore nell’indifferenziata,
le discordie a scheggiarsi nel vetro;
e come ingombrante,
tutto me stesso.
Ne ho uno, a quadretti, di carta riciclata, e ogni
sua pagina intonsa è innesco per nuove storie, idee improvvise, ricami
bizzarri, warm up di analisi calcolata, ponderata strategia, riciclo idee,
pausa riflessiva.
Naturale che tema un giorno di essere considerato completo, fuori dai giochi, esaurire
le pagine ed essere accantonato, e io, avvertendo questa tragedia imminente e sottaciuta, lo riempio anche di appunti, cancellazioni mai definitive, mezze idee,
tracciolini cui dar seguito, illuminazioni da rivedere, impressioni da
trasformare, piccole fabbriche di San Pietro colme di spunti a mezz’aria; saturo gli interstizi e farcisco ogni minima oasi ed
ecco il blocco non esaurirsi mai, rimanere fuoco acceso sotto la cenere della
pagina voltata, spunto vitale in attesa di ulteriori evoluzioni.
É così che il blocco, definito anche "dello scrittore", vive in eterno, pagina nella pagina..
In relazione al post Suonano ricevo e, su cortese
richiesta, rendo pubblica.
“Gent.mo Franco Battaglia, siamo venuti a conoscenza
del Vostro post “Suonano” pubblicato su Postodibloggo in data 8 aprile 2023,
vorremmo specificare, noi citofoni del cancello esterno del Comprensorio ove
Lei risiede nonchè del portone privato della specifica scala di riferimento che,
senza adeguato e vigile nostro permesso, nessuno arriverebbe mai a suonare il
campanello di casa, e tanto meno a pulirsi le scarpe sullo zerbino.
Ora, a voler cavillare, dovremmo inoltrare una
cortese richiesta di riformulazione post, o perlomeno una postilla a parziale
risarcimento danni, ma forse è il caso che invece la platea che La segue sia
messa a conoscenza con specifico post che troppo spesso Lei difetta di
precisione, attenzione, cura dei particolari; tende ad emarginare,
discriminare, decontestualizzare specifiche realtà - nella fattispecie quella
di noi citofoni - sottovalutando quindi determinati compiti fino a demansionarne
l’enorme primaria funzione, vale a dire quella di primo baluardo della vita privata
di ogni residente cittadino e disciplinato condòmino.
A fronte quindi della comprovata e fondamentale prestazione di servizio da noi
erogata ed al fine di evitare immediata cessazione del controllo visite
esclusivamente riferite al Suo preciso appartamento, ribadiamo la necessità di
rendere pubblica la presente lettera a testimonianza del rammarico e del
dispiacere nel dover constatare quanta poca attenzione a volte sia posta verso
chi salvaguarda la privacy altrui.
Entrando nel merito, comunque, teniamo a specificare
che, trattandosi noi di videocitofoni, a differenza dei campanelli e zerbini da
Lei menzionati con dovizia di sentimentalismo d’accatto, noi, comunque, uno
sguardo dentro casa di tutti lo diamo, eccome.
Fatelo sapere a quel saputello
di spioncino.
Cordiali saluti.
Videocitofoni
Che poi, “immondo”, è parola grossa, forse dettata
dalla sorpresa di restituirsi, dopo 25 anni, alla sua natura di liberissimo
coleottero.
Gregor era diventato essere umano un quarto di
secolo prima senza mai completamente rinunciare al sentirsi insetto, alla
responsabilità di colonizzatore del mondo.
La metamorfosi in uomo lo aveva depresso, costretto,
inquadrato, osservato.
Inutile in quella veste ingombrante di essere senziente completamente avulso
dalle dinamiche umane.
Sognava spesso il suo frenetico daffare in giardino
tra piante, fiori, terriccio e, non di rado, temerarie incursioni in casa, tra
mobili antichi e tappeti polverosi, proprio dove ora, da individuo, si annoiava
a morte.
Quando prese la decisione sapeva che non sarebbe
mancato a nessuno, tanto meno a quell’impacciato se stesso.
Si lanciò goffamente sotto un vagone della metro e
per un minimo istante, allo scricchiolio contorto delle sue ossa in frantumi,
riuscì a reimmaginarsi immondo insetto, dal perfetto esoscheletro.
Suonano. Apro e non c’è nessuno.
Risuonano. Guardo lo spioncino. Nessuno.
Apro e guardo meglio allora.
“Ho suonato io” mi dice il campanello “Sono stufo di annunciare visite e i
sorrisi di benvenuto sono solo per gli ospiti.. e non so neanche come è fatta,
casa tua, che poi sarebbe anche casa mia, insomma faccio casa anche io, no?!”
Basterebbe questo ma mentre guardo incredulo il
campanello parlante, mi si agita lo stuoino sotto i piedi.. “E io che dovrei
dire! Non solo resto sulla soglia, ma mi calpestano anche tutti come uno
zerbino di casa?!”
Perdonami.. ma tu saresti.. sei.. lo zerbino..
“Oh adesso tutti a pignoleggiare.. ho diritto anche
io a visitarla questa casa, no?.. quando apri sbircio e li vedo tutti ‘sti
tappeti belli comodi a fare salotto.. e a me chiudete la porta in faccia ogni
volta.. ti sembra bello?”
Cerco di far finta di nulla.. rientro.. chiudo la
porta.. guardo nell’occhio magico e sento un’altra vocina: “Lo ammetto, ho
spifferato tutto io al campanello e allo zerbino, ho detto che qui dentro c’è
vita, movimento, risate, viavai.. del resto.. che spioncino sarei.. “
Apparsi d’improvviso.
Forse mentre giocavano a carte, e non erano certo abituati perché solitamente
accadeva il contrario
- erano loro, i fantasmi,
a calare nel mondo
umano a lasciarlo basito -.
Ora questa inversione di tendenza ne destabilizzava
ruolo e compiti, e li lasciava soprattutto interdetti sul significato, il senso
più recondito.
Tornare in un mondo stato loro era sensato,
per quanto soprannaturale, c’era
una logica.
Sono stato, vado via, ritorno.
Ma essere invasi era un campo illogico, sconosciuto, una
sensazione profondamente ignota, non agognata e probabilmente neanche ambita;
sparigliava le carte, ben oltre quelle stesse con cui stavano giocando quei
fantasmi, rendendoli taciturni.
Ed erano in parte i medesimi pensieri miei.
Che ci faccio qui? Non sono più in vita? Sto solo sognando?
Scorgo figure indefinite come sospeso nei vapori di un bagno turco,
E mi guardano sorpresi.
Cerco di esprimere un suono, ma non si muove un muscolo. Immobile.
Stavo violando la loro confort zone, un compito da secoli designato per loro, un loro spazio e un loro tempo ad illudere qualche umano su mirabolanti vite extraterrene.
Ma ognuno era già una proiezione umana, un esistere su
commissione, un apparire a desiderio.
Oggi toccava a me, un di più, stavo entrando
nell’immaginario collettivo mettendone a fuoco i disagi ma anche evidenziando
la sorpresa, scartabellavo sogni altrui, derubricatore di fantasie.
Li spiai per un po’,
a capire cosa facessi lì, sospeso in un tempo non mio, a narrarmi di
strane storie, fino a che ci salutammo tutti, fantasmi e apparizioni,
addirittura uno si alzò stringendomi la mano - o perlomeno tentando - con quel
suo esalare viscido:
“Come continua poi?!.. siamo curiosi”
"Non saprei, mi sono apparso appena oggi.."
Il sole satura con
foga l’oscurità stamane,
sole alieno di altri
pianeti,
e neanche quattro
stracci di nuvole disordinate
riescono ad
arginarlo.
Getta luce a
secchiate
come a sciacquarlo il
buio residuo
ancora appiccicato al
mondo
con la caparbietà dei
predestinati.
Scalfitture di sogno
nervoso
si alternano a rapide
visioni,
flash di futuro
incosciente,
carezza ad incombere.