Che succede quando un non amante del Diabolik fumetto cerca di trovare nel film dei Manetti Bros qualche stimolo diverso per magari appassionarsi anche alle tavole disegnate? Nel mio caso accade che boccia pure il tentativo cinematografico, anzi, vede svaporare anche quel poco di buono che Diabolik rappresenta in un iconico immaginario: l’uomo feroce e tutto d’un pezzo che non teme nulla e si mostra nella sua glaciale impassibilità.. giusto davanti la figurina di contorno Elizabeth, fidanzata di comodo. Una pellicola che omaggia gli anni sessanta, con certosine ricostruzioni, ambienti desaturati, il vintage ad ogni occasione (anche con le poltroncine nel rifugio altrimenti grigio e disadorno). E che ovviamente si arrampica su quello che ho sempre e fondamentalmente osteggiato nelle storie di Diabolik, vale a dire l’uscirne vincente sempre e comunque con gli stratagemmi più assurdi e le trovate buone giusto per un cartone animato. Ma tant’è, il fascino non ammette critiche né retro pensiero, come quando si torna a casa in auto non dal cancello principale, ma da un’entrata poco distante occultata nella roccia, però poi si sale da una botola a vista in pieno giardino, che farebbe ridere anche se il nostro abitasse da solo, ma qui ha anche la fidanzata ufficiale all’oscuro della sua attività ufficiale. Un altro rifugio invece, sempre con anta basculante in simil ambiente boschivo/cespuglioso, che occulta l’entrata a vista sulla statale, prosegue col traforo del Brennero fino alla solita stanza grigia e spoglia.
Ma a prescindere dalle rampe sempre pronte, i pulsanti di cui dissemina i suoi luoghi, le catenelle da tirare per accecare i nemici proprio nel punto esatto dove si ferma, i piani, anche fantasiosi, che lo vedono penetrare comunque sempre e dovunque, ciò che lascia ancor più perplesso rispetto all’indubbio fascino del cartaceo, perlomeno veloce, incisivo, preciso, coinvolgente; è la lentezza quasi esasperata trasmessa dalla visione. Questa catatonicità narrata dai protagonisti, Marinelli e Mastandrea, e in parte anche dalla bella Miriam Leone, in qualche movenza più vicina a Jessica Rabbit che ad Eva Kant. Lentezza che tanti hanno dichiarato voluta, e che posso tollerare, ad esempio, nel tentativo di creare ambiente da parte del vice ministro della Giustizia (Alessandro Roja) che tenta di conquistare Eva, con il lento scegliere dischi e collocarne uno sul piatto di Selezione dal Reader’s Digest e la giacchetta strappata direttamente dal divano della nonna; eccolo un omaggio agli ambienti e alla mentalità gretta, ma poi vogliamo perderci nel retrò, nel fumetto da riporto, in certa comunque soporifera ricercatezza che non si addice alle letture originali, pensate e costruite - a ben guardare - per i pendolari dell’epoca. Giusto mezz’oretta senza andare troppo per il sottile. Diabolik in fondo nasce rustico e sbrigativo, i camerieri si ammazzano e via nel tombino, mancano solo tre fermate.