Tra Carver e King, Lucarelli manovra da maestro
nell’esposizione breve, accumulando tensione, adrenalina, cambi di prospettiva,
scatti repentini, una incredibile moltiplicazione dei piani narrativi.
La magia e la sorpresa sono elementi che si ottengono, efficacemente, col
racconto.
Perché viaggiare a ritmi forsennati per duecento pagine diverrebbe
insostenibile, e non solo per chi scrive, ma anche per il fruitore medio, costretto ad affastellare notizie, registrare dati, incamerare volti,
monitorare scenari che si accavallano e si intersecano a rotta di collo.
Lucarelli incide col bisturi, e per quanto, paradossalmente, possano apparire grezzi e frettolosi, alcuni caratteri, è perché l’autore
ce li incarta veloce, senza preavviso, ci pone ad un bivio e scarta repentino facendo sbandare il lettore come su un roller coaster.
Ad un centometrista che si lancia a velocità folle
per i 1500 metri, salterebbero le coronarie dopo appena un quinto di gara.
Ecco perché il racconto breve resta un narrare a sé,
inaccostabile alla gestione di un romanzo, dove le suggestioni, le svolte
descrittive, i batticuore, non potranno mai registrarsi ad ogni pagina, pena l’asfissia e
l’overdose emozionale.
I luoghi più oscuri non amano visite prolungate.

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