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| Poggio |
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| Sant'Agata Feltria |
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| Calanchi del Maioletto |
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| Alferello |
Ci sono tasche di indumenti appesi da tempo
- cappotti, pantaloni, giubbetti -
che spesso custodiscono incantesimi incredibili:
vecchie caramelle, vuoti di tempo,
giudizi sospesi,
scontrini dalla data magica,
frasi mai recapitate,
agganci al futuro,
monete fuori corso, ricordi fuori corso;
compromessi spiegazzati,
rese sanguinose,
chiavi sconosciute di regni destinati all’oblio.
Rovesciali sul letto, falli incontrare a nuova luce,
ne hanno da raccontare.
Spesso fanno parte di storie incompiute
con addosso la voglia viva di viaggiare.
La scelta d’un capo, invece dell’altro,
avrebbe sovvertito storie, innescato opzioni inaudite.
Un’attache, i mondi che teneva uniti,
un biglietto di cinema, chiarito il finale,
un numero di telefono, a ricordare lei.
Tra Carver e King, Lucarelli manovra da maestro
nell’esposizione breve, accumulando tensione, adrenalina, cambi di prospettiva,
scatti repentini, una incredibile moltiplicazione dei piani narrativi.
La magia e la sorpresa sono elementi che si ottengono, efficacemente, col
racconto.
Perché viaggiare a ritmi forsennati per duecento pagine diverrebbe
insostenibile, e non solo per chi scrive, ma anche per il fruitore medio, costretto ad affastellare notizie, registrare dati, incamerare volti,
monitorare scenari che si accavallano e si intersecano a rotta di collo.
Lucarelli incide col bisturi, e per quanto, paradossalmente, possano apparire grezzi e frettolosi, alcuni caratteri, è perché l’autore
ce li incarta veloce, senza preavviso, ci pone ad un bivio e scarta repentino facendo sbandare il lettore come su un roller coaster.
Ad un centometrista che si lancia a velocità folle
per i 1500 metri, salterebbero le coronarie dopo appena un quinto di gara.
Ecco perché il racconto breve resta un narrare a sé,
inaccostabile alla gestione di un romanzo, dove le suggestioni, le svolte
descrittive, i batticuore, non potranno mai registrarsi ad ogni pagina, pena l’asfissia e
l’overdose emozionale.
I luoghi più oscuri non amano visite prolungate.
Pochi luoghi in Europa sono riusciti a ritagliarsi
uno spazio che rimarrà intonso e come miracolato; crocevia di flussi migratori vegetali e animali, storie leggendarie (Enea
sbarcò su questo lembo di costa), culla gentilizia dell’impero romano, del
potere temporale e poi, dopo il 1800, in mano a famiglie virtuose che ne hanno curato e accresciuto rispettosa architettura e territori (seimila ettari) come riserva
di caccia a salvaguardia degli equilibri faunistici, fino al potenziale rischio estinzione, con la massiccia invasione
urbanistica e speculativa del dopoguerra che aveva puntato la ghiotta occasione
e che altrove divora, tuttora e indisturbata, magnifiche zone d’Italia.
Ma questo polmone no: abbandoniamo la Colombo, arteria che come un fuso porta i romani al mare, e penetrare e respirare la Tenuta è un attimo.
Come attraversare un portale spazio tempo che catapulta dal caos al silenzio, a spasso per lecci, sugheri, querce in una quiete che riconcilia i sensi, cullati solo dall'eco dei passi.
Un micro universo che respira da se e rimane intatta testimonianza di un passato minuziosamente preservato; dalla preistoria ai giorni nostri, si accavallano certificazioni e tracce indelebili, scrigno temporale e fantastico attestato di un’evoluzione che non l’ha mai intaccato, una lungimiranza incredibile di chi ne ha gestito, volta per volta, il destino, favorendone la cristallizzazione fino ai giorni d’oggi, in assoluta controtendenza rispetto allo sfruttamento selvaggio appena fuori dai suoi confini.
Qui di selvatico si respira l’ordine delle cose, un muoversi pacato, lo scoprire della storia che ti accoglie dietro una macchia, al cospetto dei resti di ville imperiali o al limitare di radure ferme nella storia, e noi ci lasciamo attrarre in una bolla di tempo che sembra trasportarci con una grazia sconosciuta.
Dobbiamo essere grati ai nostri Presidenti, da De Nicola a Einaudi, arrivando fino ai Pertini e ai Napolitano, per giungere ad un illuminato Sergio Mattarella, che ha caldeggiato ancor più l’apertura e il consolidamento di centri estivi per disabili e anziani, offrendo la continuità per visite guidate pubbliche e rendendo patrimonio condiviso questo - fino a poco tempo prima - paradiso assolutamente privato.
Vorremmo non uscire al termine, doverci veicolare di nuovo
nel traffico e i palazzi che cingono d’assedio, ma abbiamo assaporato davvero
qualcosa di diverso, inimmaginabile, che ci resta addosso,
e non vediamo l’ora di tornare perché spazio e percorsi sono innumerevoli e diversificati offrendo sempre nuove prospettive, e ringraziando ancora addetti e volontari che si prestano con passione e competenza.
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| copia del mitico Discobolo |