Due bambini per mano: lei stretta al papà, un uomo alto e robusto, lui alla mamma, una donna tenera e sorridente.
Nove anni lei, sei lui.
Passeggiano sul lungomare di Scauri, nell’estate del 1966.
Si scorgono tra le bancarelle affollate, tra l’odore di dritto e rovescio
di camicie, pantaloni e magliette usate.
Poi, sfuggendo per un attimo al controllo dei grandi, deviano dal percorso e si
ritrovano nel lido dirimpetto.
Sembra quasi che qualcuno li abbia disegnati apposta, uno per l’altra.
Sono entrambi scuri di capelli e carnagione, stessi occhi vivaci e neri,
lei però minuta e fragile, lui sorriso contagioso e pieno, di una
corporeità spontanea che si fa vicina, si accosta con grazia naturale, e in un
baleno l’incertezza iniziale, impacciata, diventa improvvisamente disinvolta.
Si tolgono i sandali, li lasciano appaiati al bordo della spiaggia, e
cominciano a correre scalzi, giocando su quella riva, ridendo complici con una
risacca giovane e spumeggiante.
Raccolgono conchiglie e se ne donano l’eco all’orecchio; osservano
l’orizzonte lontano mentre un timido sogno sfiora quell’incoscienza bambina che
li tiene uniti, sinceri, liberi.
È un’arcana cabala, una congiuntura astrale che si esprime nel tocco
leggero delle loro piccole mani, sospese tra la sabbia e un primo sole che già
scalda la pelle.
Come ti chiami? sembra dire uno dei due, forse il più piccolo e il più audace.
La bimba alza lo sguardo incerta come a chiedere permesso e mettere
confidenza, prima di una rivelazione. Tace.
Poi si china, prende in mano una piccola pietra pallida di rosa, la osserva
un attimo e gliela porge. Il bambino guarda esterrefatto, prende quell’oggetto
levigato e delicato tra le manine paffute e sente che una luce chiara si
sprigiona sottile, sale e contagia veloce il cuore. È come un brivido che parte
dalla pelle ma mira altrove.
Si guardano un attimo, sguardo attento, diritto, e lei dice: E tu?
Lui si sente esplodere e la parola che contiene il nome facile che gli appartiene si incaglia in gola, si distoglie un attimo e corre via, mette i piedi e gli occhi per terra e fruga intorno, freneticamente, fino a che si ferma e sorride ad una piccola conchiglia, la solleva e spolvera appena la sabbia umida che la appanna, ci soffia sopra un alito tiepido e torna da lei che lo aspetta e lo osserva attenta, come volesse misurare in anticipo la risposta che sta per arrivare.
Lui la guarda e fa un cenno, la bimba allora apre la mano magra e lui ci
deposita dentro il suo dono marino e con un tocco lieve la stringe.
Lei si ritrae appena, come avesse sentito una fitta, si guarda il palmo
della mano e il piccolo segno rotondo che ci è rimasto stampato sopra.
Ridono, ognuno con un regalo in mano, e senza aggiungere parole riprendono
a giocare e rincorrersi.
Uno scoppio di risata cristallina e ingenua invade la spiaggia e arriva al
largo, a farsi onda increspata.
Loro si siedono obbedienti sullo scalino di pietra, si tolgono la sabbia attaccata ai piedi, rimettono lentamente i sandali puliti, mentre le due famiglie scambiano ancora quattro chiacchiere, salutandosi tra cortesi convenevoli e i complimenti di rito. Arrivano da Roma entrambe, ma innamorati di quella costiera che da Ulisse si allunga fino in piena Campania. La bimba, però, porta dentro il sangue napoletano; lui rimarrà romano verace.
Curioso constatare come quei giochi, quei sorrisi, quell’intesa improvvisa e allegra non li vedrà mai più insieme sulla medesima spiaggia.
Ne calpesteranno di infinite in comune, certo, ma mai nello stesso istante.
Doneranno amori e batticuore, parole, promesse e incanti, tuttavia mai più
ripercorrendo le stesse orme, o sorridendosi addosso con lo stesso respiro.
Saranno sentieri lontani.
A volte si intrecceranno persino con vicende stranamente affini, parallele,
sfiorandosi senza sapersi, ma senza mai ritrovare il fiatone, le risa e quel
modo di battere del cuore che era appartenuto solo a quel giorno, a Scauri.
Non accadrà mai più, per tutta la vita.
Dovranno passare esistenze intere, quasi un’era geologica, perché quelle curiose congiunture astrali riallineino ogni disegno possibile rimettendoli, di nuovo, uno sulla via dell’altro, con una potenza visionaria paziente, tenace, prodigiosa.
Inizi di un tiepido autunno romano del 2026.
Campo dei Fiori di sfondo, con la sua celebre statua in alto, a guardia del
pensiero libero e di una piazza trasformata in vetrina di souvenir per turisti,
poche bancarelle di frutta e verdura a colorare la vita di un tempo ormai scomparso.
Di lato, nascosta, una piccola libreria che sopravvive al vociare sguaiato
e offre il silenzio profumato di carta stampata e varie sale che si susseguono
ordinatamente, una dentro l’altra.
Nell’ultimo ambiente, quasi in penombra, colmo di pubblicazioni di tutti i
tipi e delle ultime novità letterarie, una donna non più giovane è assorta
a sfogliare un libro che l’ha attratta, guarda le pagine che quasi accarezza,
quando un uomo brizzolato e sorridente si avvicina e comincia a frugare tra gli
scaffali, in silenzio.
Appena un cenno di saluto, discreto, cortese. Ognuno cerca qualcosa, senza
sapere esattamente cosa, sospinto da una curiosità che va a toccare, scorrere
titoli e quarte di copertine e perfino odorare ciò che ogni libro può
segretamente offrire.
E in silenzio ne ascoltano l’eco. Come a coglierne il segreto, a intuirlo,
prima di sceglierlo e portarlo via.
All’improvviso un tonfo sordo. Un libro si è improvvisamente staccato
dall’alto ed è caduto sul pavimento, alla base della libreria.
L’uomo e la donna si guardano stupiti, sul viso un punto interrogativo. Si
voltano. Nessuna altra presenza umana in sala.
Quiete totale. Sono assolutamente soli. Attoniti.
Entrambi si avvicinano al libro, per verificarne lo stato di salute, mentre
é ancora a terra, tutto scompaginato.
L’uomo lo raccoglie e lo osserva, è integro, lo richiude delicatamente, é
un’edizione illustrata de “Il piccolo libro delle conchiglie. Gemme della
natura.”
Lei è chinata a terra, accanto a lui, troppo vicina per non accorgersi di
un soffio come di vaga salsedine che le arriva sul viso, vacilla appena, si
appoggia a uno scaffale per rialzarsi e dice con un filo di voce: “Amo le
conchiglie, ne faccio collezione.. da quando ero bambina.. A lei interessano?”
L’uomo non risponde a tono, riesce
appena a dire: “sì, anch’io amo da sempre il mare e tutto ciò che esprime ed evoca,
e a cui non so dare nome..”
Poi prende il libro sopravvissuto e glielo porge. “Le piace? Posso regalarglielo o si offende? Sa, non è così comune che un libro decida di tuffarsi dalla cima di uno scaffale e mi spiacerebbe non coglierne il senso. O sprecarlo.”
Le mani si lambiscono appena e qualcosa che somiglia a un brivido di brezza marina fa sorridere entrambi.
Forse nessuno dei due ricorda distintamente un episodio che li aveva sorpresi a
rincorrersi e ridere allegramente molti anni prima, la memoria sbiadisce e
lascia solo delle tracce sottili sotto pelle o sul palmo di una mano.
Ma stavolta, quelle mani giocose che un tempo si erano solo sfiorate, come
in una promessa implicita di gioco e intesa profonda, sapranno riconoscersi.
E si terranno salde, per il gioco più bello del mondo:
quello a non lasciarsi mai più.
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