giovedì 6 agosto 2026

NOLAN E LA SUA ODISSEA


L'Odissea non è stata mai scritta, è un rimando di canti e leggende che un bardo puntuale richiama ossessivo, e quante volte dimenticheremo di nuovo le parole, il narrare, lo scrivere e anche la brutalità dell'intera nostra storia, un assist volontario che Nolan offre all'immagine, al cinema, al Suo cinema, veicolo portentoso di presa di coscienza a superare canti o leggende; oggi è l'Immagine il nuovo bardo comunicativo, a riempire schermi e anime a trascinare sensi di colpa e la consapevolezza dell’immenso e inutile male procurato, che accompagna e accompagnerà Ulisse, esiliandolo per decenni fino alla resa dei conti con l'amata Penelope e la corte di avidità che la assedia, come lui ha assediato Troia, uscendone vincitore ma in realtà sconfitto, con l'assillo delle sofferenze, delle infinite alterazioni causate da un epilogo di guerra, avvolto in spire impietose, inseguito da divinità furiose e compagni scomparsi, rimpianti e strazi, supplizi e angosce.

Qui il gran merito di Nolan che gioca come al solito col Tempo, come in Memento e Interstellar (la sua personale ed originalissima Odissea), il tempo del viaggio e quello della riscoperta, e cosa meglio dell’opera originaria per articolarne di nuovo  le infinite manipolazioni, le attese, le promesse, gli inganni.

Divinità  manifeste ed altre occulte,  tele tramate e poi scomposte, il riaggancio dell'insensatezza guerriera ai mali dei nostri giorni, barbari e selvaggi come quelli di millemila anni fa e il tormento morale di Matt Damon (forse fin troppo Nick Nolte), radicato e angoscioso ma spalleggiato da un Olimpo permaloso ma quasi sempre benevolo (tranne quando costringe Calipso a restituirlo alla sua brama di casa.. sì, lo ammetto.. sarei rimasto con lei su Ogigia altri quindici anni..)

Il film viaggia sui consueti parametri nolaniani, un gioiellino di suoni e fotografia a coinvolgere lo spettatore e  portarlo in scena a respirare tempi, pause, e ogni variazione d'atmosfera, come con Sinone, evocato dall'Ade, a rigettare sul suo comandante eroe l'impotenza e lo sconforto di chi lo avrebbe seguito per qualsiasi via, mai intuendo l'immensa punizione che Ulisse stava infliggendo ai suoi accoliti.

Il finale risente del punto debole nolaniano, i combattimenti tra più soggetti non rientrano tra le specialità del regista, anzi, lasciano un'idea come di approssimazione quasi stucchevole, in compenso non mancano gli spunti epocali come la presa di Troia in un crescendo di percussioni a renderci protagonisti, oppure l'essere uscito con eleganza e originalità dalla trappola didascalica del Polifemo classico, questo non gli ha comunque impedito di doversi misurare con la vena horror di Circe in un eccesso virtuosistico probabilmente fuori misura, così come con i giganti Lestrigoni.

Rimane comunque impresso un disegno di immensa attualità dove costante è il tentativo di renderci consci dei droni sopra le nostre zattere, sulle quali quotidianamente affrontiamo personali oceani da attraversare, dei sibili di sirene di fronte alle quali davvero pochi di noi si fanno legare per resistere, un viaggio meno fantasy ma non certo con meno trappole e bivi impervi a forgiare personalità e desiderio di stabilità, di casa, di assunzione di un ruolo, quel ruolo che facciamo una fatica enorme a riconoscere anche se ci sollecita, lo perdiamo di vista, sordi e accecati, e magari solo l'istinto di un cane fedele, ostinato e caparbio ci rigenera visione e, chissà, un attimo di quella quiete inseguita una vita.