Alla soglia degli ottant'anni, Sandro viveva
come un prigioniero rassegnato. Le mura di casa sembravano trasudare l'ombra di
un fato ormai ripiegato su se stesso: quello di sua moglie, malata da tempo,
depressa e china al destino.
Lui la accudiva con dedizione silenziosa, ma con lo sguardo perennemente
rivolto all'indietro, incagliato in un'altra età in cui avrebbe potuto prendere
decisioni vitali che non aveva mai avuto il coraggio di affrontare.
A tenerlo in vita, oggi, era un filo
sottilissimo e ostinato. Un'anomalia sentimentale che non aveva nulla di
morboso, ma tutto di una disperata, vitale necessità: il legame con l'altro,
vero e unico amore della sua vita.
Quella che in gioventù era stata una tempesta
emotiva, si era decantata nel tempo trasformandosi in premurosa amicizia. Lei
era la sua chimera e, al contempo, la sua unica costante reale; un sogno di
balsa mai disancorata, avvolto in un vagheggiamento antico che sopravviveva
intatto forse perché non aveva mai dovuto misurarsi con la quotidianità.
Le loro vite avevano preso strade parallele,
eppure lei non si era mai davvero eclissata.
Perché lo faceva? Perché rispondeva ogni giorno a quell'uomo invecchiato nei
propri rimpianti? Non per pietà, ma in nome di un'antica, profonda, tenerezza.
Lei gli offriva una quotidiana carezza telefonica, facendosi sponda generosa e
discreto salvavita.
Ascoltava le fatiche di lui, i racconti su quella moglie ormai irrecuperabile,
accogliendoli con la memoria ormai sbiadita ma delicata, di ciò che magari
sarebbero potuti essere insieme.
Da parte di lei era rimasto un tratto di profonda, rispettosa amicizia, un
morbido trait d’union, cosciente di quietarsi nel sogno irrealizzato.
La moglie, che Sandro non aveva saputo
rinnegare quando ne avrebbero avuto tempo ed energia, era sopravvissuta alle
bufere del cuore.
Ora, divenuta relitto bisognoso di cure, non poteva certo essere abbandonata
alla deriva.
Se in gioventù Sandro aveva fallito nel coraggio dell'amore, oggi un'etica
ferrea lo legava a doveri coniugali assoluti.
Scontava la sua pena di rimpianti, ma trovava il suo riscatto morale in questa assistenza
quotidiana.
Quel sogno svanito senza il coraggio di
disegnarsi futuro, continuava a respirare.
Due volte al giorno.
Una breve telefonata al mattino per schiudere la giornata, una la sera per rincuorare
la notte.
Pochi secondi laconici in cui il
tempo si azzerava.
Era l'affaccio sul rimpianto per lui, accolto
dalla cortese, infinita grazia di lei, sogno di ogni uomo che può impazzire di
desiderio.
«Ciao Sandro, buongiorno!» squillava la voce dall'altra parte della cornetta,
vivida e leggera.
E lui, chiudendo gli occhi per isolarsi un istante dalla stanza in penombra,
sussurrava:
«Ciao amore». Senza malizia, senza illusioni.
Solo per dissetarsi, per un minuto almeno, a quella felicità dissipata a suo
tempo, e che ora doveva bastargli per sopravvivere.

È un racconto che colpisce perché parla di un amore che non ha più alcuna possibilità, ma resta nella memoria viva. Non c’è scandalo, né tradimento nel senso comune, c’è piuttosto il peso delle scelte non compiute e la fedeltà dolorosa alle conseguenze della propria vita. Il finale è struggente, perché non c'è più un futuro, ma sopratutto perché quell'amore non ha vissuto una vita reale!
RispondiEliminaL’amore mai concretizzato mai morirà
RispondiEliminaMolto ben raccontata questa tristissima vicenda.
massimolegnani