Erano le storie che venivano a cercarmi,
alcune a
forma di gattino minuscolo
desideroso solo di coccole e punti e virgola.
Storie randagie animate solo da istinto e curiosità,
ma digrignano i denti a volte, soffiano
insofferenza,
graffiano l’anima a non stare accorti.
Che poi le vado solo narrando,
addobbandole da
raccontino,
e dove le metto poi?
Avrei aperto il blog proprio per accatastarle meglio,
ma loro stanno chiudendoci me, in realtà.
Le faccio respirare e loro tolgono fiato, consistenza:
mi svuotano.
Creo mondi che non esistono fuori da me
e fanno fatica ad imporsi visione, lettura, interpretazione.
Sembrano universi rovesciati, mappe indecifrabili.
È l’altro lato dello scrivere per se stessi,
quello inopportuno,
creatore di mostri che mi sfamano
ma poi vagano in cerca di cibo per loro,
e mi tengono buono
affinché riproduca altre storie fameliche,
per muoversi in branco, abbagliare un lettore casuale,
e sbranarlo
mentre incauto rimane affascinato da una tela invisibile.
Lui accarezza il micio e l’artiglio lo squarcia.


















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