sabato 11 maggio 2024

CURSORE

 


Scrivo e il cursore su word lampeggia. Lo sposto o lo inseguo con le freccine, correggo qualcosa e lui si erge (ora si, ora no) sull’orizzonte della riga non ancora terminata, provo a scrivere di continuo senzaspaziotrauna parola e l’altra e lui trasporta subito l’esperimento a capo. Metto un punto e quello che precede diviene un periodo a sé con un senso tutto suo, smetto di scrivere e quell’apparire e scomparire è come un regolare battere cardiaco, a frequenza vagamente tachicardica a dire il vero. Potrei variarlo, immobilizzarlo, farlo sparire e rendere il quadro di una immobile fissità? Ho cercato sul Pannello di controllo ma sembra che il Sistema viva di vita propria e non rinuncerà certo al lampeggiare del cursore per un mio semplice capriccio. Del resto sembra che il lampeggio sia a mio specifico uso, consumo e beneficio perché se in una rapida rilettura di una decina di righe, torno - chessò - a metà della terza per correggere un ingenuo refuso spostando poi l’occhio sul quadro generale, e il baleno perdesse la sua iconica intermittenza, rischierei di non ritrovare più il battistrada lampeggiante continuando a scrivere a metà di quella terza riga ciò che, invece, avrei voluto collocare a fine periodo, e solo perché quel guizzare intervallato a richiamare la mia attenzione sull’esatto punto dove continuare, non lampeggia più e non richiama un bel nulla, anzi, rischierei di non raccapezzarmi proprio sul dove sto scrivendo perché l’immobilità dei caratteri sul foglio confonde per bene quel cursore divenuto, ora, carattere anche lui, parte integrante di una fissità che omologa la pagina e non mi consente più di risalire.

Ma non rischio nulla di tutto ciò. Il cursore lampeggia. Mi dice dove mettere il punto e tramuta anche in maiuscole le lettere che accidentalmente lascio minuscole.
E’ la mia guida, anche se la è maiuscola la scrivo ancora con l’apostrofo. Grave lo so.


lunedì 6 maggio 2024

C’È DA SCRIVERE

C’è da scrivere ogni volta altro.
Altro da ieri, diverso da domani,
altrimenti sarebbe solo esercizio e memoria;
diresti questo già lo so, 
e perché non iniziarlo proprio difforme, un post:
ingarbugliato, solitario, sospettoso,
quel che si dice: a stupire.

Ecco allora tentare il nuovo,
che suoni familiare sì,
ma non identico,
con incipit che rechino altrove,  
soprattutto me, e forse, poi, anche voi,
ma inutile, se non prima me.

Perché io l’autore,
derivo delle righe che sopravanzano.
A sconcertare, sorridere, meravigliarmi:
quasi ovvio che scriva per me.
A mia cura, magari solo a mia cura.

Per poi smettere e rileggermi,
svuotarmi meglio
come un barattolo di Nutella ormai alla fine,
passando magari il dito goloso sul cuore
per non lasciare nessun rimasuglio,
a non sprecare un goccio di inchiostro,
nessuna lacrima rappresa.


martedì 30 aprile 2024

METTERE A FUOCO

 


Terminologia fotografica direte.
Ma un tempo voleva dire altro, aggiungendo anche del ferro si poteva distruggere una città, un mondo, un’epoca, un paese, un’intera fede, un futuro mai più verificabile.
Oggi, in quest’ottica, mettiamo al massimo il pentolino d’acqua per la tisana, a fuoco.
Fuoco obbediente, mansueto, regolabile, lento.
Fuoco da gas russo o marocchino, basta che la alimenti, la fiamma sotto il pentolino.
Poi gingilliamo vecchie foto, e notiamo come la messa a fuoco sia spesso precaria,
e saremmo lì lì per offrire fuoco reale, a quelle foto sfuocate,
che allora prenderebbero di vampa a bruciare
e giusto per un attimo, quella vita residua sarebbe esattamente, a fuoco.
Un attimo solo però, poi cenere, più nessuna immagine, o memoria.

Sorseggio la tisana a gas ormai chiuso.

Metto a fuoco i pensieri allora, ma andrebbero bruciati anche quelli, potendo.
Come un mondo, un’epoca, un futuro che non voglio verificare.


venerdì 26 aprile 2024

IL DITO NELLA DIGA

Mai sentita l’espressione del titolo? Il dito nella diga fa da contraltare al prosciugare il mare con un secchiello.

Ma se il secondo celebra innocente incoscienza,  il primo rivela astuzia e geniale arroganza, la lucida volontà di metterci una pezza (tanto per non smettere di metaforeggiare); un istinto protoingegneristico, una foga che strizza l’occhio all’onnipotenza da banco, all’entusiasmo del neofita.

Ci crolla il mondo addosso e noi non fuggiamo, offriamo l’alt seppur a nessuna ragion veduta, tentiamo l’intentato sperando di cogliere di sorpresa l’inevitabile.
Eppure esiste un bimbo olandese - eroe leggendario - che la diga la tenne davvero a bada con un dito, ormai sinonimo di resilienza, efficienza, carattere, tenacia.

Ma esiste l’altro punto di vista, quello al di qua della diga crepata, del muro fragile.

Quante volte tentiamo di ergerci noi a diga, invece? Ci chiudiamo dentro e facciamo in modo che un solo minuscolo dito all'esterno mantenga tutto invariato.

Temerari a chiacchiere.

Spesso basta davvero un ditino a spaventarci, a renderlo eterno quell’argine, quella barriera che raccoglie (difende?) emozioni, voglie, passioni, curiosità.
Tutte paludate al di qua del muro, muro senza crepe apparenti, a difesa della nostra incolumità, della torre d’avorio, del nostro piccolo io corazzato.

Una diga tutt’attorno a noi, non solo ad impedire che fuoriesca il nostro io, ma anche che un solo, minuscolo dito, impedisca alla luce di entrare nel nostro buio in custodia.  

Troppo spesso siamo diga e siamo dito.

Curiosità che non esce, 
luce che non entra.

 

 

domenica 21 aprile 2024

NON SIAMO DISPONIBILI

 

Non siamo disponibili.
Come accessi a siti riservati,
O cuori non ancora rimarginati.
Non siamo disponibili per default,
ci diciamo no da soli, tagliandoci il futuro,
impegnati allo spasimo,
opprimendo l’agenda della vita,
cassando appuntamenti,
accavallando eventi,
inanellandoli al millimetro
per non lasciare spazio al respiro,
all’incanto.

E ammirare un vuoto cosmico
che riempirebbe da solo l’anima?

Ora non siamo disponibili,
ricaricare la pagina.


domenica 14 aprile 2024

CI SONO WHATSAPP

 


Ci sono WhatsApp che non sanno di arrivare, forse neanche di partire, sono frecce a casaccio di una nube social indefinita, richieste d’aiuto sommesse, atti di fede lanciati nel vuoto, respiri cauti a non disturbare ma allo stesso tempo a distinguersi nel controtempo di un timido vociare che ad un solo accenno già evapora.

Ne esistono di mai inviati invece, e che non arriveranno, forse solo intuiti, costruiti, assemblati, parcheggiati, in rampa di lancio anche, ma dai motori decisamente sopiti.

Fanno il paio con quelli vorresti ascoltare e invece chissà in quale remoto cantiere giacciono, anzi, in quale limbo attendono che qualcuno percepisca la fiammella per una loro intuizione, che non sopraggiungerà mai invece.

Sicuramente ci sono quelli ricevuti e di cui avresti fatto serenamente a meno, quelli che ti chiamano in causa, che vomitano scenari, che richiamano ad un ordine di rubrica estinto, che pretendono discese in campo o sollecitano miracoli mnemonici.

Infine i tuoi uozzap, meditati, lanciati con chirurgico raziocinio, offerti in pasto come radice paziente ad un mittente che immagini sorpreso e incantato da tale sfoggio di creatività, e che non verranno forse neanche visualizzati ma solo fagocitati da una marea ulteriore di messaggistica opulente e inutile.

Certo qua si blatera molto, ma devi almeno aveccelo, uozzap.

lunedì 8 aprile 2024

C’È SEMPRE

 

Tabata

Come voglia di imbrattare il foglio,
pulire l’anima e trasferire files
per scorgerli meglio, impilarli in buon ordine;
elencare le emozioni, scorgerle in faccia e non dall’alto,
chiamarle per un nome qualsiasi che le renda palpabili,
distinguerle da memorie e desideri,
che quelli vagano già liberi.
Magari tendere un gesto, offrire un dito da mordere,
come alla micia di casa;
ma poi ripulirlo, il foglio, e ricacciare tutto in gola,
e fino in fondo allo stomaco.
Meglio all’oscuro,
le sensazioni che non comandiamo,
che non rispondono al nome immaginato.

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