Leggo di persone che aspettano l’estate. E di altre che, ebbre di calore,
bramano perenne autunno, e via discorrendo in un rincorrersi continuo, in un
sezionare e suddividere a compartimenti stagni, senza alcuno spazio per la
contaminazione, per la sorpresa, per l’inaspettato.
Ed a ben guardare, poi, i quattro cicli stagionali non sono affatto così
distinti, né consequenziali.
Più facile intravederle incastrate e sovrapposte queste stagioni, mischiate
sempre più a casaccio, in un singolare caso di personalità multipla; suddivise
e catalogate solo dalla nostra necessità di mantenerle in ordine apparente,
quasi una rudimentale semplificazione.
In realtà non esistono quattro periodi dissonanti e separati, ma diversi
atteggiamenti meteo che noi tendiamo a "classificare" per comodità ed
esigenze merceologiche.
Non potremmo fare il cambio di stagione altrimenti, né gustarci una quattro
stagioni in pizzeria, o ammirarle in Mucha e Monet, e neanche ascoltare
Vivaldi..
in realtà la primavera può sussultare d’inverno nostalgico nelle giornate
nitide che pizzicano di vento perso, l’estate rendersi decadente in una pioggia
improvvisa fuori luogo e fuori sincrono, l’autunno crogiolarsi ad un sole
rovente che addomestica nubi stracciate mentre l’inverno odorarsi di tenue
tepore a caccia di identità abbozzata.
Un diluirsi di tempo intersecato in costante ricerca di identità mal
riposte, che vogliono saperne sempre meno di omologarsi alle nostre necessità,
ai nostri desideri.
Leggo di persone che attendono l’estate, ma capaci
anche di coglierla oggi, nel sibilo di vento gelido a
scorticare la finestra, avvisando come un’eco di risacca a
colorare l’ennesimo tramonto.