lunedì 26 ottobre 2026
LA GARA DEGLI EXPLICIT
sabato 17 ottobre 2026
LA LUCE SUL TAPPETINO
Lorenzo non era mai stato a un seminario yoga.
Voleva immergersi in una luce diversa - inspirazione / espirazione - cercare
una connessione superiore, la possibilità, o almeno il tentativo, di
specchiarsi dentro. E sembrava stesse riuscendo.
Inspirazione / espirazione.
Nuovi punti di vista da considerare, altre strade
svelatesi all'improvviso, anche se non tutte conducevano al tipo di intento
guidato dai desideri. E proprio quella sensazione non lo lasciava di buon
umore, nonostante avvertisse consapevolezza a piene mani.
Inspirazione / espirazione.
Certi orizzonti prospettati sembravano incrinare
quell'aura di sicurezza, anche solo apparente. Tutte le carte erano sul tavolo,
ora. A volto scoperto, senza lasciare nulla di velato, a poter subodorare incastri
differenti. Soprattutto era affascinato dalla leggerezza e dal coinvolgimento
che mostravano gli altri partecipanti.
Inspirazione / espirazione.
Si chiedeva se tutta quella spiritualità, quel
congiungersi a mondi, energie e dinamiche così eteree, potesse poi essere
davvero applicabile nel quotidiano: con la meraviglia, la gentilezza, la
sorpresa, la dedizione, atte a impostare ogni nudo passo una volta fuori da
quella sala magica, tra luce soffusa e tappetini in lattice, a tenere uniti cuori e anime, liberando percezioni e
sentimenti sopiti.
Era questo il dubbio che gli attanagliava i
pensieri, lasciandolo sveglio, a volte, nel cuore della notte.
Inspirazione / espirazione.
Come mai questa stupenda predisposizione alla
bellezza, questa concessione all' accostarsi ai livelli più elevati di vita,
questo derubricare le difese rivelando l'inconscio e ogni debolezza senza più
alcun timore, non generassero un codice univoco di comportamento, atto a
risolvere qualsiasi diatriba personale, non favorissero lo scioglimento
automatico di nodi resi inestricabili dalle più terrene e materiali
incomprensioni.
E in cuor suo se ne doleva. Non riusciva neanche a
trascinarsi dietro la luce sparsa sul tappetino.
Inspirazione / espirazione.
Era arrivato a congetturare che tutte queste
pratiche, queste meditazioni, questi atti di purificazione, queste
certificazioni di devozione purissima, non riuscissero poi a valicare
completamente quella zona franca, ricca di indulgenza e appassionata dedizione,
dove ognuno lasciava debolezze, pregiudizi e contraddizioni sull'uscio, per appropriarsene di nuovo alla fine, forse inconsciamente, riarrotolando il tappetino.
Inspirazione / espirazione.
mercoledì 7 ottobre 2026
PER VIAGGIARE NEL TEMPO
Non c'è bisogno di macchine particolari per
viaggiare nel tempo, per lo meno a ritroso.
Basta che una mattina di tiepido ma assolato Ottobre, mentre sei a casa di papà
(ormai solo e senza la mamma da tempo), nel quartiere dove hai trascorso
infanzia e adolescenza, tu esca per le tue spese quotidiane ma, ripassando davanti tutti quei vecchi
esercizi commerciali allora esistenti: l'edicola, la pasticceria, il forno,
il supermercato, il fruttivendolo.. trovandoti
catapultato in un tenerissimo spazio
tempo che torna a cullare sensazioni e memorie.
Flashback che ti prendono per mano, profumi e aromi di un qualcosa che torna
intatto a sollecitarti sorriso, un quartiere che si rianima di confidenza e
complicità, riprende colore e ritmi dimenticati.
E si torna a chiacchierare, muoversi lenti, per gustare di nuovo percezioni
perse, lontanissime, ma che ora si materializzano come una volta e farmi
riconoscere in una giovinezza che ho amato, e rivivo d’incanto.. ma non posso
neanche giocare troppo.. mamma mi sta aspettando.. potrebbe preoccuparsi.. ;)
mercoledì 23 settembre 2026
SONO UN DRONE
Sono un drone.
Sono nato per gioco.
Per una ripresa dall'alto, per un matrimonio in campagna, per un campo di grano che sembrava un mare e il mare da sbirciare come dalle nuvole.
Per far sentire ogni uomo, per cinque minuti, pilota e regista insieme.
Il volo autonomo, prima di me, era cosa da militari: ferro pesante, radiocomandi imprecisi, poca grazia.
Io invece sono figlio degli anni 2000, figlio dell'hobby, del diletto.
Io ballavo.
Poi l'animo umano, quel suo gene perverso, ha fatto quello che sa fare meglio: ha preso la bellezza e l'ha convertita.
Mi hanno armato.
Ora non porto più solo una microcamera.
Volo lo stesso. Silenzioso, veloce, preciso.
Ma porto altro.
Sotto di me non c'è più stupore, c'è dolore. Le mie acrobazie non strappano più meraviglia.
Strappano terra, pareti, panni stesi. E carne.
Sono diventato un funambolo del disastro.
E la cosa più amara è che tra i circuiti e gli algoritmi che mi guidano, ho compreso:
non è più un gioco.
p.s. avevo già scritto di droni Sandrone, inconsapevole ne ho riscritto, scoprendo questa cosa solo dopo, e l'evoluzione - come quelle di questi strumenti volatili - c'è: dal sorriso, seppur velatamente amaro, alla consapevolezza del disastro imminente, dall'incombenza di un dio quasi divertito, all'allontanamento di un Signore paradossalmente anche lui, ora, quasi arreso.
sabato 19 settembre 2026
ERO UN BLOGGER
Cosa spinge a poter fare a meno di un blog che fino a qualche mese fa era ossigeno, ricerca di idee, fonte di narrazione, sviluppo di curiosità?
E’ vero, il blog rispecchia la propria serenità, gli equilibri, ritmi di vita scanditi dal tuo amore, la tua casa, le tue passioni.. se una di queste viene meno si rischia un collasso a cascata, un nuovo inquadramento, un dover ricominciare daccapo dove però quel “capo” non mostra ulteriore orizzonte, un riconnettersi dove tutto sembra perduto, e gli stimoli paiono come arresi ad un capolinea definitivo.
Ma bisogna uscire dalla stazione, gettare un’occhiata in quella nebbia lattiginosa che ottunde, scorgere qualsiasi cosa appaia fonte di luce, sorgente di nuovo spazio, appiglio di vita che chiede solo di fidarsi di lui.
Allora si può tornare sulle proprie tracce e ricrearne di nuove, respirare a polmoni pieni sperando di non ingolfare gola e cuore, scegliere di nuovo sentieri intriganti sempre ignorati, accostarsi a panorami solo intuiti, coltivare quei punti di vista sempre celebrati a chiacchiere ma spesso schivati per timore forse solo dell’ignoto.
Si riaprono gli occhi, ci si accosta di nuovo anche a tutto ciò che ci ha fatto stare bene, incondizionatamente, si rileggono amici e bloggers dai quali abbiamo attinto ricchezza nel tempo e che abbiamo messo inconsciamente da parte a seguito di fratture di vita delle quali nessuno ha avuto colpa specifica.. ma in quell'istantaneo blocco motori accade che tutto ciò che gravita attorno finisca nel frullatore della revisione, il buono come il meno buono, senza distinzioni.
E a tabula rasa, dopo tempo, pensieri, meditazioni ma anche accadimenti, sorprese, nuova bellezza, si comincia a ricucire.
Il blog meritava questa pausa di ascolto e di silenzio, per trovare nuova voce.
L’ha reclamata in diverse occasioni ma fino a poco tempo fa ero ancora cieco, abulico, stremato, indolente.
E ringrazio tutti voi che avete pazientato, avete chiesto notizie, vi siete comunque informati sul come certe pieghe di vita possano influenzare tutto un mondo.
Come fosse un nuovo inizio, Postodibloggo torna in pista.
venerdì 14 agosto 2026
GENOVA DI NUOVO
Genova di nuovo, e nuovo respiro, diversa la cura ma identici i caruggi a ingoiarmi, gli archi, i sapori.
Eco di mondi lontani eppure di casa, sorrisi che incantano di luce che cade in angolazioni mai percepite.
Carezze d'anima tra pareti e scorci, ombre che disegnano percorsi inediti tra chiese e palazzi inesplorati.
Un altro mare di bellezza che incontra un golfo amico a riconoscere antichi palpiti e ogni loro lieve mutare..
giovedì 6 agosto 2026
NOLAN E LA SUA ODISSEA
L'Odissea non è stata
mai scritta, è un rimando di canti e leggende che un bardo puntuale richiama
ossessivo, e quante volte dimenticheremo di nuovo le parole, il narrare, lo
scrivere e anche la brutalità dell'intera nostra storia, un assist volontario
che Nolan offre all'immagine, al cinema, al Suo cinema, veicolo portentoso di
presa di coscienza a superare canti o leggende; oggi è l'Immagine il nuovo
bardo comunicativo, a riempire schermi e anime a trascinare sensi di colpa e la
consapevolezza dell’immenso e inutile male procurato, che accompagna e
accompagnerà Ulisse, esiliandolo per decenni fino alla resa dei conti con
l'amata Penelope e la corte di avidità che la assedia, come lui ha assediato
Troia, uscendone vincitore ma in realtà sconfitto, con l'assillo delle
sofferenze, delle infinite alterazioni causate da un epilogo di guerra, avvolto
in spire impietose, inseguito da divinità furiose e compagni scomparsi,
rimpianti e strazi, supplizi e angosce.
Qui il gran merito di Nolan che gioca come al solito
col Tempo, come in Memento e Interstellar (la sua personale ed originalissima
Odissea), il tempo del viaggio e quello della riscoperta, e cosa meglio dell’opera
originaria per articolarne di nuovo le
infinite manipolazioni, le attese, le promesse, gli inganni.
Divinità manifeste ed altre occulte, tele tramate e poi scomposte, il riaggancio
dell'insensatezza guerriera ai mali dei nostri giorni, barbari e selvaggi come
quelli di millemila anni fa e il tormento morale di Matt Damon (forse fin troppo
Nick Nolte), radicato e angoscioso ma spalleggiato da un Olimpo permaloso ma
quasi sempre benevolo (tranne quando costringe Calipso a restituirlo alla sua
brama di casa.. sì, lo ammetto.. sarei rimasto con lei su Ogigia altri quindici
anni..)
Il film viaggia sui consueti parametri nolaniani, un
gioiellino di suoni e fotografia a coinvolgere lo spettatore e portarlo in scena a respirare tempi, pause, e
ogni variazione d'atmosfera, come con Sinone, evocato dall'Ade, a rigettare sul
suo comandante eroe l'impotenza e lo sconforto di chi lo avrebbe seguito per
qualsiasi via, mai intuendo l'immensa punizione che Ulisse stava infliggendo ai
suoi accoliti.
Il finale risente del punto debole nolaniano, i
combattimenti tra più soggetti non rientrano tra le specialità del regista,
anzi, lasciano un'idea come di approssimazione quasi stucchevole, in compenso
non mancano gli spunti epocali come la presa di Troia in un crescendo di
percussioni a renderci protagonisti, oppure l'essere uscito con eleganza e
originalità dalla trappola didascalica del Polifemo classico, questo non gli ha
comunque impedito di doversi misurare con la vena horror di Circe in un eccesso
virtuosistico probabilmente fuori misura, così come con i giganti Lestrigoni.
Rimane comunque impresso un disegno di immensa
attualità dove costante è il tentativo di renderci consci dei droni sopra le
nostre zattere, sulle quali quotidianamente affrontiamo personali oceani da
attraversare, dei sibili di sirene di fronte alle quali davvero pochi di noi si
fanno legare per resistere, un viaggio meno fantasy ma non certo con meno
trappole e bivi impervi a forgiare personalità e desiderio di stabilità, di
casa, di assunzione di un ruolo, quel ruolo che facciamo una fatica enorme a
riconoscere anche se ci sollecita, lo perdiamo di vista, sordi e accecati, e
magari solo l'istinto di un cane fedele, ostinato e caparbio ci rigenera
visione e, chissà, un attimo di quella quiete inseguita una vita.
martedì 30 giugno 2026
SCRIPTA LUDUS IX EDIZIONE
Continua la splendida iniziativa di Luz cui sono particolarmente grato come anche ai partecipanti che mi votano, anche se non comprendo appieno le motivazioni 🤭
..so solo che la scrittura rimane una scialuppa di salvataggio dai poteri magici e spero di contagiare chiunque senta il bisogno di comunicare, sfogare, alleggerire l'aria attorno a sé.
Di nuovo grazie ed alla prossima.
sabato 27 giugno 2026
SCRIPTA LUDUS VOTATE TUTTI!!
Ed accolo il post con la gara degli Explicit..
mi raccomando, partecipate almeno al voto..
e chi non si è espresso con un proprio componimento
è atteso alla prossima prova.. giocate, giocate, giocate..
e grazie sempra alla nostra LUZ che intriga, stimola, ispira e crea!!
Scripta Ludus #9: gli explicit in gara
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mercoledì 24 giugno 2026
UN'ALTRA SCAURI
Un’altra Scauri, per la prima volta in un hotel d’elite (per gli standard locali) che ci ha ospitato con una cortesia tutta speciale e che ha sollecitato la riapertura di scrigni di memoria sopita e nostalgie intatte. Felici di aver riportato papà, consapevoli anche che potrebbe non ripresentarsi un’altra occasione.
Farlo passeggiare in lungo e largo, seppur in carrozzina, gli ha permesso di rivedere e rievocare una vita intera di ricordi, bellezza, serenità, che si accavallavano magicamente all’appello, lasciando in disparte, almeno per un momento, le assenze attuali, i malanni, la fatica del gestire un’esistenza piena, passeggiando per le vie del centro e sul lungomare, rispolverando anche con mia sorella, decenni di vacanze sempre ricche, desiderate, irrequiete, magiche.
Qui ti parlano i terrazzi, le vie, gli scorci al mare, ogni stabilimento una storia e tutto che riaffiora improvviso e nitido generato spesso da scenografie intatte.. è allora che pensi quanto siamo temporanei, quanto il tempo si faccia beffe di tanti nostri capisaldi e sommerga ogni cosa della medesima patina di caducità cui importa poco cosa riusciamo a scavare di diverso, posti di nuovo a contatto in un’esistenza che non è più. Come sulla DeLorean di Ritorno al futuro.
In realtà ce lo agitiamo addosso certo futuro, e a volte vorremmo scrollarcelo, rimanendo attaccati ai ricordi.
Ci ostiniamo.
Prenotiamo hotel di semi lusso come si prenota un atto di fede, spingiamo la carrozzina sulla stessa mattonella sconnessa di trent’anni fa, eppure fila liscia, non inciampa, scivola.
Perché Scauri non giudica il tempo, lo archivia, ti guarda tornare diverso e finge di non accorgersene, per lasciarti l’illusione che sia lei a essere rimasta uguale, è riportare qualcuno che quella casa è come l’avesse dentro, anche se le gambe non rispondono più come prima.
E noi figli, diventati custodi, scopriamo che la vacanza non era il mare, ma era quel breve, minimo permesso di diventare temporanei, nello stesso fotogramma, prima che la patina ricopra di nuovo tutto
Un’altra Scauri perché l’amore, l’affetto, chiedono sempre un’altra volta.
Anche solo per poter dire: “Vedi? Ci siamo ancora”. E il mare lo sa. Scauri lo sa.
giovedì 4 giugno 2026
DUE BAMBINI PER MANO
Due bambini per mano: lei stretta al papà, un uomo alto e robusto, lui alla mamma, una donna tenera e sorridente.
Nove anni lei, sei lui.
Passeggiano sul lungomare di Scauri, nell’estate del 1966.
Si scorgono tra le bancarelle affollate, tra l’odore di dritto e rovescio
di camicie, pantaloni e magliette usate.
Poi, sfuggendo per un attimo al controllo dei grandi, deviano dal percorso e si
ritrovano nel lido dirimpetto.
Sembra quasi che qualcuno li abbia disegnati apposta, uno per l’altra.
Sono entrambi scuri di capelli e carnagione, stessi occhi vivaci e neri,
lei però minuta e fragile, lui sorriso contagioso e pieno, di una
corporeità spontanea che si fa vicina, si accosta con grazia naturale, e in un
baleno l’incertezza iniziale, impacciata, diventa improvvisamente disinvolta.
Si tolgono i sandali, li lasciano appaiati al bordo della spiaggia, e
cominciano a correre scalzi, giocando su quella riva, ridendo complici con una
risacca giovane e spumeggiante.
Raccolgono conchiglie e se ne donano l’eco all’orecchio; osservano
l’orizzonte lontano mentre un timido sogno sfiora quell’incoscienza bambina che
li tiene uniti, sinceri, liberi.
È un’arcana cabala, una congiuntura astrale che si esprime nel tocco
leggero delle loro piccole mani, sospese tra la sabbia e un primo sole che già
scalda la pelle.
Come ti chiami? sembra dire uno dei due, forse il più piccolo e il più audace.
La bimba alza lo sguardo incerta come a chiedere permesso e mettere
confidenza, prima di una rivelazione. Tace.
Poi si china, prende in mano una piccola pietra pallida di rosa, la osserva
un attimo e gliela porge. Il bambino guarda esterrefatto, prende quell’oggetto
levigato e delicato tra le manine paffute e sente che una luce chiara si
sprigiona sottile, sale e contagia veloce il cuore. È come un brivido che parte
dalla pelle ma mira altrove.
Si guardano un attimo, sguardo attento, diritto, e lei dice: E tu?
Lui si sente esplodere e la parola che contiene il nome facile che gli appartiene si incaglia in gola, si distoglie un attimo e corre via, mette i piedi e gli occhi per terra e fruga intorno, freneticamente, fino a che si ferma e sorride ad una piccola conchiglia, la solleva e spolvera appena la sabbia umida che la appanna, ci soffia sopra un alito tiepido e torna da lei che lo aspetta e lo osserva attenta, come volesse misurare in anticipo la risposta che sta per arrivare.
Lui la guarda e fa un cenno, la bimba allora apre la mano magra e lui ci
deposita dentro il suo dono marino e con un tocco lieve la stringe.
Lei si ritrae appena, come avesse sentito una fitta, si guarda il palmo
della mano e il piccolo segno rotondo che ci è rimasto stampato sopra.
Ridono, ognuno con un regalo in mano, e senza aggiungere parole riprendono
a giocare e rincorrersi.
Uno scoppio di risata cristallina e ingenua invade la spiaggia e arriva al
largo, a farsi onda increspata.
Loro si siedono obbedienti sullo scalino di pietra, si tolgono la sabbia attaccata ai piedi, rimettono lentamente i sandali puliti, mentre le due famiglie scambiano ancora quattro chiacchiere, salutandosi tra cortesi convenevoli e i complimenti di rito. Arrivano da Roma entrambe, ma innamorati di quella costiera che da Ulisse si allunga fino in piena Campania. La bimba, però, porta dentro il sangue napoletano; lui rimarrà romano verace.
Curioso constatare come quei giochi, quei sorrisi, quell’intesa improvvisa e allegra non li vedrà mai più insieme sulla medesima spiaggia.
Ne calpesteranno di infinite in comune, certo, ma mai nello stesso istante.
Doneranno amori e batticuore, parole, promesse e incanti, tuttavia mai più
ripercorrendo le stesse orme, o sorridendosi addosso con lo stesso respiro.
Saranno sentieri lontani.
A volte si intrecceranno persino con vicende stranamente affini, parallele,
sfiorandosi senza sapersi, ma senza mai ritrovare il fiatone, le risa e quel
modo di battere del cuore che era appartenuto solo a quel giorno, a Scauri.
Non accadrà mai più, per tutta la vita.
Dovranno passare esistenze intere, quasi un’era geologica, perché quelle curiose congiunture astrali riallineino ogni disegno possibile rimettendoli, di nuovo, uno sulla via dell’altro, con una potenza visionaria paziente, tenace, prodigiosa.
Inizi di un tiepido autunno romano del 2026.
Campo dei Fiori di sfondo, con la sua celebre statua in alto, a guardia del
pensiero libero e di una piazza trasformata in vetrina di souvenir per turisti,
poche bancarelle di frutta e verdura a colorare la vita di un tempo ormai scomparso.
Di lato, nascosta, una piccola libreria che sopravvive al vociare sguaiato
e offre il silenzio profumato di carta stampata e varie sale che si susseguono
ordinatamente, una dentro l’altra.
Nell’ultimo ambiente, quasi in penombra, colmo di pubblicazioni di tutti i
tipi e delle ultime novità letterarie, una donna non più giovane è assorta
a sfogliare un libro che l’ha attratta, guarda le pagine che quasi accarezza,
quando un uomo brizzolato e sorridente si avvicina e comincia a frugare tra gli
scaffali, in silenzio.
Appena un cenno di saluto, discreto, cortese. Ognuno cerca qualcosa, senza
sapere esattamente cosa, sospinto da una curiosità che va a toccare, scorrere
titoli e quarte di copertine e perfino odorare ciò che ogni libro può
segretamente offrire.
E in silenzio ne ascoltano l’eco. Come a coglierne il segreto, a intuirlo,
prima di sceglierlo e portarlo via.
All’improvviso un tonfo sordo. Un libro si è improvvisamente staccato
dall’alto ed è caduto sul pavimento, alla base della libreria.
L’uomo e la donna si guardano stupiti, sul viso un punto interrogativo. Si
voltano. Nessuna altra presenza umana in sala.
Quiete totale. Sono assolutamente soli. Attoniti.
Entrambi si avvicinano al libro, per verificarne lo stato di salute, mentre
é ancora a terra, tutto scompaginato.
L’uomo lo raccoglie e lo osserva, è integro, lo richiude delicatamente, é
un’edizione illustrata de “Il piccolo libro delle conchiglie. Gemme della
natura.”
Lei è chinata a terra, accanto a lui, troppo vicina per non accorgersi di
un soffio come di vaga salsedine che le arriva sul viso, vacilla appena, si
appoggia a uno scaffale per rialzarsi e dice con un filo di voce: “Amo le
conchiglie, ne faccio collezione.. da quando ero bambina.. A lei interessano?”
L’uomo non risponde a tono, riesce
appena a dire: “sì, anch’io amo da sempre il mare e tutto ciò che esprime ed evoca,
e a cui non so dare nome..”
Poi prende il libro sopravvissuto e glielo porge. “Le piace? Posso regalarglielo o si offende? Sa, non è così comune che un libro decida di tuffarsi dalla cima di uno scaffale e mi spiacerebbe non coglierne il senso. O sprecarlo.”
Le mani si lambiscono appena e qualcosa che somiglia a un brivido di brezza marina fa sorridere entrambi.
Forse nessuno dei due ricorda distintamente un episodio che li aveva sorpresi a
rincorrersi e ridere allegramente molti anni prima, la memoria sbiadisce e
lascia solo delle tracce sottili sotto pelle o sul palmo di una mano.
Ma stavolta, quelle mani giocose che un tempo si erano solo sfiorate, come
in una promessa implicita di gioco e intesa profonda, sapranno riconoscersi.
E si terranno salde, per il gioco più bello del mondo:
quello a non lasciarsi mai più.
lunedì 18 maggio 2026
SOLO PER DISSETARSI
Alla soglia degli ottant'anni, Sandro viveva
come un prigioniero rassegnato. Le mura di casa sembravano trasudare l'ombra di
un fato ormai ripiegato su se stesso: quello di sua moglie, malata da tempo,
depressa e china al destino.
Lui la accudiva con dedizione silenziosa, ma con lo sguardo perennemente
rivolto all'indietro, incagliato in un'altra età in cui avrebbe potuto prendere
decisioni vitali che non aveva mai avuto il coraggio di affrontare.
A tenerlo in vita, oggi, era un filo
sottilissimo e ostinato. Un'anomalia sentimentale che non aveva nulla di
morboso, ma tutto di una disperata, vitale necessità: il legame con l'altro,
vero e unico amore della sua vita.
Quella che in gioventù era stata una tempesta
emotiva, si era decantata nel tempo trasformandosi in premurosa amicizia. Lei
era la sua chimera e, al contempo, la sua unica costante reale; un sogno di
balsa mai disancorata, avvolto in un vagheggiamento antico che sopravviveva
intatto forse perché non aveva mai dovuto misurarsi con la quotidianità.
Le loro vite avevano preso strade parallele,
eppure lei non si era mai davvero eclissata.
Perché lo faceva? Perché rispondeva ogni giorno a quell'uomo invecchiato nei
propri rimpianti? Non per pietà, ma in nome di un'antica, profonda, tenerezza.
Lei gli offriva una quotidiana carezza telefonica, facendosi sponda generosa e
discreto salvavita.
Ascoltava le fatiche di lui, i racconti su quella moglie ormai irrecuperabile,
accogliendoli con la memoria ormai sbiadita ma delicata, di ciò che magari
sarebbero potuti essere insieme.
Da parte di lei era rimasto un tratto di profonda, rispettosa amicizia, un
morbido trait d’union, cosciente di quietarsi nel sogno irrealizzato.
La moglie, che Sandro non aveva saputo
rinnegare quando ne avrebbero avuto tempo ed energia, era sopravvissuta alle
bufere del cuore.
Ora, divenuta relitto bisognoso di cure, non poteva certo essere abbandonata
alla deriva.
Se in gioventù Sandro aveva fallito nel coraggio dell'amore, oggi un'etica
ferrea lo legava a doveri coniugali assoluti.
Scontava la sua pena di rimpianti, ma trovava il suo riscatto morale in questa assistenza
quotidiana.
Quel sogno svanito senza il coraggio di
disegnarsi futuro, continuava a respirare.
Due volte al giorno.
Una breve telefonata al mattino per schiudere la giornata, una la sera per rincuorare
la notte.
Pochi secondi laconici in cui il
tempo si azzerava.
Era l'affaccio sul rimpianto per lui, accolto
dalla cortese, infinita grazia di lei, sogno di ogni uomo che può impazzire di
desiderio.
«Ciao Sandro, buongiorno!» squillava la voce dall'altra parte della cornetta,
vivida e leggera.
E lui, chiudendo gli occhi per isolarsi un istante dalla stanza in penombra,
sussurrava:
«Ciao amore». Senza malizia, senza illusioni.
Solo per dissetarsi, per un minuto almeno, a quella felicità dissipata a suo
tempo, e che ora doveva bastargli per sopravvivere.
mercoledì 13 maggio 2026
I CORTI
Adoro i corti. Come adoro i racconti in letteratura. Ho visto sperimentazioni visive che mi hanno colmato l’anima e letto indimenticabili romanzi di cinquanta righe. Ridurrei la vita in aforisma, potendo.
E la farò breve anche qua, riuscendo.
E ce ne accorgeremo tutti. Alla fine.
Siamo vicinissimi alla meraviglia.
domenica 3 maggio 2026
LA MUSICA DAPPERTUTTO
Milleduecento post ma, colpevolmente, pochi i riferimenti ad un qualcosa di cui difficile possa fare a meno.
La musica.
A casa, in auto, al pc, c’è sempre musica a tenermi compagnia, anche mentre scrivo, leggo, mangio, faccio altre cose.. ci pensavo ieri proprio mentre aggiornavo la “pennetta” che immancabilmente tengo in auto, sottofondo obbligatorio in qualsiasi spostamento.
Un interesse vivo pur non sapendo suonare alcuno strumento, e questo per mia colpa evidente, avendo sempre avuto un pianoforte dai miei, dove il mio papà si esibisce tutt’ora ad orecchio, da autodidatta, e con piacevoli ritorni acustici.
Tuttavia la
passione per la musica ascoltata, l’accaparramento di vinili e cd, la lettura
di rivista specializzate, i tanti concerti cui ho assistito, non è mai venuta
meno.
Il mio primo 45 giri è una rielaborazione di Waldo de Los Rios, la sinfonia n 40 in G minor di Mozart, il mio primo LP In rock, dei Deep Purple.
Due ricordi indelebili, assieme a tutta una memoria storica musicale che lega
momenti importanti (come la colonna sonora scelta per il matrimonio) e quindi diventa anche speciale macchina del tempo che ad ogni determinato ascolto ricrea
atmosfere e sobbalzi emotivi.
I gusti musicali poi si sono evoluti, ma
il rock è rimasto nel cuore, passando dal progressive ma con l’orecchio ad ogni
suono ed ogni genere che stimolasse curiosità, interesse, apprezzamento o anche
solo quiete dell’anima.
E voglio aggiungere la
capacità critica del non-musicista, quella dedizione che mi permette di cogliere
e cullarmi in maestrie e virtuosismi; musica come arredo insostituibile e
immancabile, come ora, mentre scrivo.
Qualcuno potrebbe storcere il naso se affermo che oggi sono un fan dei Coldplay, dei quali non perdo un album, ma l’attenzione accoglie i più svariati impulsi, anche da mondi musicali apparentemente lontani tra loro.
Singolare come sia potuto arrivare a tanta musica di cui sono ora particolare fruitore, magari dopo un ascolto casuale in strada, o dopo averne letto una recensione inconsueta, che mi ha orientato a scoprirne di più, o semplicemente curiosando in internet o su Youtube, o lasciando la tv di sottofondo su qualche canale specializzato..
Il pianoforte di mio padre, e quel suo
incantarsi volando tra i tasti, mi ricorda ogni volta che la musica si può
fare, ma le mie collezioni di LP e cd mi ricordano che la musica si può vivere e
celebrare comunque, nota dopo nota.



























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