sabato 27 giugno 2026

SCRIPTA LUDUS VOTATE TUTTI!!

 

Ed accolo il post con la gara degli Explicit..
mi raccomando, partecipate almeno al voto.. 
e chi non si è espresso con un proprio componimento
è atteso alla prossima prova.. giocate, giocate, giocate..
e grazie sempra alla nostra LUZ che intriga, stimola, ispira e crea!!



Scripta Ludus #9: gli explicit in gara

C
ari e care blogger, eccoci alla seconda fase del gioco. 
Sono arrivati sei explicit, i concorrenti si sono lasciati ispirare da tutte le immagini presenti. 

Come da regolamento, gli explicit in gara, pubblicati con riferimento all'immagine che ha ispirato la scrittura, sono qui di seguito elencati in ordine di arrivo e senza rivelarne l'autore/l'autrice, per mantenere il più possibile neutralità nel voto. 

⚠️ Ricordo a TUTTI i partecipanti di inviare la propria doppia preferenza (pena l'esclusione dal concorso) e raccomando a tutti coloro che leggeranno, partecipanti e non, di diffondere il post e invitare a inviare il proprio voto a tutti coloro che avranno il desiderio di eleggere l'autore/l'autrice dell'explicit migliore

❗❗❗Modalità di voto: inviate due preferenze (1° e 2° posto) indicando NUMERO IMMAGINE E NUMERO DELL'EXPLICIT PRESCELTO, entro le ore 9 di MARTEDI' 30 GIUGNO. Email: libriavela@gmail.com


Vinca il migliore!

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Immagine 1



EXPLICIT 1
C’è poco da dire: lei pallida, quasi raggomitolata sul sedile, come assente, io in piedi a fissarla in un equilibrio reso precario dagli scossoni del vagone e dalle turbolenze del mio cuore. Non una parola tra noi per tutto il tragitto, del resto abbiamo sempre parlato poco, ci siamo nutriti soprattutto di silenzi e di sguardi. Un’intesa che credevo perfetta, ora mastico e rimugino parecchi dubbi come un pasto indigesto. 
Tra poco sarà la sua fermata, una sentenza già scritta. Ci scambieremo di sicuro un cenno di saluto e forse avremo un fuggevole rammarico negli occhi. Dovrò superare l’insidia dell’istante, l’istinto devastante di seguirla quando scenderà o di trattenerla per un braccio, aspetta, parliamone. Ma parole così inutili sarebbero una beffa. No, nessuna parola, mi basterà tacere restando immobile come un bonzo tibetano, poi tutto sarà finito.

EXPLICIT 2
Il treno correva ormai da ore. Nel vagone il tempo sembrava essersi assopito tra il lieve oscillare delle carrozze e il sommesso brusio dei passeggeri. Nessuno faceva caso a quella donna seduta accanto al finestrino. Lei stringeva la borsa al petto con entrambe le mani, quasi custodisse qualcosa di fragile. Non un ricordo. Non un rimpianto. L'unico frammento di futuro che aveva deciso di salvare. Sotto la tesa del cappello gli occhi restavano nascosti a metà. Non erano occhi impauriti.
Erano gli occhi di chi aveva attraversato il dubbio e ne era uscito con una certezza. Fuori, il paesaggio continuava a scorrere. Dentro, tutto si era già fermato. La decisione non l'aveva presa su quel treno. Il viaggio era servito soltanto a darle il tempo di riconoscersi nella donna che aveva finalmente scelto di essere. Quando il convoglio rallentò, non si mosse subito. Rimase ancora un istante sospesa nel tempo, mentre gli altri continuavano il loro viaggio senza sapere che, accanto a loro, una vita aveva appena cambiato direzione. Poi sollevò appena il viso. Per la prima volta, nessuno stava decidendo per lei. Quando il treno si fosse fermato, ogni cosa sarebbe accaduta alle sue sole condizioni.

*****



Immagine 2


Explicit 1
Salgo qui da anni in questo luogo amico ed aspro per incontrare sguardo di vento, e trovare centro. Silenzio assoluto. Pace infinita. Vuoto che chiama e invita.
Mi arrampico tra i sassi e gli sterpi che mi graffiano le gambe e mi siedo a spalle diritte, senza appoggiarmi alla parete della torre che domina e guarda attonita lo scenario di montagne e valli tutto intorno. E sto ferma. Immobile.
È quando sono qui che accade il miracolo. È il vento che lo compie. Lui arriva puntuale, perché ci siamo dati appuntamento, si alza, soffia piano, almeno all’inizio, e poi si  impenna e si fa mossa audace e così comincia a scompigliarmi, mi arruffa pensieri e sensazioni, sconvolge senza riguardo l’assetto ordinato e prevedibile della mia vita, ci mette dentro suggerimenti sottili e suggestioni inedite e mi restituisce un’ispirazione creativa, una sequenza imprevista, o più spesso una rivelazione, una promessa, una sorta di presagio.
È già accaduto più di una volta, nelle ore morbide dell’alba silenziosa o della sera quando il sole discreto si fa da parte, e ormai so che questo incontro di aria e luce mi porterà annunci segreti e disegnerà futuro.
Sto qui in attesa complice ed aspetto che il vento faccia il suo lavoro. Mi faccio cava di parole e di domande e, mentre i capelli si lasciano stropicciare e scompaginare, io ascolto. 
Questa volta ho sentito un piccolo tremito nel ventre e il cuore si è stretto in un brivido di gioia. Una vibrazione improvvisa e involontaria che bussa ad essere ospitata.
Ecco, un’allusione di vita è arrivata, va solo segretamente custodita. 
Ora posso riprendere la via di casa, in discesa, sorridermi e fare spazio a ciò che sta arrivando a portare meraviglia. E scombinare definitivamente qualsiasi ordine.

*****



Immagine 3


EXPLICIT 1
Berto dopo il lungo viaggio si sedette sulla panchina sotto il glicine a riposare.
Guardò con occhio distratto lo sfacelo della casa dei suoi nonni. Muri scrostati, vetri infranti, erbacce ovunque e tanta desolazione. Solo il glicine sembrava non aver sofferto l'abbandono.
Era riuscito a tornare dalla guerra senza danni ma non riconosceva il luogo della sua infanzia.
Immaginò che doveva ricominciare da capo.

EXPLICIT 2
Alla fine Enzo era ritornato alla vecchia casa, quella degli ultimi anni con Giulia, prima della malattia, del ricovero, della fine. Una casa abbandonata che lo aveva come chiamato a lungo, che leccava ferite tenendo le cicatrici per sé.
Era forse solo il desiderio di restituire e restituirsi un’anima.
Oltre la portafinestra ormai senza quasi più vetri,  il cortile aveva ingoiato tutto.
Enzo non entrò subito,  rimase prima seduto fuori, come soggiogato, vuoto.
Contava i respiri come faceva in ospedale quando i monitor rallentavano quelli di Giulia.  Ma una volta entrato l’odore non era stantio, ma di tempo fermo; iniziò proprio da quell’infisso malmesso a raccogliere vetri, ogni scheggia gli ricordava una notte a vegliare, una frase non detta, una mano che non aveva coccolato abbastanza, li mise in un secchio e il suono sordo sembrò vagare irreale per le stanze.
La chiamò per nome la prima volta dopo tre anni trascorsi fuori, lontano, da un figlio quasi estraneo.
Comprese allora che riportare un’anima non era ricostruire, era accettare la crepa e fare entrare aria.
Prese un chiodo e un martello per appendere una foto di lei, di loro due al mare.
Appesa storta, come la sua vita, ma appesa.
E per la prima volta la casa smise di leccare ferite e cominciò ad abitarle.
Rimise a posto la porta con l’aiuto di un falegname, e quando l’ultimo cardine fu al suo posto e i vetri di nuovo intatti, Enzo aprì per far guardare dentro, per riconciliarsi col rumore del paese, del chiasso vivo, risistemò una brandina e dormì lì, senza incubi.
Sognò Giulia che gli diceva: “Lo vedi che lo spazio c’era?”. Al mattino piangeva lacrime salate e iniziò a parlare alla casa, e lei rispondeva con gli spifferi e le loro eco, le travi che si assestavano, era il nuovo loro dialogo, con Giulia sorridente dalla sua sedia, con la tazza in mano.
La crepa la lasciò, da lì entrava nuova luce.

EXPLICIT 3
Tornò in quel cortile e si sedette sulla panchina di fronte all’uscio diroccato della sua vecchia dimora; la schiena incurvata sotto il peso del cappotto che non scaldava più. Nessuno avrebbe saputo dire da quanto fosse lì: i minuti si allargavano in un tempo senza misura e i ricordi erano ancora intatti, anche se provenivano da stanze vuote, non più abitate dalle voci di bambini e dal canto di una madre che della leggiadria aveva fatto il suo stile di vita. Poteva ancora sentire il cigolio della sedia mentre lei vi si accomodava, il fruscio della gonna di cotone, il tintinnio ritmico dei ferri da calza e l’odore del caffè che usciva dalla porta aperta.
Era tornato per rivivere quei dettagli invisibili. 
La ghiaia del vialetto scricchiolò al passaggio di una ragazza, con uno zaino sulle spalle e un libro stretto al petto. Sfiorò il muro della casa: una scaglia di intonaco si staccò e cadde a terra, poi si voltò verso la panchina. Per un istante i suoi occhi si fermarono lì, senza trovare nulla, eppure si strinse nel suo cappotto, come se un brivido di freddo l’avesse improvvisamente attraversata. Si accomodò accanto all’ombra proiettata dall’albero e mentre gli ultimi raggi di sole filtravano tra le foglie, disegnando trame geometriche sul pavimento di pietra, lui continuò indisturbato a vegliare. Fino a quando ci fosse stata anche una sola pietra a ricordare il profilo di quella casa e la vita che l’aveva animata, sarebbe rimasto seduto su quella panchina, eterno custode di un amore che perfino la morte non aveva avuto la forza di cancellare.


Scadenza: martedì 30 giugno, ore 9
Email: libriavela@gmail.com


mercoledì 24 giugno 2026

UN'ALTRA SCAURI


Un’altra Scauri, per la prima volta in un hotel d’elite (per gli standard locali) che ci ha ospitato con una cortesia tutta speciale e che ha sollecitato la riapertura di scrigni di memoria sopita e nostalgie intatte. Felici di aver riportato papà, consapevoli anche che potrebbe non ripresentarsi un’altra occasione. 


Farlo passeggiare in lungo e largo, seppur in carrozzina, gli ha permesso di rivedere e rievocare una vita intera di ricordi, bellezza, serenità, che si accavallavano magicamente all’appello, lasciando in disparte, almeno per un momento, le assenze attuali, i malanni, la fatica del gestire un’esistenza piena,  passeggiando per le vie del centro e sul lungomare,  rispolverando anche con mia sorella, decenni di vacanze sempre ricche, desiderate, irrequiete, magiche. 


Qui ti parlano i terrazzi, le vie, gli scorci al mare, ogni stabilimento una storia e tutto che riaffiora improvviso e nitido generato spesso da scenografie intatte.. è allora che pensi quanto siamo temporanei, quanto il tempo si faccia beffe di tanti nostri capisaldi e sommerga ogni cosa della medesima patina di caducità  cui importa poco cosa riusciamo a scavare di diverso, posti di nuovo a contatto in un’esistenza che non è più. Come sulla DeLorean di Ritorno al futuro. 

In realtà ce lo agitiamo addosso certo futuro, e a volte vorremmo scrollarcelo, rimanendo attaccati ai ricordi. 

Ci ostiniamo.


Prenotiamo hotel di semi lusso come  si prenota un atto di fede, spingiamo  la carrozzina sulla stessa mattonella sconnessa di trent’anni fa, eppure fila liscia, non inciampa, scivola. 

Perché Scauri non giudica il tempo, lo archivia, ti guarda tornare diverso e finge di non accorgersene, per lasciarti l’illusione che sia lei a essere rimasta uguale, è riportare qualcuno che quella casa è come l’avesse dentro, anche se le gambe non rispondono più come prima. 


E noi figli, diventati custodi, scopriamo che la vacanza non era il mare, ma era quel breve, minimo permesso di diventare temporanei, nello stesso fotogramma, prima che la patina ricopra di nuovo tutto

Un’altra Scauri perché l’amore, l’affetto, chiedono sempre un’altra volta. 

Anche solo per poter dire: “Vedi? Ci siamo ancora”. E il mare lo sa. Scauri lo sa.






giovedì 4 giugno 2026

DUE BAMBINI PER MANO

 


Due bambini per mano: lei stretta al papà, un uomo alto e robusto, lui alla mamma, una donna tenera e sorridente. 

Nove anni lei, sei lui. 

Passeggiano sul lungomare di Scauri, nell’estate del 1966. 

Si scorgono tra le bancarelle affollate, tra l’odore di dritto e rovescio di camicie, pantaloni e magliette usate.
Poi, sfuggendo per un attimo al controllo dei grandi, deviano dal percorso e si ritrovano nel lido dirimpetto.

Sembra quasi che qualcuno li abbia disegnati apposta, uno per l’altra. 

Sono entrambi scuri di capelli e carnagione, stessi occhi vivaci e neri, lei  però minuta e fragile, lui sorriso contagioso e pieno, di una corporeità spontanea che si fa vicina, si accosta con grazia naturale, e in un baleno l’incertezza iniziale, impacciata, diventa improvvisamente disinvolta.

Si tolgono i sandali, li lasciano appaiati al bordo della spiaggia, e cominciano a correre scalzi, giocando su quella riva, ridendo complici con una risacca giovane e spumeggiante.

Raccolgono conchiglie e se ne donano l’eco all’orecchio; osservano l’orizzonte lontano mentre un timido sogno sfiora quell’incoscienza bambina che li tiene uniti, sinceri, liberi.

È un’arcana cabala, una congiuntura astrale che si esprime nel tocco leggero delle loro piccole mani, sospese tra la sabbia e un primo sole che già scalda la pelle.

Come ti chiami? sembra dire uno dei due, forse il più piccolo e il più audace.

La bimba alza lo sguardo incerta come a chiedere permesso e mettere confidenza, prima di una rivelazione. Tace. 

Poi si china, prende in mano una piccola pietra pallida di rosa, la osserva un attimo e gliela porge. Il bambino guarda esterrefatto, prende quell’oggetto levigato e delicato tra le manine paffute e sente che una luce chiara si sprigiona sottile, sale e contagia veloce il cuore. È come un brivido che parte dalla pelle ma mira altrove.

Si guardano un attimo, sguardo attento, diritto, e lei dice: E tu?

Lui si sente esplodere e la parola che contiene il nome facile che gli appartiene si incaglia in gola, si distoglie un attimo e corre via, mette i piedi e gli occhi per terra e fruga intorno, freneticamente, fino a che si ferma e sorride ad una piccola conchiglia, la solleva e spolvera appena la sabbia umida che la appanna, ci soffia sopra un alito tiepido e torna da lei che lo aspetta e lo osserva attenta, come volesse misurare in anticipo la risposta che sta per arrivare.

Lui la guarda e fa un cenno, la bimba allora apre la mano magra e lui ci deposita dentro il suo dono marino e con un tocco lieve la stringe.

Lei si ritrae appena, come avesse sentito una fitta, si guarda il palmo della mano e il piccolo segno rotondo che ci è rimasto stampato sopra.

Ridono, ognuno con un regalo in mano, e senza aggiungere parole riprendono a giocare e rincorrersi.

 Ma è questione di attimi.  Quell’incontro rimane furtivo, rapido e impregnato di un’alea di mistero, perché improvvisamente la mamma e il papà dall’alto li richiamano all’ordine, ognuno gridando a voce alta  il nome del proprio figlio.

Uno scoppio di risata cristallina e ingenua invade la spiaggia e arriva al largo, a farsi onda increspata.

Loro si siedono obbedienti sullo scalino di pietra, si tolgono la sabbia attaccata ai piedi, rimettono lentamente i sandali puliti, mentre le due famiglie scambiano ancora  quattro chiacchiere, salutandosi tra cortesi convenevoli e i complimenti di rito. Arrivano da Roma entrambe, ma innamorati di quella costiera che da Ulisse si allunga fino in piena Campania. La bimba, però, porta dentro il sangue napoletano; lui rimarrà romano verace.

Curioso constatare come quei giochi, quei sorrisi, quell’intesa improvvisa e allegra non li vedrà mai più insieme sulla medesima spiaggia.

Ne calpesteranno di infinite in comune, certo, ma mai nello stesso istante.

Doneranno amori e batticuore, parole, promesse e incanti, tuttavia mai più ripercorrendo le stesse orme, o sorridendosi addosso con lo stesso respiro.

Saranno sentieri lontani.

A volte si intrecceranno persino con vicende stranamente affini, parallele, sfiorandosi senza sapersi, ma senza mai ritrovare il fiatone, le risa e quel modo di battere del cuore che era appartenuto solo a quel giorno, a Scauri.

Non accadrà mai più, per tutta la vita.

Dovranno passare esistenze intere, quasi un’era geologica, perché quelle curiose congiunture astrali riallineino ogni disegno possibile rimettendoli, di nuovo, uno sulla via dell’altro, con una potenza visionaria paziente, tenace, prodigiosa.

Inizi di un tiepido autunno romano del 2026.

Campo dei Fiori di sfondo, con la sua celebre statua in alto, a guardia del pensiero libero e di una piazza trasformata in vetrina di souvenir per turisti, poche bancarelle di frutta e verdura a colorare la vita di un tempo ormai scomparso.

Di lato, nascosta, una piccola libreria che sopravvive al vociare sguaiato e offre il silenzio profumato di carta stampata e varie sale che si susseguono ordinatamente, una dentro l’altra.

Nell’ultimo ambiente, quasi in penombra, colmo di pubblicazioni di tutti i tipi e delle ultime novità letterarie, una donna non più giovane è assorta a sfogliare un libro che l’ha attratta, guarda le pagine che quasi accarezza, quando un uomo brizzolato e sorridente si avvicina e comincia a frugare tra gli scaffali, in silenzio.

Appena un cenno di saluto, discreto, cortese. Ognuno cerca qualcosa, senza sapere esattamente cosa, sospinto da una curiosità che va a toccare, scorrere titoli e quarte di copertine e perfino odorare ciò che ogni libro può segretamente offrire.

E in silenzio ne ascoltano l’eco. Come a coglierne il segreto, a intuirlo, prima di sceglierlo e portarlo via.

All’improvviso un tonfo sordo. Un libro si è improvvisamente staccato dall’alto ed è caduto sul pavimento, alla base della libreria.
L’uomo e la donna si guardano stupiti, sul viso un punto interrogativo. Si voltano. Nessuna altra presenza umana in sala.
Quiete totale. Sono assolutamente soli. Attoniti.

Entrambi si avvicinano al libro, per verificarne lo stato di salute, mentre é ancora a terra, tutto scompaginato. 

L’uomo lo raccoglie e lo osserva, è integro, lo richiude delicatamente, é un’edizione illustrata de “Il piccolo libro delle conchiglie. Gemme della natura.”

Lei è chinata a terra, accanto a lui, troppo vicina per non accorgersi di un soffio come di vaga salsedine che le arriva sul viso, vacilla appena, si appoggia a uno scaffale per rialzarsi e dice con un filo di voce:  “Amo le conchiglie, ne faccio collezione.. da quando ero bambina.. A lei interessano?”

L’uomo non risponde a tono,  riesce appena a dire: “sì, anch’io amo da sempre il mare e tutto ciò che esprime ed evoca, e a cui non so dare nome..”

Poi prende il libro sopravvissuto e glielo porge. “Le piace? Posso regalarglielo o si offende? Sa, non è così comune che un libro decida di tuffarsi dalla cima di uno scaffale e mi spiacerebbe non coglierne il senso. O sprecarlo.”

Le mani si lambiscono appena e qualcosa che somiglia a un brivido di brezza marina fa sorridere entrambi.

Forse nessuno dei due ricorda distintamente un episodio che li aveva sorpresi a rincorrersi e ridere allegramente molti anni prima, la memoria sbiadisce e lascia solo delle tracce sottili sotto pelle o sul palmo di una mano.

Ma stavolta, quelle mani giocose che un tempo si erano solo sfiorate, come in una promessa implicita di gioco e intesa profonda, sapranno riconoscersi.

E si terranno salde, per il gioco più bello del mondo:
quello a non lasciarsi mai più.

 


lunedì 18 maggio 2026

SOLO PER DISSETARSI

 


Alla soglia degli ottant'anni, Sandro viveva come un prigioniero rassegnato. Le mura di casa sembravano trasudare l'ombra di un fato ormai ripiegato su se stesso: quello di sua moglie, malata da tempo, depressa e china al destino.
Lui la accudiva con dedizione silenziosa, ma con lo sguardo perennemente rivolto all'indietro, incagliato in un'altra età in cui avrebbe potuto prendere decisioni vitali che non aveva mai avuto il coraggio di affrontare.

A tenerlo in vita, oggi, era un filo sottilissimo e ostinato. Un'anomalia sentimentale che non aveva nulla di morboso, ma tutto di una disperata, vitale necessità: il legame con l'altro, vero e unico amore della sua vita.

Quella che in gioventù era stata una tempesta emotiva, si era decantata nel tempo trasformandosi in premurosa amicizia. Lei era la sua chimera e, al contempo, la sua unica costante reale; un sogno di balsa mai disancorata, avvolto in un vagheggiamento antico che sopravviveva intatto forse perché non aveva mai dovuto misurarsi con la quotidianità.

Le loro vite avevano preso strade parallele, eppure lei non si era mai davvero eclissata.
Perché lo faceva? Perché rispondeva ogni giorno a quell'uomo invecchiato nei propri rimpianti? Non per pietà, ma in nome di un'antica, profonda, tenerezza.
Lei gli offriva una quotidiana carezza telefonica, facendosi sponda generosa e discreto salvavita.
Ascoltava le fatiche di lui, i racconti su quella moglie ormai irrecuperabile, accogliendoli con la memoria ormai sbiadita ma delicata, di ciò che magari sarebbero potuti essere insieme.
Da parte di lei era rimasto un tratto di profonda, rispettosa amicizia, un morbido trait d’union, cosciente di quietarsi nel sogno irrealizzato.

La moglie, che Sandro non aveva saputo rinnegare quando ne avrebbero avuto tempo ed energia, era sopravvissuta alle bufere del cuore.
Ora, divenuta relitto bisognoso di cure, non poteva certo essere abbandonata alla deriva.
Se in gioventù Sandro aveva fallito nel coraggio dell'amore, oggi un'etica ferrea lo legava a doveri coniugali assoluti.
Scontava la sua pena di rimpianti, ma trovava il suo riscatto morale in questa assistenza quotidiana.

Quel sogno svanito senza il coraggio di disegnarsi futuro, continuava a respirare.
Due volte al giorno.
Una breve telefonata al mattino per schiudere la giornata, una la sera per rincuorare la notte.
Pochi secondi laconici in cui il tempo si azzerava.

Era l'affaccio sul rimpianto per lui, accolto dalla cortese, infinita grazia di lei, sogno di ogni uomo che può impazzire di desiderio.
«Ciao Sandro, buongiorno!» squillava la voce dall'altra parte della cornetta, vivida e leggera.
E lui, chiudendo gli occhi per isolarsi un istante dalla stanza in penombra, sussurrava:
«Ciao amore». Senza malizia, senza illusioni.
Solo per dissetarsi, per un minuto almeno, a quella felicità dissipata a suo tempo, e che ora doveva bastargli per sopravvivere.

 


mercoledì 13 maggio 2026

I CORTI

Adoro i corti. Come adoro i racconti in letteratura. Ho visto sperimentazioni visive che mi hanno colmato l’anima e letto indimenticabili romanzi di cinquanta righe. Ridurrei la vita in aforisma, potendo.

E la farò breve anche qua, riuscendo.

Si è scritto molto, paradossalmente, sui corti, ma le troppe chiacchiere sono già in contraddizione con l’oggetto. Ovviamente chi fa corti principalmente vuole ovviare ai costi, inutile girarci attorno, chi decide poi di specializzarsi in spot e videoclip sacrifica magari la verve artistica ma se è un fenomeno ne uscirà alla grande. Col messaggio e anche con la grana.
La visibilità si è moltiplicata, appunto con canali tematici (musicali), invasioni pubblicitarie e strumenti quali youtube che permettono ad un corto, altrimenti invisibile, di poter alzare la voce.
Ma apro anche uno spiraglio d’incanto con questo estratto da Anti-100 Years of Cinema Manifesto di Jonas Mekas: “In tempi di produzioni opulente, spettacolari, da cento milioni, voglio prendere la parola in favore dei piccoli, invisibili atti dello spirito umano. (…) Voglio celebrare le forme del cinema piccole, le forme liriche, la poesia , l’acquerello, lo studio, lo schizzo, la cartolina, l’arabesco, il sonetto, la bagatella e la canzoncina in 8 millimetri (…) La vera storia del cinema è la storia invisibile - una storia di amici che si trovano insieme per fare quello che amano fare - per noi il cinema inizia a ogni nuovo ronzio di proiettore, a ogni nuovo ronzio delle nostre macchine da presa, i nostri cuori balzano in avanti, amici miei!” 
Poesia ragazzi!.. cos’altro se non un corto per l’anima?…

La vita è un cortometraggio (Enrico Ghezzi). 
E ce ne accorgeremo tutti. Alla fine.

Ed a sigillo vi piazzo, in appena cinque minuti di video, un concentrato di grandissimo impatto emotivo, un intreccio di avventura, thriller, poesia e commozione, atmosfere incantate, un perfetto montaggio che sdoppia il piano visivo e temporale coinvolgendoci in rapide dinamiche, il tutto calato in un tempo fantasy con i suoi mille segreti da svelare.
Qui andiamo oltre il corto cinematografico.

Siamo vicinissimi alla meraviglia.








domenica 3 maggio 2026

LA MUSICA DAPPERTUTTO

 


Milleduecento post ma, colpevolmente, pochi i riferimenti ad un qualcosa di cui difficile possa fare a meno. 

La musica.

A casa, in auto, al pc, c’è sempre musica a tenermi compagnia, anche mentre scrivo, leggo, mangio, faccio altre cose.. ci pensavo ieri proprio mentre aggiornavo la “pennetta” che immancabilmente tengo in auto, sottofondo obbligatorio in qualsiasi spostamento.

Un interesse vivo pur non sapendo suonare alcuno strumento, e questo per mia colpa evidente, avendo sempre avuto un pianoforte dai miei, dove il mio papà si esibisce tutt’ora ad orecchio, da autodidatta, e con piacevoli ritorni acustici. 

Tuttavia la passione per la musica ascoltata, l’accaparramento di vinili e cd, la lettura di rivista specializzate, i tanti concerti cui ho assistito, non è mai venuta meno.

Il mio primo 45 giri è una rielaborazione di Waldo de Los Rios, la sinfonia n 40 in G minor di Mozart, il mio primo LP In rock, dei Deep Purple. 

Due ricordi indelebili, assieme a tutta una memoria storica musicale che lega momenti importanti (come la colonna sonora scelta per il matrimonio) e quindi diventa anche speciale macchina del tempo che ad ogni determinato ascolto ricrea atmosfere e sobbalzi emotivi.

I gusti musicali poi si sono  evoluti, ma il rock è rimasto nel cuore, passando dal progressive ma con l’orecchio ad ogni suono ed ogni genere che stimolasse curiosità, interesse, apprezzamento o anche solo quiete dell’anima. 
E voglio aggiungere la capacità critica del non-musicista, quella dedizione che mi permette di cogliere e cullarmi in maestrie e virtuosismi;  musica come arredo insostituibile e immancabile, come ora, mentre scrivo.

Qualcuno potrebbe storcere il naso se affermo che oggi sono un fan dei Coldplay, dei quali non perdo un album, ma l’attenzione accoglie i più svariati impulsi, anche da mondi musicali apparentemente lontani tra loro. 

Singolare come sia potuto arrivare a tanta musica di cui sono ora particolare fruitore, magari dopo un ascolto casuale in strada, o dopo averne letto una recensione inconsueta, che mi ha orientato a scoprirne di più, o semplicemente curiosando in internet o su Youtube, o lasciando la tv di sottofondo su qualche canale specializzato..

Il pianoforte di mio padre, e quel suo incantarsi volando tra i tasti, mi ricorda ogni volta che la musica si può fare, ma le mie collezioni di LP e cd mi ricordano che la musica si può vivere e celebrare comunque, nota dopo nota.



 

  


giovedì 23 aprile 2026

NOVAFELTRIA E LA VALMARECCHIA

Poggio

La magia di Novafeltria, e della Valmarecchia, rimane addosso ad un romano che per un paio di giorni voglia abbandonare l’ostinato caos della capitale, tirando il fiato in uno speciale limbo sospeso tra quiete, natura ed arte. 


L’occasione era conoscere finalmente, di persona, l’amico e blogger Riccardo Giannini, il mitico Riky. E poter vedere uno sguardo, dare vita ad una foto;  timbro, ad un tono di voce; sorriso, ad una entità virtuale con la quale è comunque sempre esistita empatia - confermatissima da questo piacevole incontro -. 

Sant'Agata Feltria

E aggiungo il magnifico impatto con l’ambiente e le persone incontrate, tutte sorridenti, affabili, cordiali, disponibili.. un qualcosa di un’anomalia folle rispetto agli algidi e scontanti standard relazionali cui siamo abituati nella metropoli. 


Dal barista al giornalaio, dal gestore del b&b all’addetto della biglietteria di San Leo, ognuno prodigo di attenzione, cortesia, sensibilità.. robe davvero da non credere. 


Un piccolo paradiso dove appaiono evidenti l’assenza di stress, i ritmi dilatati e la sensazione palpabile che la fretta sia quasi un parametro sconosciuto a queste latitudini, se poi sommiamo la mia intolleranza alle atmosfere romane, indubbio che esperienze del genere finiscano per lasciare tracce indelebili. 

San Leo

Ho visitato rocche, chiese e manieri, traversato campagne, sfidato l'orlo dei calanchi, praticamente da solo, mentre il mio amico lavorava, difficile incontrare anche altri turisti, altre ombre oltre la mia, curiosa e sorpresa quanto me. 


Eden incontrastati dove la natura è nettamente in vantaggio su tutto, una vallata di solchi ramificati diventa set quasi fantascientifico, tra corsi d’acqua puntellati di minimi borghi, ognuno con la sua storia ben esposta sul petto, ognuno con uno spirito di accoglienza a rendere protagonista anche il visitatore casuale.

Calanchi del Maioletto

E l’amplificazione del silenzio sicuramente un effetto di scarso impatto sui residenti; loro sono abituati bene. 


Noi che giungiamo da mondi estremi invece, facciamo fatica ad elaborare queste pause che ti ingoiano e abbracciano di vicolo, di sentiero, di piazza; ti sbattono cielo e orizzonti tutt’attorno e il paesaggio si disegna come intuito dai tuoi desideri, e non ti stancheresti mai, stordito di bellezza stratificata. 


Continuo rigenerato e rapito fino ad addentrarmi, sulla strada del ritorno, tra le pendici del Fumaiolo e scoprire le meravigliose cascate dell’Alferello, acque limpide e rampanti.. 
se penso che il Tevere nasce qua, e tra qualche ora ci ritroveremo a Roma assieme..  entrambi sfibrati e inguardabili..

Alferello