giovedì 26 settembre 2013

SACRO GRA - LEONE D'ORO A VENEZIA 2013

E’ una recensione anomala la mia.

Nella fattispecie: molto di parte.
Sono romano de Roma. Nasco praticamente col GRA.
Faccio il raccordo” è una frase idiomatica d'uso universalmente riconosciuto, nella galassia capitolina.
Lo pratico in entrambi sensi: interno, esterno, orario ed anti.
Lungo i suoi 68 chilometri ho battezzato il mio primo, emozionante, “anello” in bicicletta.
Il GRA mi ha visto passeggiare e giocare a pallone nelle domeniche dell'austerity con le auto costrette in garage.

Ci ho anche fuso un motore, per correre da un vecchio amore.
L'ho percorso con la neve, la grandine, la pioggia torrenziale, il vento a raffica ed il sole che squagliava il catrame.
Ho incidentato anche, sul GRA, e ci sono rimasto senza benzina.
L'ho transitato col carro attrezzi, ed attraversato stupidamente a piedi, al tempo delle sfide di adolescenza sbruffona.
L’ho visto crescere, da due timide corsie a tre, spesso insufficienti.
Sono uscito ed entrato da tutte le sue uscite e tutte le sue entrate (che non sono poche), ho testato tutte le sue “inversioni di marcia”, dato appuntamenti e preso buche (in tutti i sensi).
Il mio scooter, re della corsia d'emergenza, ne conosce infossamenti e cicatrici, ne ho utilizzato tutte le aree di servizio, fatto la spesa di notte e di giorno.


Certo non tutti i giorni, ma ieri c’ero e lo prenderò anche domani.
La sua forza centrifuga mi ha proiettato, alternativamente, verso il mare, la neve, i castelli romani, la Tuscia.
O anche solo da nord a sud e viceversa, che a Roma è già “viaggio”.
Quella centripeta verso i palazzoni che si divorano gli ultimi appezzamenti di verde asfittico, e vorrebbero uscirne e scavalcarlo con un salto, scrollandosi da quell’amorevole abbraccio.
Faccio ogni volta l'amore con l'Ikea che spunta dalle sue sponde di guardrail consunto, sogno di puntare Fiumicino ed un aereo tutto per me, scorgo la neve appenninica e slalomeggio con l'auto, come su un mio personale circuito.
Ma ne sono rimasto anche ostaggio, nel traffico ossidato, e spesso per ore, a sognare un'uscita da (in)gorghi indicibili, a scrivere mille sms, a leggere il giornale o interi capitoli di libri, fermo o ad indolente passo d’uomo, sbirciando le altre auto, colme anch’esse di speranze e rabbie, a sbirciare fuori dal guscio, a loro volta.
E di nuovo, mi sono ritrovato ostaggio, ieri al cinema.
Dove Rosi ha preso spunto dal nostro raccordo - intrigato dal calembour dell’acronimo GRA che giocava con un calice decisamente più famoso -, trasformandolo in pretestuoso perimetro di vita da consolari, di viottoli bui, lucciole da bar, chioschi balordi, stradine abbandonate, ricovero di reietti ed emarginati, figuri e figuranti, case popolari e decadute ville kitsch, ma tutto assimilabile alle periferie dismesse di mezza Italia e senza alcun “raccordo” tra loro: pescatori di anguille, prostitute fuori tempo massimo, cacciatori di “punteruoli”: tutti costretti a recitare malissimo, spesso ridicole macchiette, qualche rarissimo flash di fotografia sognante col GRA di sguincio, contro mille inquadrature da incubo pseudocinematografico, scorci di vita fradicia e personaggi a margine che il GRA non sanno neanche dove si prende, più altre, inconciliabili, parentesi (come le salme riesumate, i russi cerimonieri, i camerieri fotoromanzati), spesso con nulla di, neanche apparentemente, relazionabile tra loro.

Ma cosa pensavano di cogliere dal mio GRA?!

E scorgere in questi giorni, sui display elettronici del mio raccordo, la scritta: “Il vostro GRA vince il Leone d’Oro”, 


suscita tenerezza mista a risentimento.. chissà se quell’asfalto potesse andare al cinema... urlerebbe SOS, come le colonnine che ad intervalli regolari vengono in aiuto all’automobilista in panne...
Due anni di riprese di grande raccordo anulare più otto mesi di montaggio - mi dicono - e non percepirne uno straccio di spirito di connivenza coi romani, ma solo quello pruriginoso di un regista da filmetto amatoriale, che coi fotoromanzi, immagino, se la cava probabilmente meglio...
In uno dei siparietti più deprimenti, un padre “ottocentesco” si affaccia alla finestra ed indicando lontano esclama alla figlia inchiodata al computer...: “il cupolone si vede anche da qua, incredibile” (si vede che non s'era mai affacciato prima...).
Avrebbe anche potuto dire: “il raccordo si vede anche da qua, incredibile”.
Cosi come l'ha visto Rosi, perché è proprio cosi che l'ha visto 'sto regista.




Da lontanissimo. 
Sbiadito e nebuloso come l'autentico anello di Saturno chiamato in causa ad inizio docufilm.
Altro che Leone d'Oro.

Io neanche un Gatto Randagio di Plastica gli avrei dato...  

2 commenti:

  1. Sarà anche anomala, ma questa tua analisi mi è piaciuta parecchio.
    (Non ho visto il "film", che sinceramente mi ispira davvero poco).

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  2. Grazie! Non l'avrei visto neanche io senza tanto battage e senza premi... ma è preoccupante (almeno per me..) il trend di sviolinature a favore... ;)

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