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sabato 27 giugno 2026

SCRIPTA LUDUS VOTATE TUTTI!!

 

Ed accolo il post con la gara degli Explicit..
mi raccomando, partecipate almeno al voto.. 
e chi non si è espresso con un proprio componimento
è atteso alla prossima prova.. giocate, giocate, giocate..
e grazie sempra alla nostra LUZ che intriga, stimola, ispira e crea!!



Scripta Ludus #9: gli explicit in gara

C
ari e care blogger, eccoci alla seconda fase del gioco. 
Sono arrivati sei explicit, i concorrenti si sono lasciati ispirare da tutte le immagini presenti. 

Come da regolamento, gli explicit in gara, pubblicati con riferimento all'immagine che ha ispirato la scrittura, sono qui di seguito elencati in ordine di arrivo e senza rivelarne l'autore/l'autrice, per mantenere il più possibile neutralità nel voto. 

⚠️ Ricordo a TUTTI i partecipanti di inviare la propria doppia preferenza (pena l'esclusione dal concorso) e raccomando a tutti coloro che leggeranno, partecipanti e non, di diffondere il post e invitare a inviare il proprio voto a tutti coloro che avranno il desiderio di eleggere l'autore/l'autrice dell'explicit migliore

❗❗❗Modalità di voto: inviate due preferenze (1° e 2° posto) indicando NUMERO IMMAGINE E NUMERO DELL'EXPLICIT PRESCELTO, entro le ore 9 di MARTEDI' 30 GIUGNO. Email: libriavela@gmail.com


Vinca il migliore!

****************


Immagine 1



EXPLICIT 1
C’è poco da dire: lei pallida, quasi raggomitolata sul sedile, come assente, io in piedi a fissarla in un equilibrio reso precario dagli scossoni del vagone e dalle turbolenze del mio cuore. Non una parola tra noi per tutto il tragitto, del resto abbiamo sempre parlato poco, ci siamo nutriti soprattutto di silenzi e di sguardi. Un’intesa che credevo perfetta, ora mastico e rimugino parecchi dubbi come un pasto indigesto. 
Tra poco sarà la sua fermata, una sentenza già scritta. Ci scambieremo di sicuro un cenno di saluto e forse avremo un fuggevole rammarico negli occhi. Dovrò superare l’insidia dell’istante, l’istinto devastante di seguirla quando scenderà o di trattenerla per un braccio, aspetta, parliamone. Ma parole così inutili sarebbero una beffa. No, nessuna parola, mi basterà tacere restando immobile come un bonzo tibetano, poi tutto sarà finito.

EXPLICIT 2
Il treno correva ormai da ore. Nel vagone il tempo sembrava essersi assopito tra il lieve oscillare delle carrozze e il sommesso brusio dei passeggeri. Nessuno faceva caso a quella donna seduta accanto al finestrino. Lei stringeva la borsa al petto con entrambe le mani, quasi custodisse qualcosa di fragile. Non un ricordo. Non un rimpianto. L'unico frammento di futuro che aveva deciso di salvare. Sotto la tesa del cappello gli occhi restavano nascosti a metà. Non erano occhi impauriti.
Erano gli occhi di chi aveva attraversato il dubbio e ne era uscito con una certezza. Fuori, il paesaggio continuava a scorrere. Dentro, tutto si era già fermato. La decisione non l'aveva presa su quel treno. Il viaggio era servito soltanto a darle il tempo di riconoscersi nella donna che aveva finalmente scelto di essere. Quando il convoglio rallentò, non si mosse subito. Rimase ancora un istante sospesa nel tempo, mentre gli altri continuavano il loro viaggio senza sapere che, accanto a loro, una vita aveva appena cambiato direzione. Poi sollevò appena il viso. Per la prima volta, nessuno stava decidendo per lei. Quando il treno si fosse fermato, ogni cosa sarebbe accaduta alle sue sole condizioni.

*****



Immagine 2


Explicit 1
Salgo qui da anni in questo luogo amico ed aspro per incontrare sguardo di vento, e trovare centro. Silenzio assoluto. Pace infinita. Vuoto che chiama e invita.
Mi arrampico tra i sassi e gli sterpi che mi graffiano le gambe e mi siedo a spalle diritte, senza appoggiarmi alla parete della torre che domina e guarda attonita lo scenario di montagne e valli tutto intorno. E sto ferma. Immobile.
È quando sono qui che accade il miracolo. È il vento che lo compie. Lui arriva puntuale, perché ci siamo dati appuntamento, si alza, soffia piano, almeno all’inizio, e poi si  impenna e si fa mossa audace e così comincia a scompigliarmi, mi arruffa pensieri e sensazioni, sconvolge senza riguardo l’assetto ordinato e prevedibile della mia vita, ci mette dentro suggerimenti sottili e suggestioni inedite e mi restituisce un’ispirazione creativa, una sequenza imprevista, o più spesso una rivelazione, una promessa, una sorta di presagio.
È già accaduto più di una volta, nelle ore morbide dell’alba silenziosa o della sera quando il sole discreto si fa da parte, e ormai so che questo incontro di aria e luce mi porterà annunci segreti e disegnerà futuro.
Sto qui in attesa complice ed aspetto che il vento faccia il suo lavoro. Mi faccio cava di parole e di domande e, mentre i capelli si lasciano stropicciare e scompaginare, io ascolto. 
Questa volta ho sentito un piccolo tremito nel ventre e il cuore si è stretto in un brivido di gioia. Una vibrazione improvvisa e involontaria che bussa ad essere ospitata.
Ecco, un’allusione di vita è arrivata, va solo segretamente custodita. 
Ora posso riprendere la via di casa, in discesa, sorridermi e fare spazio a ciò che sta arrivando a portare meraviglia. E scombinare definitivamente qualsiasi ordine.

*****



Immagine 3


EXPLICIT 1
Berto dopo il lungo viaggio si sedette sulla panchina sotto il glicine a riposare.
Guardò con occhio distratto lo sfacelo della casa dei suoi nonni. Muri scrostati, vetri infranti, erbacce ovunque e tanta desolazione. Solo il glicine sembrava non aver sofferto l'abbandono.
Era riuscito a tornare dalla guerra senza danni ma non riconosceva il luogo della sua infanzia.
Immaginò che doveva ricominciare da capo.

EXPLICIT 2
Alla fine Enzo era ritornato alla vecchia casa, quella degli ultimi anni con Giulia, prima della malattia, del ricovero, della fine. Una casa abbandonata che lo aveva come chiamato a lungo, che leccava ferite tenendo le cicatrici per sé.
Era forse solo il desiderio di restituire e restituirsi un’anima.
Oltre la portafinestra ormai senza quasi più vetri,  il cortile aveva ingoiato tutto.
Enzo non entrò subito,  rimase prima seduto fuori, come soggiogato, vuoto.
Contava i respiri come faceva in ospedale quando i monitor rallentavano quelli di Giulia.  Ma una volta entrato l’odore non era stantio, ma di tempo fermo; iniziò proprio da quell’infisso malmesso a raccogliere vetri, ogni scheggia gli ricordava una notte a vegliare, una frase non detta, una mano che non aveva coccolato abbastanza, li mise in un secchio e il suono sordo sembrò vagare irreale per le stanze.
La chiamò per nome la prima volta dopo tre anni trascorsi fuori, lontano, da un figlio quasi estraneo.
Comprese allora che riportare un’anima non era ricostruire, era accettare la crepa e fare entrare aria.
Prese un chiodo e un martello per appendere una foto di lei, di loro due al mare.
Appesa storta, come la sua vita, ma appesa.
E per la prima volta la casa smise di leccare ferite e cominciò ad abitarle.
Rimise a posto la porta con l’aiuto di un falegname, e quando l’ultimo cardine fu al suo posto e i vetri di nuovo intatti, Enzo aprì per far guardare dentro, per riconciliarsi col rumore del paese, del chiasso vivo, risistemò una brandina e dormì lì, senza incubi.
Sognò Giulia che gli diceva: “Lo vedi che lo spazio c’era?”. Al mattino piangeva lacrime salate e iniziò a parlare alla casa, e lei rispondeva con gli spifferi e le loro eco, le travi che si assestavano, era il nuovo loro dialogo, con Giulia sorridente dalla sua sedia, con la tazza in mano.
La crepa la lasciò, da lì entrava nuova luce.

EXPLICIT 3
Tornò in quel cortile e si sedette sulla panchina di fronte all’uscio diroccato della sua vecchia dimora; la schiena incurvata sotto il peso del cappotto che non scaldava più. Nessuno avrebbe saputo dire da quanto fosse lì: i minuti si allargavano in un tempo senza misura e i ricordi erano ancora intatti, anche se provenivano da stanze vuote, non più abitate dalle voci di bambini e dal canto di una madre che della leggiadria aveva fatto il suo stile di vita. Poteva ancora sentire il cigolio della sedia mentre lei vi si accomodava, il fruscio della gonna di cotone, il tintinnio ritmico dei ferri da calza e l’odore del caffè che usciva dalla porta aperta.
Era tornato per rivivere quei dettagli invisibili. 
La ghiaia del vialetto scricchiolò al passaggio di una ragazza, con uno zaino sulle spalle e un libro stretto al petto. Sfiorò il muro della casa: una scaglia di intonaco si staccò e cadde a terra, poi si voltò verso la panchina. Per un istante i suoi occhi si fermarono lì, senza trovare nulla, eppure si strinse nel suo cappotto, come se un brivido di freddo l’avesse improvvisamente attraversata. Si accomodò accanto all’ombra proiettata dall’albero e mentre gli ultimi raggi di sole filtravano tra le foglie, disegnando trame geometriche sul pavimento di pietra, lui continuò indisturbato a vegliare. Fino a quando ci fosse stata anche una sola pietra a ricordare il profilo di quella casa e la vita che l’aveva animata, sarebbe rimasto seduto su quella panchina, eterno custode di un amore che perfino la morte non aveva avuto la forza di cancellare.


Scadenza: martedì 30 giugno, ore 9
Email: libriavela@gmail.com


sabato 4 aprile 2026

TENUTA PRESIDENZIALE DI CASTELPORZIANO - IL CENTRAL PARK DEL MEDITERRANEO

 


Pochi luoghi in Europa sono riusciti a ritagliarsi uno spazio che rimarrà intonso e come miracolato; crocevia di flussi migratori vegetali e animali, storie leggendarie (Enea sbarcò su questo lembo di costa), culla gentilizia dell’impero romano, del potere temporale e poi, dopo il 1800, in mano a famiglie virtuose che ne hanno curato e accresciuto rispettosa architettura e territori (seimila ettari) come riserva di caccia a salvaguardia degli equilibri faunistici, fino al potenziale rischio estinzione, con la massiccia invasione urbanistica e speculativa del dopoguerra che aveva puntato la ghiotta occasione e che altrove divora, tuttora e indisturbata, magnifiche zone d’Italia.


Ma questo polmone no: abbandoniamo la Colombo, arteria che come un fuso porta i romani al mare, e penetrare e respirare la Tenuta è un attimo.

Come attraversare un portale spazio tempo che catapulta dal caos al silenzio, a spasso per lecci, sugheri, querce in una quiete che riconcilia i sensi, cullati solo dall'eco dei passi.


Un micro universo che respira da se e rimane intatta testimonianza di un passato minuziosamente preservato; dalla preistoria ai giorni nostri, si accavallano certificazioni e tracce indelebili, scrigno temporale e fantastico attestato di un’evoluzione che non l’ha mai intaccato, una lungimiranza incredibile di chi ne ha gestito, volta per volta, il destino, favorendone la cristallizzazione fino ai giorni d’oggi, in assoluta controtendenza rispetto allo sfruttamento selvaggio appena fuori dai suoi confini.



Qui di selvatico si respira l’ordine delle cose, un muoversi pacato, lo scoprire della storia che ti accoglie dietro una macchia, al cospetto dei resti di ville imperiali o al limitare di radure ferme nella storia, e noi ci lasciamo attrarre in una bolla di tempo che sembra trasportarci con una grazia sconosciuta.

Dobbiamo essere grati ai nostri Presidenti, da De Nicola a Einaudi, arrivando fino ai Pertini e ai Napolitano, per giungere ad un illuminato Sergio Mattarella, che ha caldeggiato ancor più l’apertura e il consolidamento di centri estivi per disabili e anziani, offrendo la continuità per visite guidate pubbliche e rendendo patrimonio condiviso questo - fino a poco tempo prima - paradiso assolutamente privato.

Vorremmo non uscire al termine, doverci veicolare di nuovo nel traffico e i palazzi che cingono d’assedio, ma abbiamo assaporato davvero qualcosa di diverso, inimmaginabile, che ci resta addosso,
e non vediamo l’ora di tornare perché spazio e percorsi sono innumerevoli e diversificati offrendo sempre nuove prospettive, e  ringraziando ancora addetti e volontari che si prestano con passione e competenza.



copia del mitico Discobolo







mercoledì 11 marzo 2026

CITOFONARE ORE PASTI

 

Aridatece er vecchio citofono.. 

1791.1, uno dei citofoni digitali URMET più evoluti della storia, era davvero contrariato e stava imprecando a viva voce, tanto che le eco delle lamentele si potevano avvertire a distanza di svariati isolati.

Progettato per centri di importanza nevralgica, si trovava di botto, senza nessun preavviso, deviato in un comprensorio periferico romano, lontano dai siti prioritari ai quali era destinato.
Tra le sue caratteristiche principali: scannerizzazione biologica dell’utente, questionario interpretativo delle intenzioni, valutazione eventuale di grado di pericolosità, messa in allarme delle forze di sicurezza addette, visualizzazione in 3D.
Col supporto satellitare anche il semplice appropinquarsi di un fattorino delle pizze avrebbe permesso l’analisi e il contenuto delle scatole, la convenienza, la salubrità degli alimenti e le referenze lavorative dell’addetto.

Ai corrieri Amazon veniva controllata prova d’acquisto, data dell’ordine, eventuale sforo fascia protetta di consegna, a tutela del riposino pomeridiano dell’utente finale.
Il semplice visitatore, invece, doveva aver certificato un minimo preavviso, escludendo visite a sorpresa.

Alle auto in fila al passo carraio per il parcheggio condominiale sarebbe stato verificato bollo, assicurazione, revisione, effettivo diritto di accesso al parcheggio condominiale, ammaccature provocate nel parcheggio interno e immediata identificazione della manovra del colpevole con pubblicazione istantanea di nominativo, scala e interno del trasgressore.

Nel comprensorio stavano tutti storcendo il naso, ma questa specie di Grande Fratello, imposto dalla nuova Amministrazione, sembrava l’inevitabile e duro prezzo da pagare per aspirare al meglio del mercato.

In realtà, il candidato numero uno era il più grezzo ed elementare citofono 1760.6, ma le scorte risultavano esaurite.

E i contratti sottoscritti da tempo, con penali devastanti in caso di ritardi, aveva costretto URMET a sacrificare, per esigenze tipicamente condominiali, anche i suoi modelli più pregiati.

Paradossalmente però, e nonostante nessuna lievitazione di prezzo, l’ostruzionismo e la complessità labirintica  del nuovo citofono - con libretto di istruzioni di 680 pagine in tre semplici volumi -  hanno finito per far saltare i nervi a più d’un condomino.

Attesa presto nuova assemblea generale per il ripristino di innocui e familiari  apparecchietti a filo, col loro ronzio appena percettibile.

A me invece piace molto questo citofono avveniristico; ogni tanto credo di sentir suonare e corro a guardare se sul visore a cristalli liquidi, appare lei.

domenica 14 dicembre 2025

VARIANTE PANETTONE

 


C’ho pensato l’altro giorno, aggirandomi al supermercato, nell’enorme settore dedicato a panettoni e pandori.
Guardavo distrattamente l’infinità varietà dell’offerta fino a fare caso al minuscolo dettaglio che sembrava sfuggire e solleticarmi contemporaneamente.

Non c'erano panettoni classici.
Non vedevo un solo panettone classico.
Insomma, quello che nasce esclusivamente con canditi e uvetta.

Ho pensato dapprima ad una svista,
poi ho cominciato a leggere attentamente. 

La cosa meno rivoluzionaria era la variante senza canditi e/o uvetta. Poi si passa al panettone alle pere, al cioccolato, al caffè, alle ciliegie, al limoncello, al prosecco;
ripieni, a strati, in svariate forme geometriche;
e panettoni in tutte le possibili modalità offerte dalla farcitologia mondiale ma non uno - ripeto -  con quei due minimi ingredienti che lo hanno tenuto a battesimo.

Mi chiedo allora, perché non vi comprate un pandoro?

sabato 18 ottobre 2025

TEMPO DI COTTURA

 


Leggevo un articolo, a riguardo, pensando che, in effetti, il tempo di cottura dalle confezioni di pasta, specie in quello di grano duro, non andrebbe proprio inserito.

L'articolo in questione sottolineava come fosse una comunicazione scritta in caratteri piccoli e spesso introvabili, avvertita dal consumatore quasi a livello di imposizione e quindi, magari, accolta con ritrosia e, come minimo, diffidenza. 

Partiamo da dati generali: alla maggior parte delle persone non piace la pasta eccessivamente al dente, spesso neanche leggermente, al dente.

Per questa utenza, e in quest'ottica quindi, le indicazioni sulle confezioni possono essere avvertite quasi come terroristiche, ecco il motivo per cui vengono scritte in caratteri piccolini e seminascoste, proprio a non urtare la suscettibilità di chi vorrebbe comunque consultare.

Tuttavia restano comunicazioni che andrebbero sottolineate perché tanti lascerebbero squagliare il prodotto senza una minima indicazione di tempistiche.

A questo punto il compromesso: ti scrivo un minutaggio di cottura, ma seminascosto e anche in caratteri piccolini, così, dopo che ti sei ridotto a mangiare i rigatoni con la cannuccia e ti vai a spulciare meglio l'involucro della pasta, non potrai fare a meno di notare che l'azienda produttrice, aveva sottolineato di non superare i 9/10 minuti. 

Insomma.. t'aveva avvisato.. 

martedì 14 ottobre 2025

VE L'AVEVO DETTO

C'è questa pace che sta germogliando,
e voglio scriverne appunto ora a commentare tutto un fastidioso fiorire di "ma quanto volete che duri?" "Ma cosa c'è da festeggiare dopo un'inifinità di morti?" (ne volevate ancora?), "non è finito proprio niente".

Insomma tutti questi menagramo che sanno perfettamente che il mondo finirà a breve con le bombe atomiche in salotto, e quasi si dispiacciono se, anche solo per un attimo, i missili giacciono in arsenale. 

Tutti questi fenomeni che sanno come va il mondo che vanno in piazza ma, viene il sospetto, forse volevano solo che i missili cambiassero direzione. 

Magari durerà un amen questa pace, perché di quei venti punti firmati, cinque/sei li vedo davvero tosti.

Ma infastidisce tanta pedante saccenza, gente che presumo viva male, eternamente insoddisfatta.

Ecco, almeno voi, datevi pace. 

  

venerdì 19 settembre 2025

PACENTRO MINIMAL

 


Parliamo di un lieve paesino abruzzese abbarbicato attorno al suo castello a rivendicare, senza minimamente temere di usurparlo, il classico titolo di “borgo tra i più belli d’Italia”.

C’è bisogno di lentezza però, sguardo posato come patina di polvere, percorrendo i suoi vicoli silenziosi, respirandone piante, angoli rientranti, crepe, sottoportici, e uno ad uno, gli archetti tra una casa e l’altra, prototipi di remote misure antitelluriche.

Il quadro d’assieme, della Pacentro presepe, può non rendere giustizia,ma l’analisi del particolare minimo, del dettaglio, dello sguardo a perdersi, del viottolo che ti incarta, della scala che si arrampica fino a non capire dove, o che scende in ghirigori di buio, è la modalità di visione che attrae.


E poi il culto dello stemma e del fiore, della balaustra che osa, della porta scorticata dai secoli, del sanpietrino a rendere incerto il passo, degli arboscelli irrequieti e della corolla che illumina.

Un’immersione dove perdi di vista la superficie, dove il raggio di sole deve schivare, tegole e finestrelle curiose, scale e rientri, fogliame prima ancora della pietra, e gatti che si chiedono cosa vuoi lì, nel loro regno, nella loro quiete, sbucando o riaccartocciandosi, improvvisi, da quell’angolo che non credevi esistesse.



Tavole di porte divorate dal tempo con attorno case dismesse a elemosinare sguardi, i lampioni a custodire luce adagiata tra i tetti, ringhiere spavalde affacciate sui vicoli, fessure e crepe ad ingoiare rivoli di luce sgusciante, gli orizzonti che scalano il cielo a mani nude e sostengono l’ultimo sole prima che l’ombra disegni nuovi  orizzonti dal fascino perenne.











lunedì 8 settembre 2025

IL CASO VOLLE

 


Il caso, spesso bizzarro, volle che nella palazzina A del comprensorio di Montesacro, a vent’anni dalla sua costruzione, e dopo un’alternanza di inquilini abbastanza frequente ed eterogenea, venissero a ritrovarsi, contemporaneamente, ben quattro coppie di insospettabili  killers.
Angelo e Antonia, con due bimbi piccoli, sicuramente i più esperti, lui dirigente di una Agenzia di Statistica, lei maestra di scuola infanzia; con attività parallela in coppia, fin da fidanzati. Scrupolosi e precisi, amanti in maniera patologica della loro tendenza omicida ma anche perfettamente integrati come contabile amministratore lui, e amorevole maestra lei, affettuosi coi figli, cordiali col vicinato; una coppia micidiale con all’attivo un centinaio di esecuzioni.
Omar e Sandro, coppia omosessuale con atteggiamenti non proprio riservati, era stata accettata serenamente perché comunque in grado di propagare una simpatica e contagiosa alchimia, operano per conto di grosse aziende nel campo di spionaggio industriale internazionale e, a copertura, coordinano una libreria di quartiere, dove spesso organizzano incontri con autori e gruppi di lettura; cinici e devastanti sul lavoro quanto empatici e benevoli nei rapporti condominiali.
Lucy e Aguirre, marito e moglie spagnoli, trapiantati in Italia dall’Andalusia, lavorano su commissione ma su media scala, principalmente sullo sfondo di richieste private: gelosie, piccoli ricatti, tradimenti da redimere col sangue.
Gestiscono un piccolo ristorante etnico, dove  spesso accolgono, tramite reti fidate, clienti  indirizzati per discutere circa la loro attività più redditizia.
Infine, proprio ad inizio anno, arrivano anche Luisa e Franco, con precedenti matrimoni a carico, finalmente sembrano aver trovato il condominio ideale ed un luminoso appartamento al quarto piano, entrambi pensionati, ma dedicati da sempre, anima e corpo, all’eliminazione fisica di personaggi scomodi, principalmente in ambito politico,  fiore all’occhiello la specializzazione nel far apparire ogni morte come accidentale.

Meno bizzarro, invece, il caso che nessuno sapesse dell’altro, poiché certe attività trasversali viaggiano per compartimenti stagni, dove ognuno ha un fottuto interesse a mantenere le fonti segrete.

Ma, nello specifico, esisteva un disegno precisissimo architettato dal mandante di ogni loro attività delittuosa, la più insospettabile  di tutti: Donna Esmeralda della palazzina C, criminale di vecchissima data ma ormai vicino ad essere vecchissima anche lei, per quanto ancora arzilla, vispa, cinica, sveglissima. Diabolica.
Esmeralda voleva i suoi pupilli sott’occhio, a gestirne più comodamente i movimenti, per quanto conoscesse benissimo i rischi cui andava incontro.

E bastò poco perché il composto involontario venutosi a creare, si rivelasse tutto meno che innocuo.
Troppo attrito a contatto necessitava di un’appena misera scintilla, e se ne resero conto gli abitanti di mezzo quartiere quando, durante l’ultima accesissima riunione di condominio, le quattro coppie presenti in contemporanea, indispettite per alcune pretese del resto del comprensorio circa l’installazione di telecamere di sorveglianza nelle aree comuni, vennero meno alle più elementari regole.
Quelle del rimanere nell’ombra, quasi invisibili, scatenando una resa dei conti con ogni arma di fuoco disponibile dove rimase superstite (e forse qua nessuna ombra di caso bizzarro..) solo Donna Esmeralda, che riuscì anche a nascondere il suo Winchester a canne mozze sotto una BMW nera abbandonata da mesi nel parcheggio, millantando in seguito la più totale estraneità alla efferata carneficina.

Occhio ai vicini quindi, e se  organizzano innocui  apericena, magari è solo per capire se custodite qualche Guttuso a parete, o se possedete gli esatti requisiti per poter entrare nella loro collezione di salme illustri..


domenica 24 agosto 2025

IL NULLA

 


Dal blog di Giuseppe Marino e i suoi incipit mensili da cui trarre spunto, ecco il mio contributo di fine luglio..  ;)

“L’estate era finalmente arrivata, e con lei il profumo delle creme solari, il suono delle ciabatte sulla sabbia bollente e le risate leggere che si rincorrevano tra gli ombrelloni. Ogni giorno sembrava una promessa: di un tuffo più alto, di un gelato mai assaggiato, di un incontro destinato a diventare ricordo. Fu proprio in uno di quei pomeriggi infiniti che accadde qualcosa di assolutamente imprevisto…”

..il mare si ritirò, la risacca boccheggiava lasciando appena un pelo d’acqua ritrosa, ma dopo la sorpresa del momento, pensai ad un fenomeno spesso legato agli tsunami, come un rinculo a presagire l’onda di piena, ma qui? Sul pacioso Tirreno? Non potevo crederci.. scrutavo l’orizzonte come impietrito, anche se l’istinto era di fuggire subito verso terra.. ma intanto nulla all’orizzonte.. “solo” questo silenzioso ritrarsi, barchini, boe, pesci..tutti presi di sorpresa a constatare che non c’era più mare.. neanche un’impressionante bassa marea a Zanzibar mi aveva scosso così..

Radio e tv iniziavano ad annunciare cose analoghe dal resto del mondo, come se avessero tolto il tappo dagli oceani, e il centro della terra stesse inghiottendo ogni metro cubo d'acqua..

L'aria era densa, masticabile, maleodorante di sale e alghe bruciate dall’esposizione  mescolata ad una esalazione metallica, come di ruggine improvvisa.
Il sole, appena un attimo prima complice di pomeriggi pigri, ora picchiava implacabile sul fondale esposto, trasformando la sabbia umida in una crosta putrida.
Sulla spiaggia eravamo terrorizzati ma immobili, radunati sulla battigia che non era più battigia, un confine mobile che si spostava sempre più in là, rivelando segreti e conformazioni che mai avrei immaginato.
Scorgevo cose irreali, e l’aria sembrava di deserto ora, inerte come i relitti all’orizzonte, e poi, più in là, strane figure, enormi, indefinite e grottesche, che sembravano come in agguato, ma probabilmente spaventate più di noi.

Le barche, e intere navi, giacevano inclinate, come giocattoli dimenticati da un bambino gigante. Gabbiani confusi impazzivano, atterrando goffamente sulla melma che era stata il fondale, beccando pesci agonizzanti a guizzare in pozze sempre più piccole.
Non c'era panico però, non ancora. Piuttosto, una sorta di stupore collettivo, una rassegnazione surreale. Le notizie dalla radio parlavano di porti trasformati in deserti, di navi incagliate a chilometri dalla costa, di città costiere che si affacciavano su abissi fangosi. "Il Mediterraneo è una pozzanghera salata," diceva una voce calma e irreale alla radio, "l'Atlantico un canyon senza fine."

Il "nulla" era un vuoto assordante, un silenzio che inghiottiva il suono delle onde, sostituito solo dal fruscio del vento sulla sabbia e dal lamento lontano di qualche sirena. Iniziavamo a definire l'orizzonte, ma non era il solito orizzonte marino.
Piuttosto una linea frastagliata, fatta di rocce e detriti, dove prima c'era solo azzurro. I nostri occhi, abituati alla vastità liquida, faticavano a comprendere quella nuova, arida, infinita estensione.
Era come se il mondo avesse trattenuto il respiro, e in un istante, tutta l'acqua. E noi, sulla spiaggia, eravamo lì, testimoni di un'assurdità che superava ogni immaginazione, in attesa di capire cosa sarebbe rimasto, una volta che il blu fosse scomparso del tutto, lasciando solo il cielo testimone dell’unico azzurro con ancora qualcosa che somigliasse ad un senso.

                                                                                                               

 


mercoledì 23 luglio 2025

L'APOCALISSE DEL PARCHEGGIO

 


Il rombo sommesso di migliaia di motori, un tempo colonna sonora della frenesia ma anche dell’indolenza romana, quel 3 settembre 2026, si era trasformato in un lamento, un'eco disperata che si propagava dai vicoli del centro fino alle tangenziali intasate.

Era avvenuto.

Quello che per anni era stato solo un timore sussurrato, una chiacchiera da bar, si materializzò in una realtà incontrovertibile: “la misura è colma”, è un modo di dire spesso utilizzato e significante, quando si arriva a dei limiti non più sopportabili.
A Roma, stavolta, i  parcheggi traboccavano. 

E non si trattava di un’iperbole.

Danila era partita da Monteverde alle sette del mattino, sperando di anticipare il solito inferno.  Doveva essere in ufficio in Prati per le nove. Alle otto e mezza era ancora intrappolata in un ingorgo a Trastevere, con l'indicatore del carburante che si abbassava minaccioso e attorno decine di auto intrappolate nel delirio come lei.
Un barlume di speranza si accese mentre scorgeva un'auto lampeggiare per uscire da un posto. Si fiondò, ma prima ancora di poter mettere la freccia, una Smart sbucata dal nulla, ignorando qualsiasi regola di civiltà, si infilò nello spazio, con il conducente che le rivolgeva un fasullissimo sorriso di scusa, a nascondere palese aria di trionfo.
Era un gesto di nuova guerra, basta cortesie.

Gigi, a sua volta, aveva ormai superato ogni limite di ragionevolezza. Partito da Casal Palocco alle sei, convinto che il suo anticipo gli avrebbe garantito la salvezza. Dopo aver girovagato per ore in centro, a San Giovanni, e persino a Cinecittà, si ritrovava ora sul GRA, guardando sconsolato quella campagna che si estendeva oltre il raccordo.
Trenta chilometri dal suo posto di lavoro in Viale Europa, e la sua utilitaria ormai un guscio opprimente che non riparava più da nulla.
Aveva visto persone parcheggiare sui marciapiedi, sui prati, persino in mezzo alle rotonde, ma ogni spazio si riempiva all'istante, anzi, sembrava già intasato, nessun pertugio, nessun  buco nero.
Chi aveva lasciato l'auto in seconda fila, con il motore acceso e lo sguardo fisso sul volante, era diventato il nuovo archetipo del romano, custode del suo effimero ed inutile trono di lamiera.

Chi, come Lucilla, aveva la fortuna (o la sfortuna, quel giorno) di possedere un garage privato, si era trovato di fronte a un dilemma amaro. Uscire significava entrare nel vortice infernale che ogni radio ormai annunciava difficilmente risolvibile pescando un posto auto vicino al lavoro.

Aveva provato a fare un giro veloce per prendere un caffè, ma la visione delle strade intasate e dei volti disperati dei conducenti l'aveva fatta desistere. La sua auto, una fedele utilitaria che un tempo la portava ovunque, ora le sembrava una prigione dorata.
Tornare nel suo garage era l'unica opzione sensata, ma quel gesto manifestava tacita sottomissione.  

Un ripiego, probabilmente definitivo, a segnare la resa di fronte a un nemico invisibile e onnipresente.

La sera, infine, ecco Roma illuminata dalle solite luci dei lampioni, ma stavolta a riflettersi su auto immobili.
Un ammasso forzatamente ordinato di lamiere erranti, di clacson esausti e di gemiti strozzati. Il silenzio si stava impossessando delle strade, non per l’assenza di auto, ma per la disperazione di chi non sapeva più come muoversi.

Collasso totale. Le auto abbandonate dove capitava in segno di capitolazione totale e inevitabile.
Parafrasando in foggia consolatoria una famosa massima: quando tutto è caos, nulla è caos. Rassegnazione impotente di fronte quel nuovo, devastante, scenario.

E la domanda che aleggiava nell'aria, più pesante dell'inquinamento, più opprimente del disagio palpabile, era: cosa sarebbe successo il giorno dopo?

Però.. a me che vado in scooter, ma quanto me po’ preoccupa’ ‘sta cosa?!  ;)

 

 


sabato 12 luglio 2025

ESAME DI IMMATURITÀ

 


Ai miei tempi (bello parlare dei "miei tempi" riferendomi  ad appena poco più di 45 anni orsono..), se avessi fatto scena muta agli orali non ci sarebbe stato santo a salvarmi, membro interno a immolarsi, epico scritto a sugellare la nuova prosa del secolo.

Sarei stato bocciato.

Ma era ancora l'epoca dei primitivi voti.

Non c'erano i crediti scolastici, quelli di formazione, le tabelle di conversione, i parametri di conteggio, le simulazioni di calcolo e il pregresso di due anni fa quando, magari un giorno, hai avuto voglia di studiare.

Oggi se vuoi fare il rivoluzionario e sovvertire il "sistema" puoi decidere di contestare gli insegnanti e i loro metodi arretrati, la loro totale assenza di cuore ed empatia e la loro manifesta inadeguatezza. 

Perché grazie all'evoluzione del sistema scolastico di calcolo dei crediti accumulati, gli orali divengono inutile orpello, fregio decorativo di una (im)maturità già in tasca,
e sei promosso lo stesso,
finendo pure sui giornali, ma soprattutto su Instagram, e stavolta con "crediti" inimmaginabili, con la nuova società dell'apparire pronta ad accoglierti.

E sì.. eravamo proprio ingenui..

 





venerdì 27 giugno 2025

USTICA: 45 ANNI DI BUGIE


Un mistero destinato a rimanere tale, tra reticenze e sparizioni (di documenti ed esseri umani).

La tenace pervicacia con la quale uomini di Stato e apparati militari vogliono per forza attribuire ad una bomba interna la strage di Ustica, bastano, da sole, a rendere fragile e inconsistente l'ipotesi. 

Ma questi apparati vivono per difendere la propria incolumità, l'arroganza e la loro supponenza.

Siamo uno Stato impotente e non sovrano, servo di dinamiche e poteri che decidono per noi.

E di questo, almeno, posso vergognarmi. 

Pubblicamente.

mercoledì 28 maggio 2025

RISPETTARE IL SILENZIO

 

A bordo piscina della SPA, collegata alla palestra che frequentiamo, campeggia un enorme cartello con scritto RISPETTARE IL SILENZIO.
Che poi, con gli scrosci, le docce, i getti, le cascatelle; l’acqua che scorre continua a diverse velocità e sistemi di pressione massaggiante, direzionata in qualsiasi punto del corpo si preferisca, l’idea di silenzio, è abbastanza chimerica.

Ma quel silenzio da rispettare omaggia qualcosa di fragile, un valore antico che avrebbe bisogno di attenzione, cura, disponibilità, pazienza.
Forse puoi immaginarlo più consono in una biblioteca, a teatro, in una chiesa.
Dove ci si dedichi a se stessi, occasione per ricamare pensieri e meditazione.

Ma è alla fine di questo supporre che ti accorgi di sbagliare focus, soffermandoti sul silenzio, mentre di fondamentale c’è il rispetto, inteso come valore autonomo, che muove ogni atto umano, che rende reale la confezione di quell’apparente  quiete, e il saper considerarla  stile di vita, da applicare, possibilmente, quando sarai uscito da qualsiasi luogo o situazione dove viene consigliato un atteggiamento di riguardo.
Immerso di nuovo in un caos che non contempla quasi più, né silenzio né rispetto.


domenica 11 maggio 2025

CARAVAGGIO: L'OMBRA CHE DIPINGE LA LUCE

 


“Caravaggesco” un termine ormai entrato nella consuetudine per definire qualsiasi rappresentazione, pittorica o fotografica. che presenti una netta identità scenografica procurata da incrocio di luci e ombre, e la Mostra, ora a Roma, ci lascia decisamente stupiti anche se, per quanto pubblicizzata e presa letteralmente d’assalto, sia mancante di alcuni tra i capolavori tra i più pregiati dell’artista.

La cattura di Cristo

San Giovanni Battista

Ci godiamo comunque un’atmosfera magica, un discreto allestimento che forse avrebbe dovuto concedere più respiro tra un’opera e l’altra, oltre qualche criticabile posizionamento di luci che non consente appieno l’entrare in simbiosi coi dipinti.


Narciso

Oloferne
Santa Caterina

Ma si rimane basiti davanti una tale sensibilità d’artista, scomparso a soli 39 anni e protagonista di una vita tempestosa e inquieta ma capace di creare bellezza incredibile pur tra mille difficoltà.
Caravaggio inonda le tele di buio e poi crea lame di luce unidirezionale che diventano padrone della scena, assolute protagoniste, senza sfondi a distrarre, i non luoghi  ad esaltare ancor più il soggetto; a volte anche solo lampi incastonati sulla tela, abbagli eterni che ci lasciano senza fiato.

Conversione di San Paolo

I bari

Giuditta

Ecce Homo