mercoledì 27 aprile 2016

WORKING IN SARDINIA



Quando cammini su un’isola
credi di poter galleggiare.

Qui a Sassari è diverso… neanche lo vedi il mare nell'aria rappresa...

ma la brezza è marina

-   salmastra miscela gonfia di inquietudine -







scuote austeri palazzi e chiese catalane 
come vele…








martedì 26 aprile 2016

DICONO CHE SONO TROPPO AGITATO



Quando sono in riva al mare, ad esempio, a origliare risacca sui sassi.
O quando passeggio per viottoli di storia
che mi raccontano gesta dal fascino incredibile.



Forse sono troppo agitato quando mi blocco a margine del traffico
perché un tramonto che allaga l’orizzonte merita pausa e silenzio.
E occhio grato.


  
Troppo agitato mentre sfoglio un libro,
e ricreo sensazioni attorno forgiate dalla pagina.

O mentre fisso il cielo in un suo giogo di nubi.


Dicono che sono troppo agitato,
quando assaporo un prosecco prima di cena,

o mi strappo versi dal cuore che sembrano non voler venir via,

o mentre respiro - in una quiete irreale - sogni dai capelli
del mio amore addormentato.

Si.  Forse sono troppo agitato,


perché amo.

venerdì 15 aprile 2016

ROMICS... LA SAGA CONTINUA



Il Festival del Fumetto e dell'Animazione, Romics (acronimo di Roma e Comics) è anche il festival del peterpanismo più sfrenato, della truccologia e del gioco di ruolo, del trasformismo, dal carnevale nella veste più giocosa possibile, dell'immedesimazione in un'altra dimensione, una di quelle che troppo spesso reprimiamo.. 

una festa di giochi e fumetti, dove i fumetti ormai sono soprattutto figli del fantasy e delle nuovissime generazioni colme di superoi seriali e videogames, tant'è che cercando le mitiche strisce di B.C. Di Johnny Hart (roba a cavallo tra i '70 e gli '80), mi hanno guardato come un marziano...


però è particolare muoversi tra questi cosplayers che la prendono molto sul serio e sentirsi parte di un magico cartoon a cielo aperto, respirare l'irrealtà e toccarla con mano, trascinarsi fuori da un quotidiano stantìo per proiettarsi in una dimensione ludica tutta speciale, sfogliare le proprie emozioni come i fumetti che maneggiavamo da adolescenti


come esattamente faceva notare la mia amica Cinzia De Angelis, si tratta di lasciare la propria identità nel parcheggio della Fiera per una giornata, aggirandosi coi propri sogni a tracolla e sbirciando finalmente a occhio nudo in quelli degli altri...














domenica 10 aprile 2016

SCUSATE...



...stiamo ritirando l'ambasciatore dall'Egitto perché non ci spiegano come hanno ammazzato Regeni.

Dall'India invece non ritiriamo nessuno, tanto il marò sta bene là
e a fine aprile ci ritorna anche l'altro.

Forse che i rapporti import export con l'Egitto sono leggermente insignificanti rispetto a quelli con l'India?

Una domandina così..
giusto per sapere quali sono i Veri Motivi
che possono smuovere l'Indignazione di un Paese nei confronti di un altro.

RACE contro ogni pregiudizio...


Race è una corsa tra mille storie. Una corsa in dieci secondi che brucia anni di amore, odio, potere, incomprensioni, guerra, politica, sogni, passione, impotenza, volontà, coraggio.
La storia di Jesse Owens, il nero più veloce della terra, costretto a correre non solo contro il tempo, ma anche contro i pregiudizi, le pressioni, la stoltezza più profonda.


L’uomo al quale Hitler non strinse mai la mano, ma al quale non la strinse per un periodo irreale, neanche il Presidente degli Stati Uniti d’America!
Costretto a camere e spogliatoi separati in patria e fuori, ai buuu negli stadi come un Balotelli qualsiasi - solo che allora rischiavi la vita e il lusso te lo scordavi -, la doccia la facevi comunque dopo i bianchi, potevi arrivare a maledire il tuo colore se non facevi appello a grandissima forza d’animo,  anche se in pista poi, volavi davanti a tutti.


Nemo propheta in patria, si suol dire, ma Owens non lo era neanche fuori, un senza pace alla ricerca della propria identità, della propria indole, del proprio talento, probabilmente decuplicato da quel correre contro tutto e tutti


Le Olimpiadi del 1936 a Berlino erano quelle della riabilitazione sociale della Germania dopo la Prima guerra mondiale, ma covava da tempo un nuovo seme dell’odio e della pazzia più profonda.
In tanti affermano che il boicottaggio minacciato dagli USA contro le politiche razziali anti ebrei e rom che da tempo scuotevano l’opinione pubblica, avrebbe fatto sensazione e, forse, ridotto a più miti consigli la febbre espansionistica nazista dell’epoca.

E’ un senno del poi, un’ipotesi che fa pensare.. del resto ricordo ancora quanto non accettavo il boicottaggio statunitense alle Olimpiadi di Mosca del 1980, per protestare contro l’invasione dell’Afghanistan… forse servì invece, scosse l’opinione pubblica con qualcosa che riusciva a toccare la coscienza comune di tutti.


Questa di Jesse invece è una vicenda fantastica, che senza Olimpiadi non avrebbe potuto dipanarsi, calata in un palcoscenico magico e tragico al contempo, storie di odio, amore e amicizia che viaggiano in contemporanea.. come l’amicizia nata in pedana e durata nel tempo con l’ariano Luz Long, battuto da Owens nel salto in lungo, punito poi dal regime nazista per l’atteggiamento sportivo e amichevole nei confronti di Jesse, spedito al fronte dell’invasione polacca dove trovò la morte nel ’43.
Lo sport non crea solo antagonismi folli, suscita rispetto, ammirazione, complicità aldilà delle ideologie più idiote che mandano il mondo in frantumi.


E Race vuole rappresentare tutto questo… un mondo di sogni e ideali che l’odio e la guerra non hanno potuto scalfire in alcun modo. 

C'era una volta...



C’era una volta una principessa.

Era alla ricerca del suo castello e del suo principe, si era persa in anni di sogni interrotti, vagando tra speranze e sorrisi magici che mai venivano restituiti fino in fondo, ma a lei non importava, aveva avuto in dono dalla vita due bimbe fantastiche che le rischiaravano comunque presente e futuro.
L’ anima gentile tracimava dai suoi occhi brillanti, trasmetteva sempre serenità e gioia, un carattere d’oro, un mettersi sempre al servizio delle persone che ama.

Dedicarsi il suo unico desiderio.

Dedicarsi comunque dopo che nessuno si era più dedicato a lei, o si era preoccupato perché lei sorridesse di cuore, perché si sorprendesse di una sorpresa, di un regalo, di un gesto carino, di un risveglio delicato, di un tenerla per mano o riservarle una parola dolce, o semplicemente l’ascoltasse davvero, mentre lei raccontava mille storie o si vergognava all'improvviso con le sue manine messe a coprire il viso.

C’era una volta una principessa.

Che non chiedeva spazio e non pretendeva nulla, voleva cogliere un briciolo di felicità, giunta da mondi lontani.  Voleva solo rimanere prigioniera dell’incanto più incantato.
Senza pensare se i suoi desideri sarebbero rimasti tali e le sue fantasie mai tramutate in realtà.
Ma sognare non costa..  e la principessa che c’era una volta, c’è davvero.




domenica 3 aprile 2016

FUOCOAMMARE Lo sbarco dell'ipocrisia



L’occhio pigro di Rosi ci offre una Lampedusa di vecchi e bambini, alternata ed estranea all'invasione migratoria di vivi e morti.
La fine del turismo, i campi di accoglienza selvaggi, la convivenza forzata con un problema mondiale divenuto fenomeno locale interessa poco.
Salvare la pellicola affermando che il messaggio era per l’Europa poi, sembra ridicolo.. un po’ come la nonna di Samuele che ciancica un “poveri” quando la radio clava locale parla di nuovi sbarchi…

Il medico di Lampedusa è l’unico intermezzo che ci dona umanità affranta e impotente verso questa sciagura immane.
Un intermezzo reale, intenso ed efficace, relegato giustamente da  Rosi a brevissimo spot..
Il resto del documentario svaria lento come solo a Rosi riesce, tra il déjà vu e l’inutile: saracinesche che si alzano, motorette che rombano, vecchiette a pulire il pesce, pomodori da tagliare, visi di immigrati rigati di lacrime nelle più convenzionali e strainutili delle riprese.
Mi chiedo cosa sia stato a fare due anni a Lampedusa, Rosi, per cogliere il nulla cosmico, per sottolinearlo, per esaltarlo, per farci sentire ancora una volta come attorno a quel sacro GRA, già vilipeso a suo tempo…


Lampedusa divisa in due..  nessuna vita trasformata.. nessun tentativo di mostrare una convivenza difficile, solo una malmessa e dimessa radio locale a immalinconire gli animi, e figli di pescatori col mal di mare, un curioso controsenso che fa il paio col regista che non sapeva girare film.

Il ragazzino coi sottotitoli che succhia gli spaghetti come Bombolo, alla fine spara al cielo mimando un fucile a pompa.
Un po’ come Rosi che spara a salve per tutto il docufilm cercando di far capire, forse, all'Europa, come sia lontana da Lampedusa.. ma chi è animato di sensibilità avrebbe voluto scorgere ben altro che lo strepitìo delle lenzuola di cartapesta a riparare dal freddo e i primi piani di gente che sui barconi ha lasciato un pezzo d’anima, anche se respira ancora.


Un’isola di sogno e flemma da contrapporre alla frenesia dei corpi che si accumulano nella fuga dai loro mondi invivibili, anche a costo della vita in acque dove pescano di frodo anche i residenti, e dove bimbi dall'occhio pigro qualche passerotto, alla fine, lo salvano pure loro dall'infallibile fionda.


Noi a Rosi no.  Gli mimiamo una mitragliata come Samuele.

In quel letto rifatto a carezze ripetute fino a sconfiggere le pieghe e nei baci alle mille icone nella stanza, scorgiamo un quotidiano penetrato nelle ossa e nell’anima dei residenti, ma a Rosi sfugge che esternarci la pacata lentezza di questi isolani continua solo a rivelarci il suo modo incartato di muovere (anzi di non muovere) la macchina da presa.
Se Rosi resta due anni a Lampedusa per rivelarci che la zuppa di pesce bolle lenta di sapore masticato dal tempo, ha sprecato il suo di tempo, girando pure due pseudofilm che si incastrano pochissimo tra di loro, quasi niente.


E se con l’ipocrita Orso d’Oro berlinese hanno fatto finta di prendere coscienza sul fatto che esista un problema Lampedusa, sono ancor più con la coscienza sporca.
E di più Rosi, che approfitta delle tragedie per fare fama e soldi.
E non ultimi, quelli che escono dal cinema con l’applauso in canna, convinti solo ora di saperne qualcosa di più.