sabato 31 agosto 2013

HORRORIFICIO



Non c’è rappresentazione critica della violenza che non sia già una confessione della fascinazione verso la violenza che si vorrebbe denunciare. Una fascinazione che tocca anche, inevitabilmente, lo spettatore. In particolare quando la rappresentazione della violenza è cinematografica: violenza proiettata sul grande schermo verso cui tutti i canali sensoriali dello spettatore - immobile, silenzioso, immerso nel buio - sono polarizzati, in uno stato definito di “veglia sognante”.”
(Simone Regazzoni IL SECOLO XIX)




Da Diaz ad Hunger (anche se quest'ultimo quattro anni dopo, giusto il tempo di vedere Steve mcQueen assurgere ai fasti delle cronache dopo Shame, altrimenti chi se lo filava... ), visto che il gore/splatter truccato da cinema “civile” tira un sacco (e proprio in virtù delle illustre disamine sopra evidenziate), siamo in grado di illustrarvi in anteprima assoluta le prossime uscite previste che mireranno ben poco alla sensibilizzazione dell'utenza (e giusto un pochino ai possedimenti dei distributori...) ma affrontano le tragedie con “gran senso del cinema”





Fare film che, rappresentando l’orrore della guerra, o  pestaggi selvaggi e torture ad opera della polizia, non siano troppo facili da guardare significa, per il cinema, fare i conti con quello che Lacan chiamava il “reale”. Che a differenza della realtà come costruzione stabile dotata di senso è l’elemento traumatico, senza senso, violento, che fa vacillare la nostra idea di realtà. Il cinema, se vuole raccontare il lato oscuro della storia, dovrebbe provare a incorporare il reale traumatico della violenza nel racconto della realtà storica, senza con ciò lasciare dissolvere il senso del racconto in una accumulazione caotica di violenza”
(Simone Regazzoni IL SECOLO XIX)














Ci riesce?!

Quello che mi chiedo è perché il “reale traumatico della violenza” dovrebbe sopraffare deduzioni e motivazioni elevandosi (ma a mio avviso, riducendosi) a Spettacolo.

Ci facciamo veramente domande, ora, davanti alla celebrazione cinematografica che scava - letteralmente - nelle viscere di Bobby Sands, dopo averlo visto morire il 5 maggio del 1981?!?

Io non escludo affatto - anzi sottoscrivo - l’apposito richiamo di un diffuso e compiacente edonismo voyeuristico che viaggia di pari passo col bisogno di “fare soldi” di chi fa cinema non solo per Arte, ma anche per mangiarci (e bene).


 

Utoya  The island 

In Norvegia vengono uccisi ragazzi e ragazze, bagno di sangue in 3D e pezzi di maschietti e femminucce alla rinfusa nella boscaglia.
...certo siamo lontani dalle dinamiche mentali norvegesi ma il film è girato in uno splendido bianco e nero virato seppia.

Ustica - the air that fly on the blood

Aereo esplode in volo (chissà perché?!) ma questo è il primo film che si cura del vero quesito: dove sono le frattaglie?
,,,certo siamo lontani dalle strategie di guerra internazionali ma alcuni fotogrammi di nubi cremisi sangue rimarranno indelebili.

Lubjanka - the subway that runs in the blood

Attentato nella metro di Mosca. Utenti indifesi usciranno dal tunnel a mo’ di sottospalla, girello e fesa arrotolata. Stripperà d'invidia perfino il maghetto del gore Takashi Miike...

...certo siamo lontani dai meccanismi dei trasporti russi ma i chiaroscuri delle gallerie metropolitane garantiscono una surreale poesia. 

martedì 27 agosto 2013

ADORO I FANTASMI

Me la spasso coi folletti ma, inutile negarlo,
adoro i fantasmi.



E' che sono restii, confidenza quasi zero,
li avverto vagamente.
Vagamente invidiosi anche.

I folletti si divertono. E loro, i fantasmi, vorrebbero.



I folletti sono dispettosi.
Ed a quegli altri piacerebbe, ogni tanto,
un po' di sano casino.

I folletti escono a cena con me, s'infilano in vacanza, viaggiano in motorino, sporgono dal portabagagli



ed ai fantasmi non rimane che qualche comparsata in sogno, astratte presenze, deboli preghiere, sommessi cenni.



Restano taciturni,
di presenza discreta ma incombente,
occulta ma presagita.

Quasi attendano un ok.



E ove captino questo affabile beneplacito,
si rendono a volte, forse incosciamente,
avvis(t)abili,
delicatamente percepibili,
potresti scorgerli - addirittura -
mentre chiedono ragguagli
ad un folletto.



Ma capitano male,
i folletti manipolano le informazioni come credo nessun altro...

Forse per questo restano nell'oblio di un silenzio carico, a metà del guado.



Andrò io loro incontro,
un giorno.


venerdì 23 agosto 2013

ABBI INCUBI



A volte credo davvero che nei tuoi meandri
si celi una manifattura
della perfidia preconfezionata,
del sarcasmo avvelenato,
della provocazione a scopo debilitante,
ad insinuare nell’interlocutore
riflessi condizionati destabilizzanti,
laghetti di paura rappresa
dove galleggia il dubbio di una risposta
che misura l’umore col metro soggettivo dell’inconscio.



Paragono di continuo logore risposte,
le parametro ad antiche reazioni
Scavo a mani nude tra montagne di messaggi lanciati e ricevuti
per scovare tracce di feedback, polvere di offesa,
truciolame di indifferenza - quella si - a coltivare intere piantagioni di recrudescenti rivalse, devastanti rappresaglie, 
maremoti di silenzio.

Si, a volte sono in estrema difficoltà
specialmente quando mi offro completamente
e ricevo in cambio ghiaccio tritato.


Abbi incubi, mi hai sussurrato,
di giorno e di notte,
con gli occhi chiusi eo con gli occhi aperti,
per non dimenticare mai che sono abbracciata ad altri fantasmi,
che tramo lenzuola estranee,
popolerò i tuoi sogni di squarci allucinati,
schegge disperse intente a reclamare solo me.

Ed io ce l’ho, gli incubi.





Inizierò a chiamarli per nome, prima o poi.

lunedì 19 agosto 2013

PERSEGUITATO



Perseguitato da una storia d'amore? Ridicolo ma spietatamente autentico. Mesi di fughe, falsi spostamenti, appuntamenti a vuoto, addirittura il cambio di numero di telefono: non era servito a niente, ed ora fuggire stava diventando faticoso, e la sua esistenza, cosi blanda e poco movimentata era stata il nido ideale per quell'embrione di grande amore, umida come una serra.

Ora che doveva essere curata ed alimentata la storia vedeva il suo artefice scaraventarglisi contro, scacciarla, inventare mille espedienti per farla finita.



Lui era disperato. Si era costruito una prigione che immaginava dorata. Ora pretendeva solo la sua libertà.

Lei, la storia d'amore, letteralmente trascurata, evocata con grazia e discrezione, si era innamorata come davanti un tramonto che si liquefa all’orizzonte..
Se di amore si era trattato avrebbe dovuto trionfare come nelle migliori e classiche tradizioni. Del resto era lui che aveva cominciato.




Anche se ora si sentiva defraudato, in qualche modo costretto a condizioni che non dettava più lui. La sua vita era divenuta un'apprensione continua, non che fosse divertente prima, ma la linea piatta che la contraddistingueva assicurava emozioni e sorprese già catalogate, senza imprevisti, a denominazione d'origine controllata. Ora doveva far fronte ad una serie di eventi incontrollabili, la sera allo specchio faceva fatica a riconoscersi, e poi negarsi al telefono, guardare la tele col volume bassissimo a luci spente, erano scene da bassa operetta, al di fuori di ogni plausibile realtà. Che stesse impazzendo? Ma la pazzia sarebbe stata riconoscibile nella sua irrazionalità, ciò che gli stava accadendo invece lo terrorizzava lucidamente.




Le storie d'amore sono famose per la loro caparbietà, la loro insistenza, ma questa nostra stava abbandonando il gioco, si era sentita viva e desiderata, aveva messo tutta se stessa in gioco, prevedendo anche una lieve diffidenza iniziale, ma mai poteva immaginare di essere abortita sul più bello. Quando comprese ciò che irrimediabilmente era successo, la crisi di pianto l'attanagliò e decise che doveva farla finita definitivamente, abbandonare l'ingrato che non voleva più saperne di lei e trovare rifugio altrove, dove non tentassero vili esorcismi.



Lui, ora, era di nuovo lui, solo davanti al suo specchio vuoto, senza più i fremiti che lo preoccupavano. 
Innamorarsi di se stesso lo aveva sconvolto e per salvarsi aveva dovuto cominciare ad odiarsi con certosina metodologia ma non finì di pensarlo che lo specchio volò in frantumi spaccato da un suo pugno.








sabato 17 agosto 2013

AL MERCATINO (neocat) DELL'ANIMA (omaggio a don Fabio Rosini)


.... Fabio non gradisce mai quella particolare aria di sufficienza vagante  nell'aula prima del consueto scambio di sensazioni extrasensoriali.
Odore di miracolo sotto le poltrone, la gente arriva agghindata di passaparola meravigliato, si aspetta molto ma è anche messa in guardia sul come verrà trattata. Male.


L’aula piena, stile curva sud, impedisce l’uso del bisturi, ed allora giù alla cieca col macete. Caccia grossa stasera - pensa Fabio - non sopravviveranno tutti, ma con i più tenaci si potrà operare chirurgicamente. 
Fabio aggancia comunque un sentimento, una sensazione, uno stato d’animo. Fabio perde solo se qualcuno non ha pensato ad almeno una delle sue parole corrosive, succo di bufera, tempesta liofilizzata da inalare.

Il capovolgimento della logica aleggia nell'aula come un drappo di tela ruvida a nascondere la luce.

Dio può essere ingiusto, Dio, questo Dio, realizza opere mostruose e noi tutti a chiederci perché ma la soluzione del thriller, Fabio, la rimanda alla domenica successiva.

Crogiolatevi una settimana, ci ha detto.



Nel frattempo qualcuno avrà un incidente, qualcuno morirà, qualcuno farà pace con la moglie, qualcuno impazzirà di dolore, qualcuno sbatterà la faccia contro questo Dio e gli griderà come mai, ma nessuna risposta arriverà. Mai. Ne’ da Dio ne’ in quest’aula.

Le aule di Fabio esploderanno sempre di gente attenta e cordiale, vivace e curiosa, vogliosa ed entusiasta ma nessuna risposta sarà mai data in nessuna domenica.

E questo è l’incontro più bello ed autentico con Dio: non venite a cercare risposte perché don Fabio non ne ha. 
Non può averne e sa che non può darne. 
Ricordate il Fico seccato perché non dà frutti fuori stagione? 
Noi siamo quel fico, perennemente fuori stagione e Dio ci chiede miracoli, l’impossibile ogni giorno.


Per l’ordinario basta la nostra piccola razionalità.
Ed a pensare da te, in quell’aula, non guadagni che mal di testa, a non pensare rischi l’alienazione tanto bandita.

Il trucco è che non c’è trucco. 

Crogiolatevi quanto volete nella vana soluzione di un quiz che non è tale.


Fabio ci vende un grazioso involucro formato anima ma voi, noi tutti, dobbiamo riempirlo di logica capovolta, col sangue che fluisce al cervello e la vista più corta, magari, ma d’improvviso abbagliata di nuove coordinate, impazzite ed assurde come il dio che c’accompagna sotto un’auto mentre attraversiamo la strada, o illuminate, come lo stesso dio che dona quel cuore rotolato sull'asfalto ad un bimbo inchiodato in corsia d’ospedale.



Dio è cattivo, pensi,  ma se non sai cosa è Dio 
e cosa la cattiveria 
tutte le chiacchiere rimarranno lettera morta. 
Ci vorranno mille domeniche ancora 
affinché quel sottile, invisibile capovolgimento di logica, 
cali delicatamente, 
come pulviscolo impalpabile 
su cuori tumultuosi 
e spiriti interroganti.



Ed allora Dio sorriderà dalla prima fila, in un'aula chiassosa, facendo cenno di fare silenzio che non riesce a capire bene le parole di don Fabio...

venerdì 16 agosto 2013

HOLY MOTORS (2012)





Come in una sorta di cervellotico oblivion, andiamo intrecciando storie dove il protagonista s'intrufola, ma con il copione a portata di mano. Dove conosce i coprotagonisti, dove può morire (a termine), dove incontra altri suoi pari che recitano un tassello di mosaico, dove può essere sparato e ferito (anche nella dignità), dove può non risolvere un bel nulla, dove fa il maestrino, il mostriciattolo, il danzatore e l'educatore, o la belva sanguinaria, o dove anche, al suono della sirena, come gli impiegati del catasto, molla tutto l'ambaradam, e ci si rivede un altro giorno....
Ma dove c'è comunque il solito Grande Fratello al di sopra di tutto e tutti, che decide cosa tu, piccolo protagonistino indefesso, travet dei disegni altrui, possa manomettere, o mantenere, nella società che si regge grazie alla Madre di tutte le Recite, ma con un tocco d’iniziativa, dopo aver studiato il copione in camerino, come nelle compagnie più scalcinate e, con una parvenza di rimpianto anche, sognando la parte e la coprotagonista dei tuoi sogni di cartoncino pressato.



A voler essere clementi - ma tanto, però! - ho percepito giusto una discreta parvenza di idea nel ridisegno dell'intrusione orwelliana attraverso il quotidiano di ognuno di noi; avremmo gradito, magari, alcune variazioni sul tema, come con la bimba in querelle col padre: non sarebbe stato malaccio vederla salire anche lei su un'altra limousine per un altro appuntamento chissà dove, a simulare chissà che... (perché qua di lavoro si tratta, e Leo(s)carax ce lo ribadisce fino alla noia...), ma questo nonsense a valanga, questo esaltarsi nell'imprevedibile, stufa nel giro di poco.



Una volta scoperto il gioco tutto diventa possibile e solo ulteriori variazioni avrebbero intrigato.
Ci si limita, invece, al ricorso reiterato dell'allegoria maccheronica, che i Bunuel ed i Kubrick animarono di ben altro spessore, qui inducente allo sbadiglio plastico più che all’incuriosimento ed all'ampiezza di analisi.
Potevamo trovare spazio per infilare gladiatori, astronauti, infermieri in corsia e gigolò (anzi no, il buon Levant è bravo finché si traveste da brutto, bandito e cencioso ma per fargli fare il fighetto più che della sala trucco in auto avremmo avuto bisogno direttamente della Limo alla Industrial Light & Magic...), perché l'attorcigliarsi attorno al non convenzionale non può diventare automaticamente Grande Cinema come gridolini estasiati tentano di far credere.
Anche Denis Levant è sempre lui. Vero è che recita la stanchezza di recitare ma, nonostante rughe, barbe, e cicatrici, è irrimediabilmente lui.


Forse che non gli va - o non è capace? -, al di là del suo recitarsi stanco?
O non trattasi, piuttosto, che di finissima autocritica: un’ulteriore rilettura psichedelica, rimando del regista al suo cinematografarsi addosso, un po' come il fotografo babbeo del cimitero, un'auto(citazione)critica probabilmente sfuggita agli infervorati della torretta d’avorio.



La Mendes, coinvolta in una pleonastica scena erezionale, forse in copione per distrarre lo spettatore dall'appunto Nulla altrettanto pleonastico dell'Eva-da-richiamo-al-botteghino, ci ricorda l'altro grande bluff stagionale, quella Ferilli divanosa de La grande bellezza (...ma come soprammobili chi le batte quelle due?...).
Kylie Minogue, collega di lavoro, concede una ventina di minuti al nostro trasformista e pure una canzoncina - ma guarda un po’.. - prima di (o immaginarsi di) sfracellarsi al suolo...

Non faccio fatica, però, a fantasticare sulla scimmietta del finale che prende possesso della cinepresa, in più d' una occasione, assieme alla sediola da pseudo regista, girando in autonomia diverse scene catalogate,  poi, per clamorosamente buone, in sede di montaggio... e giù di nuovo applausi scroscianti...



In questa sorta di festival della castroneria, il più manomesso è lo spettatore che rimane catatonico più o meno come quella platea iniziale di comatosi assisi dinanzi allo sfogo autoreferenziale di un tizio al quale dovrebbe essere sufficiente girarseli a casa i suoi filmetti visionari senza scassare gli zebedei in giro per il mondo, risultando pure autorevole Autore di un gran bel cinema perché oggi, basta che non si capisca un tubo, tutti gli intellettualoidi sono pronti a sperticarsi a favore del ragguaglio tra le righe, del sottotesto infingardo, della rivelazione inconsapevole, della manomissione della psiche, del contorsionismo messaggistico.

Anche se ovviamente non faccio film pubblici, ma privati” , dichiara Leo(s); e questo l'avevamo bene (o male) intuito, quello che ci sfugge è perché anche la loro visione, non rimanga un evento intimamente privato...

Lo spettatore medio s'incarta anche lui sul vorticoso tapis roulant, cadendo poi per forza, mentre sparacchia all'impazzata sguardi sempre più sconcertati; anche episodi atti a recuperar(n)e la vivacità, come la zingarata in fisarmonica e salsa gotanprojectiana, rimangono appiccicati in un collage che tende a scorrere via proponendo scattosi impulsi visivi.
Ma devo pagà il biglietto a Leo(s) per un frammentario impulso visivo?



Il richiamo a Cars nel finale mi aveva finalmente destato dallo stato vegetativo ed i titoli di coda - a proposito, che brutto (ri)scivolo nel consuetudinario di un cinema stantìo, i titoli di coda proprio in coda al film! Da questo rivoluzionario Leo(S)carax non me lo sarei mai creso.... - mi hanno bruscamente ricatapultato in questa cruda ed impietosa realtà dove la vita è la vita, il cinema è il cinema e gli incassi producono soldini.. (se becchi il film giusto o gli spettatori guduriosi...).



Di sicuro mi si è ingelosito pure Zemeckis: all'episodio in motioncapture mancava giusto qualche fotogramma in 3D per farlo andare in brodo di giuggiole... certo avrebbe preferito la cartonata Jessica Rabbit al posto della Mendes (e pure della contorsionista...)







In finale che dire di più? Decisamente un film che lascia inquietamente esitanti ed incerti.

Ammetto che, di fondo, non riesco proprio a decidermi se buttarlo nell'indifferenziata o nell'umido organico. 


mercoledì 14 agosto 2013

E DOPO UNA NOTTE DA LEONI ... ALTRE DUE ASSOLUTAMENTE DA DIMENTICARE!!!


UNO
Tra Cose molto cattive ed Hot Fuzz!, Una notte da leoni, commedia americana di livello decisamente superiore a qualsiasi, ignobile, American Pie, scardina con freschezza di regia e sceneggiatura articolata, gli schemi ritriti di certe  commediucce per nulla godibili. 


Complimenti quindi a quest'oasi di buon umore e frenetico delirio comico che ci accompagna a ritroso (e questa è la basilare genialata, ribaltare causa ed effetto ritessendo le fila da quest’ultimo), anche thrillereggiando non male, 


dopo aver fornito una serie di indizi folli, nella notte di quattro amici (Ed Helms Stu, Bradley Cooper Phil, Zach Galifianakis Alan, protagonisti assoluti) che vogliono festeggiare, appunto, con quella che si dimostrerà un’autentica e forsennata notte da leoni, un addio al celibato in quel di una magica e pazza Las Vegas.

Citazioni a valanga e prese in giro a scatafascio con protagonisti azzeccatissimi e mattatori assoluti, ulteriore nota di merito alla base sonora tutt'altro che marginale e sempre di chirurgico supporto. Spero che qualcuno recapiti il dvd ai nostri Vanzina, Neri Parenti e compagnia cantante. Riuscissero mai a captare qualche segnale... ;)


DUE
Una notte da leoni 2, dopo il magico esordio , si traduce in notte fonda, buia e manco tanto tempestosa. Il fortunato ed originale plot del film d'esordio, in onore al motto “squadra (e strategia) che vince non si cambia”, viene riproposto, ma proprio paroparo, svirgolando giusto sulle locations.
Ed a noi, arrivati in sala tutti solluccherosi, ebeti sorridenti prima ancora che inizi il film, quasi per residua forza d'inerzia alimentata dall’ancor nitido ricordo del primo geniale episodio - come quando a tavola c’hai l’acquolina in bocca in attesa di un piatto che conosci e sai benissimo quanto gustosamente ti squasserà i trigliceridi - non rimane altro che assistere, con lo scorrere dei minuti ed il sorriso che devia in ghigno, ad una copia cartacarbonata, diluita, scialba ed insapore del cotanto celebrato primo episodio..




E lentamente, cogliendo coscienza del déjà vu, si cominciano a pesare le battute (battute?), a prendere atto di pause inconsulte, situazioni plagiate, scenette telefonate, protagonisti ormai convinti che basti loro mostrarsi o smorfieggiare per suscitare l'ilarità (Zach Galifianakis su tutti, spesso indisponente nella sua ampollosa ridondanza che clona - è un vizio? - in apparizioni parallele, in Parto col folle ad esempio), e si consegue manifesta coscienza che, se questo è l’andazzo, ad un'eventuale leonina notte 3 non c'avvicineremo neanche a ticket gratuito (questo scrivevo a caldo scottato dal 2... mo’ che me so’ bruciato col 3.. vediamo se la lezione servirà almeno ad evitare il 4... n.d.r.)



TRE
Ma sarà veramente l'ultima puntata della saga? Costantemente in discesa libera verso la commediola stantìa, ripetitiva e noiosa?
Temiamo il peggio. Temiamo che la saga imperversi accartocciandosi su se stessa come una candela a ferragosto. Ma non possiamo accontentarci di tre o quattro situazioni surrealmente azzeccate (la giraffa in autostrada su tutte) per non far ripensare malinconicamente al micidiale mix di frenesia vorticosa e geniale del primo episodio.

Abbiamo esaurito le pile, abbiamo logorato i personaggi, reiterato il plot in lungo ed in largo. Contaminare il genere con qualche morto ammazzato ed una vena vagamente spythrillerè un azzardo che lascia indifferenti, quando non perplessi, e non paga affatto.
Bradley Cooper ormai si è completamente sdoganato dal ruolo alla grande (ed infatti qui timbra svogliatamente il cartellino dorato dell'incasso sicuro) riproponendosi sotto mille sfaccettature tra Limitless, Il lato positivo o Come un tuono (oscurando pure Ryan Gosling), 


Zach invece non ne esce più, capace solo di replicarsi scimmiottandosi all'infinito, e ad Ed Helms non sanno più cosa fargli accadere per far strappare una mezza risata, per tacer di quel Ken Jeong Chow
che ruba, noiosamente, un casino di spazio a tutti finendo per monopolizzare la visione... bruciato anche in malo modo un letale marchio di fabbrica che aveva chiosato i primi due episodi in maniera spettacolarmente efficace: 


una carrellata di foto sgarrupate a testimoniare altre, inedite, folleggianti gesta dei nostri amici alle prese con devastanti notti da leoni. Il finale del terzo episodio ci priva anche di questo consueto finale a mitico scoppio, suggerendo solo un propedeutico trampolino di lancio all'inevitabile quarto episodio... altro che The End...



martedì 13 agosto 2013

ESSERE O APPARIRE?



Al cinema, la visionarietà stuzzicata dall'osservazione, è cardine e volano, ed a maggior ragione in letteratura dove, in sequenza al testo più razionale, creiamo mentalmente - e riga per riga - scenografie e scenari a supporto di allucinazioni irreali che accompagnano la lettura generando messeinscena ad elevatissimo budget.

La letteratura”, del resto “è sempre stata la miglior forma di rappresentazione della coscienza di sé dell'uomo e della società, questione complessa per il cinema che parla attraverso combinazione di audio e video in movimento”. (Chiara Sulis)




E nulla potrebbe apparire se non esistessero esseri ricettivi, creature viventi capaci di conoscere, riconoscere e reagire a ciò che non semplicemente c'è, ma appare loro ed è destinato alla loro percezione” (Giuseppe Bomba)




Oggi scartabelliamo risvolti ideologici anche per gli svariati natali in crociera, ed è un difetto determinato sia da regie provocatorie come da disegni altamente fasulli.

Discernere dalla molteplice carne al fuoco potrebbe essere lo sport del futuro.

Intanto il Nuovo Cinema continua a scavarsi attorno ed addosso leccando e morsicandosi alla scoperta di un divenire ancora oscuro, ma ricco di potenzialità.

E l'importante è sapersi mettersi in gioco ogni volta di nuovo davanti ad un film, come ad un libro, 
una musica, 
un quadro, 


od anche “solo” un tramonto.







Dovremmo riappropriarci della nostra iniziativa senza farci annichilire dai disegni altrui.

Più che il “cosa provare”, diventa essenziale il “provare”.

In quest'ottica, forse, anche Il cavallo di Torino potrebbe riacquistare senso.

A patto di poter giocare ad armi pari, però.



Testoline ottuse

Il Sioux guardava in basso, verso la vallata, brandendo l'ascia in un gesto eterno. Davanti ai suoi occhi socchiusi apparve il ranch più spoglio che avesse mai visto, di dimensioni modeste e molto scalcinato.
Fosse stato il dirigente di un nostro qualsiasi ministero, avrebbe potuto dire che il suo lavoro non gli dava più le giuste motivazioni. Ma la realizzazione professionale dei guerrieri Dakota, purtroppo, non ha mai interessato nessuno.
Dentro la piccola costruzione si intravedevano due visi pallidi, un uomo ed una donna, che ammiravano un neonato.
Avrebbe potuto attaccarli anche da solo, non ci sarebbe voluto molto ad avere la meglio su quella famigliola indifesa e portare via il bestiame, mezza dozzina di pecore, un bue accovacciato ed un piccolo cavallo. Non riusciva però a decidersi, forse per la scarsezza del bottino, forse per l'espressione serena e benevola dei due genitori.
Il Sioux si chiese per quale motivo gli altri non arrivassero, tra i guerrieri della sua tribù ce n'era almeno un paio che non avrebbero avuto problemi a fare il lavoro al posto suo. Desiderava moltissimo acquattarsi, ma naturalmente non poteva. Dietro di lui, il suo mustang lo fissava, immobile e dignitoso, nonostante gli mancasse una zampa anteriore.
Si accorse allora di altre presenze che non aveva notato fino a quel momento.
A poca distanza dal ranch c'era una donna che lavava i panni nelle acque di un piccolo stagno e al suo fianco, anche se sembravano ignorarsi del tutto, un ragazzo pescava. Stava tirando su un bel pesce dorato, ma non si decideva a staccarlo dall'amo.
Girando ancora lo sguardo per quel che gli riusciva vide, sotto un albero che non conosceva, dal lungo fusto e dalle ampie foglie paripennate, una sparuta mandria di strani cavalli dal dorso orribilmente deforme.
Il pellerossa si sentiva nervoso, era entrato in un territorio sconosciuto, misterioso ed ostile. Cominciava ad avere paura, sentimento che non ti puoi permettere se ti chiami Orso Indomito. Le terre del suo popolo, lo sapeva bene, si estendevano dal piccolo tavolo sacro al tappeto dei mille orsetti bruni. In quei luoghi i Sioux cacciavano, combattevano i soldati e vivevano in libertà i loro giorni. Adesso però si era spinto troppo oltre. Tese l'orecchio sperando di sentire le grida dei suoi fratelli che si avvicinavano.
Fu allora che scorse una creatura spaventosa, in cima alla collina adiacente a quella su cui si trovava. Era un tacchino gigantesco, molto più alto di lui, che lo guardava in silenzio. Il sangue gli si ghiacciò nelle vene.
Mentre si preparava a difendersi dal mostro, arrivò il marine. Stava parlando ad un telefono da campo e non sembrò avere nessuna paura dell'enorme gallinaceo che incombeva su di loro.
Anzi, si trovò subito a suo agio lì nel presepe, dove Simone, sette anni, lo aveva messo, con un innesto spazio-temporale ardito ed affascinante. Del resto, il Medio Oriente era pane suo, un posto infido e pericoloso dove però i marines sanno come muoversi.
Il militare iniziò subito a tenere d'occhio tre vecchi che si avvicinavano alla capanna sui loro cammelli, portando ciascuno un cofanetto sospetto. Avrebbe potuto essere esplosivo, degli arabi non ci si deve mai fidare, questo al marine lo avevano ripetuto migliaia di volte.
A quel punto, Simone tornò dalla sua camera con le mani piene di soldatini e li sistemò dappertutto: un giapponese a dare una mano al caldarrostaio, un barbaro con arco e frecce vicino alla mangiatoia, un pirata malese che cercò subito di attaccare discorso con l'angelo che stava sopra la stalla.
Tutti i soldatini, qualunque fosse l'etnia che rappresentavano e in qualunque materiale fossero stati fabbricati, convissero serenamente: davvero non c'erano più romani e barbari, cristiani ed ebrei, bersaglieri e giubbe rosse, che si trattasse di ometti in plastica o in piombo, se ne stettero là, tranquilli, con nelle loro testoline ottuse la sensazione sempre più chiara che dovesse accadere qualcosa, arrivare qualcuno.
Ma arrivò solo l'Epifania e la piccola città venne smontata, le casupole in cartone e la capanna riposte in una cassetta di legno dello Stock 84.
Anche i soldatini tornarono nella stanza di Simone, riposti in piccole scatole a seconda dei gruppi di appartenenza: indiani con indiani, pirati con pirati e cosi via. Il piccolo pellerossa con il tomahawk sempre alzato riprese la solita vita, fatta di riunioni intorno al totem, battaglie lampo e cacce al bisonte (in realtà erano mucche, ma Simone aveva solo quelle).
Tutto sembrava tornato come prima, con la sola eccezione che, qualche volta, il guerriero Sioux sognava l'enorme tacchino e si svegliava terrorizzato.
Un giorno però, durante un attacco al forte, una giubba blu, che nei giorni del presepe si era ritrovato accanto, lo salutò con inaspettata cordialità e da quel momento, nel cesto dei giochi, di tanto in tanto, un soldatino mandava un saluto a quelli delle altre scatole, che rispondevano calorosamente, con grida di esultanza e brevi cori affettuosi.
E quando Simone decideva di scatenare la guerra mondiale, che per lui significava tutti contro tutti, indipendentemente dalle nazionalità e dalle epoche storiche cui i piccoli militari appartenevano, era una specie di festa tra vecchi amici, nonostante, per serietà professionale, spade, fucili, frecce e cannoni dovessero entrare scrupolosamente in azione. Alcuni addirittura, tra scariche di artiglieria ed assedi interminabili, si davano appuntamento vicino alla capanna per l'anno successivo.
Tuttora, a dispetto di sociologi e decreti governativi, nonostante siano passati molti anni e lui non giochi più con i soldatini, il presepe di Simone rappresenta il più ambizioso e ottimistico tentativo d'integrazione razziale mai realizzato nella buia, grandiosa, sconfortante storia dell'Umanità”

(Marco Presta - Il paradosso terrestre -)


Realtà ed inganno si prestano agli ingegnosi strumenti umani per camuffare senso e percezione.
C'è chi traveste la realtà e chi vorrebbe, testoline ottuse, denudare l'archetipo.

Continuo a preferire i primi.




Il sesto senso
Il vuoto dentro








The prestige
Il vuoto scompare









I soliti sospetti
Il vuoto attorno










La grande bellezza
Il vuoto (ri)appare








Il cavallo di Torino
Il vuoto oltre la collina









Inside man
Il dentro vuoto