mercoledì 31 luglio 2013

BALLATA


Sul corso c’era una cabina del telefono. La porta si apriva e si chiudeva di continuo. 


Le persone discutevano dei loro affari, telefonavano a svariati uffici, combinavano appuntamenti, chiedevano prestiti agli amici o tormentavano, con la loro gelosia, la persona amata.
In un soleggiato pomeriggio d’estate il poeta entrò nella cabina. Telefonò ad un redattore e disse: Ho gli ultimi quattro versi! - e da un foglio tutto spiegazzato li lesse.
Ahimé, come sono deprimenti! - disse il redattore - Riscrivili, ma che siano molto più allegri.
Il poeta ebbe un bell’accampar ragioni, ma invano.
Posò rassegnato il ricevitore e si allontanò.
Per un po’ non arrivò nessuno, la cabina rimase vuota.
Poi comparve una signora di giovane età, molto formosa e con un chiassoso vestito a grossi fiori.
Voleva aprire la porta della cabina.
Questa dapprima non si aprì, ma poi si spalancò all’improvviso cosi da respingere la signora sulla strada.
Al tentativo successivo la porta rispose in modo tale che sembrò quasi affibbiarle un vero e proprio calcio. La signora barcollò all’indietro aggrappandosi alla cassetta delle lettere.
Erano sempre più numerosi, ora, quelli che accorrevano, facevano commenti sulla cabina, sulle poste e sulla signora dai grossi fiori.
Alcuni pensavano che la cabina fosse attraversata dall’alta tensione.


La cabina ascoltò per un po’ muta quelle strane congetture, poi si girò e si avviò con passo quieto per la via.
Guardava le vetrine.
Indugiò davanti un negozio di gelati, alcuni la videro entrare anche in una libreria.
Vicino le rovine dell’antico monastero vide un’altra cabina telefonica.
Andò oltre, poi si voltò e con discrezione, ma assiduamente, cominciò ad occhieggiarla.
Passò la notte in un giardino di rose, poco distante.
All’alba, era salita su per il monte poi era discesa sul versante opposto ed aveva imboccato la strada nazionale.
Molto fuori città, oltre le ultime case, esiste un campo di fiori selvatici, piccolo ed appartato fra gli alberi ad alto fusto, come un laghetto di montagna.
E nel cuore dell’estate, l’erba, la gramigna ed i fiori, arrivavano fino alla cintola.
In questo luogo si era installata la cabina.
I gitanti che capitano lì ogni domenica ne sono molto contenti.
Se viene loro in mente di fare uno scherzo a qualcuno che sta ancora dormendo il sonno del giusto, o se ricordano improvvisamente di telefonare a casa per avvertire che mettano sotto lo stuoino la chiave dimenticata,
entrano nella cabina e, mentre i fiori di campo dal lungo stelo si piegano verso di loro sulla porta,
prendono in mano il ricevitore.
L’apparecchio tuttavia non dà linea.


Si sentono invece nel ricevitore, ripetuti di continuo,
quattro versi, molto sommessi, come di violino in sordina.” 
 (Istvan Orkeny)





La poesia sopravvive agli uomini, alla memoria, alle cose, probabilmente al mondo ed alla vita.

Seppure, un giorno, anche questo file dovesse bruciare,
un’eco di sommessi versi continuerà a fluttuare,
esitando in eterno.

Tra l’aria fumosa ed acre.


CLOUD ATLAS (2012)




"Le anime attraversano le età come le nuvole i cieli (…) Chissà chi soffia le nuvole e chissà come sarà la mia anima domani? Lo sa solo Sonmi: l’est, l’ovest, la bussola e l’atlante, sì, solo l’atlante delle nuvole, il nuvolario". 



Messicana clandestina e marinaio nero esperto in regate fuggono su un isola infestata da demoniache presenze dopo aver sottratto i nastri originali di un'opera sinfonica ad un compositore gay ed al suo compagno editore di fantascienza amante di un gangster senza scrupoli ed affascinato dalle infermiere manesche invischiato in un traffico illegale di alimentari alterati di un fast food cult in un futuro apocalittico dove ogni progresso verrà azzerato ad eccezione di alcuni aliscafi alimentati a sapone atomico residuo di un'era futuristica non distopica tutto a copertura di una multinazionale petrolifera che gestisce piattaforme oceaniche camuffate da casa di cura dedite alla ricerca di galeoni e tesori scomparsi di origine preprimitiva.

Forse non è proprio questa la trama ma vallo a sapere tu se una volta legato ben bene quell'intero bue sulla bracetta traballante del terrazzino ti usciranno fuori proprio quegli arrosticini che tanto sognavi... 
qui emozioniamo in una frazione di secondo, qui non c'è tempo di somatizzare perché il montaggio ti stronca l'analisi e t'incarta (con) le immagini a mitraglietta mentre ancora il disagio tracima sugli occhi spalancati di qualche fotogramma precedente e perdiamo irrimediabilmente quel sentiero dove altri allegramente s'avventurano in limousine... 
Che il finale stucchevolizzi il messaggio può essere considerata anche dal soprascritto nota negativa (e da qui la perdita della quinta stella),
 ma che gentilezza e crimine indirizzino il mondo rimane piatto forte di un'umanità allo sfascio e servito come arrosticino superstite di un clamoroso rogo sul terrazzino pre-ci(pi)tato mi suona innegabile come quei sette/otto (tanto per esorcizzare i famosi sei) gradi di separazione invocati in schizzato peregrinare - forward and rewind - dal 1849 al 2321. Qualcuno ha quasi colto nel segno definendolo bignamino dell'umanità, ma questo promette un livello di difficoltà in più, con le pagine numerate ad capocchiam... 

E poi come non accontentarmi di Hanks che con un solo, preistorico, rantolo di terrore, mi azzera tutto lo pseudorutilante Di Caprio gatsbyano... ;)




 

martedì 30 luglio 2013

THE WEATHER MAN (2005)


David Spritz è L’uomo delle previsioni, ma non prevede le vicissitudini che gli piovono addosso, sotto forma di famiglia ed utenti incolleriti. 
E sotto forma di rapporti distratti dal sogno tipicamente americano, quello stesso sogno che una volta ridimensionato può permettere un nuovo punto di vista e l’accettazione pacata delle perturbazioni.

 Anche quelle a ciel sereno.


Quando riusciamo a percepire tutte le contraddizioni della vita di un uomo, lì, sullo schermo, e lentamente ci immergiamo nella folle quotidianità composta sempre da piccole cose, contrattempi, seccature, tasselli di puzzle mischiati a sorrisi, belle scoperte, strani incontri, allora si, ci accorgiamo che e' vero, e' proprio cosi: il lieto fine non lo controfirma nessuna polizza ma è la sfumatura, il chiaroscuro;



 solo quello e' assicurato, nel bene e nel male. Aboliamo l'Assoluto e dedichiamoci agli accenni: 
questo ci insegna il nostro meteorologo ossessionato da maltempo capriccioso, almeno quanto gli esseri che gli gravitano intorno...


Ed anche se non ovviamente, per l'occasione grandissimo Nicolas Cage. Forse il migliore. 

sabato 27 luglio 2013

SCAURI


“Dici di amarmi, ma con un sorriso freddo, come un’alba di Settembre” (J. Keats)

Non toccatemi MAI Settembre.   
Le albe di Settembre, come l’aria tersa, o i tramonti affogati di solitudine, non sono comuni a nessun altro mese dell’anno.

Offrono il medesimo tepore che sgorga dall’anima, e chi non l’apprezza è perché l’ha persa di vista la propria anima, e riflette solo segnali eclatanti, non avverte le sfumature, non ascolta i sospiri.

Non si è mai inoltrato nella grotta azzurra, dove l’acqua fruscia mille piccole pietre e le rende levigate come lei quando, poi, al crepuscolo si assopisce e dispone in ordine riva e moniti, in attesa di nuova aurora; non conosce un paesello con le case nell'acqua, il lungomare che raccoglie sospiri, l'amaro col ghiaccio sul molo che tiene la luna appollaiata all'orizzonte, le cozze in guazzetto, i tramonti che finiscono dritti su Ponza ed un vagone di passato da tenere per mano coi piedi a mollo.

Un’alba di Settembre, col suo alone di nulla deglutito,
può spaventare perfino Keats.





Ora sono in riva al mare
velato di sottile pioggia,

vedo l'orizzonte fuso
col cielo ruggine,
sabbia mattone
tra infiniti relitti
di nervose maree.

Silenzi incolmabili
sfuggiti all'eco
complici del buio che ora
circonda - vorace - tutto,
scoglio e gabbiani,

e sento il vento,
che tornando a casa
trascina aria di Gaeta.










I DUELLANTI

L’opera prima è bisogno di fare film.

Ancor prima di saperlo fare.

Ed in Ridley Scott il bisogno trasuda ad ogni inquadratura coniugato ad una miracolosa, incredibile consapevolezza del fare cinema.
C’è entusiasmo e fresca sapienza, maniacale applicazione pur nella ristrettezza dei mezzi.
Conrad scrisse Il duello in tre mesi, Scott lo rende “visione” in un anno. Ci trascina in un ossessivo, apocalittico inseguimento lungo un ventennio.

Il grottesco reiterarsi del duello è l’anima del film.
Il duello comanda ed i duellanti sono pedine (qui forse l’unico errore nel trasporre il titolo, dove Scott predilige all'atto, gli attori), ed anche noi, alla visione, siamo pedine: duello come estrema sintesi del nostro combattere col mondo e con noi stessi senza soluzione di continuità.

Conrad coglie le nostre debolezze ostentandone l’assurdo e Scott le confeziona in iter visionario facendoci masticare l’ordinario della follia.
Restano le performances assolutamente di rilievo di due mostri sacri calati appieno nelle parti.

Il loro sudore, l’odio, i tremori, la sorpresa, la cattiveria e gli stupori, le ostinazioni e le gioie, le fughe, gli accenni e gli affondi, i ripieghi ed il sangue.

E questo cocciuto 
fronteggiarsi. 

Carradine e Keitel disumanamente umani di fronte all’ineluttabilità. Incomunicabilmente esasperati, raffinatamente maniacali, 
fino al geniale epilogo.

Giocoforza, dopo, appassionarsi di Cinema.  








venerdì 26 luglio 2013

TURCHIA

Strano viaggio. Viaggio nel diverso. Viaggio di sorpresa.
Di punto di vista spiazzante. 
Non mi aspettavo l’ibrido soprattutto. 
Come l’hotel ultramoderno dove t’imbatti in affollatissimi e colorati matrimoni di canti e bimbi danzanti.



La donna in costume succinto che chiacchiera affabilmente in riva al mare con quella bardata da capo a piedi. Un’altra lei che fa il bagno completamente vestita in quello stesso stabilimento dove scorgi costumi disinvolti ed una musica da discoteca a decibel galoppanti che gareggia coi muezzin che salmodiano ad intervalli regolari inviti alla preghiera... i supermercati rigonfi di articoli variegati che nelle nostre coop neanche ci sogniamo, ma nei quali si accede attraverso meticolosi metal detector stile check in aeroportuale.

E la gentilezza della popolazione locale, cortese anche quando insiste per venderti qualcosa nei variopinti e caciarosi suk. Le casette basse in legno e dalle finestre multicolore, tutte coi loro mini pannelli solari, quasi ad invocarli caldo e sole pazzeschi che quando tira vento sembra ti phonino in faccia.

E le moschee poi. Immergersi in una moschea è preghiera interattiva. 
E lascia stare la religione diversa.. non pensi a quello, si perde di vista il ”grande disegno”, è il dettaglio che incalza ... c’è intimità palpabile.. una paradossale unità d’intenti, l’interazione respira, passeggiare a piedi scalzi crea un rapporto privilegiato, genera silenzio soffice, è come se nuotassi tra pareti di storia, tra preghiere impigliate nei tappeti, tra milioni di respiri ovattati come il tuo incedere... è pace.. una pace differente da quella scambiata con una - spesso distratta - stretta di mano nelle nostre chiese... 
quando te ne accorgi, non ne salti più una, di moschea...

 

giovedì 25 luglio 2013

IO CHE DI TITOLI DI CODA ME NE POSSO VEDERE ANCHE OTTO MINUTI DI FILA...


ed odio quelli che si alzano, si stiracchiano, c’hanno le fregole, devono uscire per primi, si mettono la sciarpa, il maglione, il cappotto, il casco, si rifanno la messa in piega, telefonano al ristorante, alla mamma, leggono le mail delle ultime due ore e gli sms degli ultimi due giorni, e sono proprio quelli che stanno davanti a te o accanto e ti vogliono passare sopra e che, anzi, proprio non capiscono perché stai ancora seduto se il film è finito…

Perché i titoli di coda sono un must, una delicatessen, “the cherry on top”. Sono parte del film, a volte gran bella parte del film, e possono risultare illuminanti, possono farti capire che il tipo che hai pensato essere interpretato da Tizio per due ore, in realtà era Caio. E quel tal Sempronio che vedi ben scorrere ora a caratteri semicubitali, non l’avevi affatto notato, e riconoscerai i nomi dei parrucchieri che hanno pettinato la protagonista spettinata e quelli dei tre sarti che hanno vestito quel raffazzonato del coprotagonista, e ti sovverranno i doppiatori (accorgendoti che tuo cugino Filippo doppiava x e non y), e poi i meccanici, i montatori e gli smontatori, gli scenografi e gli sceneggiatori, i responsabili del catering ed i ringraziamenti al Comune di Procida per un film che credevi girato a Capri, e gli aiuto registi e gli aiuto degli aiuto  e, diciamocelo chiaro… 



volete mettere il fascino, il carisma, l’appeal dell’apparizione su mega schermo di un extra casting, di stills photographer, storyboards artist, set decorator, ed ancora  dressing propmen e cable mantenaince (altro che elettricisti…), il wardrobe supervisor, gli scanning ed i recording, i film editors, utility sound, greens foreman, il camera focus puller ed il camera clapper leader, il vision effects supervisor, il legal & business affairs manager, il dolly grip, senior and junior assistants, il re-recording mixer, l’additional editing ed il developmemt executive con l’art director, il post production accountant nonché tutti i titoli delle canzoni dei Beach Boys che pensavi fossero di Bruce Springsteen e quelle di Brian Eno che avresti stragiurato di non aver mai sentito… insomma ti si dipanerà un mondo, s’illuminerà la tenebra, farai amicizia con lo stunt, il trainer co-ordinator ed il passante uno, il passante due ed il passante tre, sarà un commiato cortese, un saluto delicato, un lieve arrivederci.

Ti guarderà storto solo l’omino di sala che indirizza il pubblico verso l’uscita. 
Lui che non c’è giorno che riesca a vederseli in santa pace 
‘stì benedetti titoli di coda…


  1. A Bug's Life - Megaminimondo (1998)Titoli di coda con i finti errori commessi dai cartoni animati... geniale!
  2. Piramide di paura (1985)Gran peccato uscire prima...
  3. Una pazza giornata di vacanza (1986)Qui è Broderick che vi caccia dal cinema...
  4. Santa Maradona (2001)... col maniaco per i titoli...
  5. I Simpson - Il film
  6. Una notte da leoni (2009)Titoli di coda rivelatori... da uccidersi dalle risate! 


martedì 23 luglio 2013

IMMAGINA UNA CITTA' MAGICA. PRAGA, AD ESEMPIO.

Immagina una città magica, con un tocco di magia in più. Puoi scorgere folletti al mattino presto coi passi attutiti dalla neve in Piazza dell’Orologio.


Il freddo incanta le vie ed il freddo srotolato guadagna tempo nascosto dietro gli angoli. Potrai passeggiare con le storie che sbucano dai muri dimessi, ad accompagnarti nell’alba livida.
Non sarai tu a sognare ma verrai sognato ad ogni svolta, una città già sospesa nell’incanto acquisirà una dimensione soffusa.


Il cielo t’inghiottirà assieme a guglie e ponti e cimiteri bisbiglianti, non distinguerai che radi orpelli nella nebbia sporcata di timida neve ed orme caute.

Ora immaginala, un’attesa di città magica, con ancora un tocco di magia in più.



C’è una Praga di nebbia
che non ho visto,
di ponte deserto
e statue a sussurrare,
di gotico indiscreto
e scale mai percorse.


C’è una Praga sempre sognata,
ragnatela di labirinti,
dove il tempo è gelato
in perenne tramonto,
la notte smania inquieta
ed il giorno, ormai,
memoria sgretolata.

C’è una Praga brulicante
di fiaba appena sfogliata
persiane vive
che ti raccontano le strade,
vetrate in disordine
a colorare l’anima.

E c’è un mio ricordo,
sfuggito al bagaglio,
rimasto a disegnarsi
tra arco e crocevia.






CRISI D'IDENTITA'

Sono davanti lo specchio.

Ma non ci sono solo io, dirimpettaio e riflesso sulla superficie traslucida.
Proprio accanto al me rispecchiato, scorgo un mio doppio.
E’ un altro me - ora lo (ri)conosco -, che guarda, anch’egli/esso sorpreso quanto me, la duplice figura reputando evidentemente estranea e, verosimilmente, in eccesso, la mia/sua doppia immagine echeggiata dalla parete rilucente.

Ora trovo singolare (anche se, alla lettera, plurale) non solo il soggetto riflettente - che non riesco, come se non bastasse, a percepire al mio fianco in qualità di fonte del paradosso visivo - e la sua traslazione figurata, ma anche, e soprattutto, quest’altra avulsa sensazione che mi pone al di fuori del corpo e dell’immagine, bizzarro riverbero con mie apparenti sembianze, lì ad un passo, a creare un esterno, imbarazzante quadrilatero, ed io aldilà e fuori dei quattro riflessi/riflettenti.

Sono letteralmente oltre corpo ed immagine, sento aliene le mie membra fisiche erette davanti lo specchio, e smisuratamente lontana quell’accozzaglia di tratti disegnati sulla parete d’un acquoso diafano, pronti a minacciarle; ed infine assurdamente incredulo che una mia illusione ottica riesca a riprodursi come entità straniera, indistinta e vaga, ombra nell’ombra, fantasma tra i fantasmi, iconografia pura.

Inorridendo, poi, a tal punto, da far dileguare ogni allucinazione come miraggio distratto, riqualificandomi, infine, pura e singola effigie su di un ormai docilmente consueto cristallo appeso al muro che comunica, finalmente, solo coordinate e riflessi familiari al cervello - quasi impazzito fino ad un attimo prima - allocato nella mia simpatica scatola cranica adibita per l’occasione, seppur microattimi, a rutilante multiplex denoantri.


E tu pensavi de cavattela co’ ‘n’angiografia?!?....


domenica 21 luglio 2013

I CORTI

Adoro i corti. Come adoro i racconti in letteratura. Ho visto sperimentazioni visive che mi hanno colmato l’anima e letto indimenticabili romanzi di cinquanta righe. Ridurrei la vita in aforisma, potendo. E la farò breve anche qua, riuscendo.
Si è scritto molto, paradossalmente, sui corti, ma le troppe chiacchiere sono in contraddizione con l’oggetto. Ovviamente chi fa corti principalmente vuole ovviare ai costi, inutile girarci attorno, chi decide poi di specializzarsi in spot e videoclip sacrifica magari la verve artistica ma se è un fenomeno ne uscirà alla grande. Col messaggio e con la grana.
La visibilità si è moltiplicata, appunto con canali tematici (musicali), invasioni pubblicitarie e strumenti quali youtube che permettono ad un corto, altrimenti invisibile, di poter alzare la voce.
Ma apro anche uno spiraglio d’incanto con questo estratto da Anti-100 Years of Cinema Manifesto di Jonas Mekas: “In tempi di produzioni opulente, spettacolari, da cento milioni, voglio prendere la parola in favore dei piccoli, invisibili atti dello spirito umano. (…) Voglio celebrare le forme del cinema piccole, le forme liriche, la poesia , l’acquerello, lo studio, lo schizzo, la cartolina, l’arabesco, il sonetto, la bagatella e la canzoncina in 8 millimetri (…) La vera storia del cinema è la storia invisibile - una storia di amici che si trovano insieme per fare quello che amano fare - per noi il cinema inizia a ogni nuovo ronzio di proiettore, a ogni nuovo ronzio delle nostre macchine da presa, i nostri cuori balzano in avanti, amici miei!” Poesia ragazzi!.. cos’altro se non un corto per l’anima?…


La vita è un cortometraggio (Enrico Ghezzi). 
E ce ne accorgeremo tutti. Alla fine.


Ed a sigillo vi piazzo, in appena tredici minuti di video, un concentrato di grandissimo impatto emotivo, un solido thriller, poesia e commozione, musica di estrema sensibilizzazione, un perfetto montaggio che sdoppia il piano visivo e temporale coinvolgendoci in rapide dinamiche, una recitazione partecipata, il tutto calato in una fase storica che ancora deve/dovrà svelare mille segreti.
Qui andiamo oltre il corto cinematografico. Siamo vicini al miracolo.





sabato 20 luglio 2013

DI CORSA PER VITERBO


Passeggiare per Viterbo medievale,
magari per mano col tuo amore,
alla ricerca di scorci poetici e trattorie dai sapori stuzzicanti,
è esperienza da raccomandare senza mezzi termini.
Indossare scarpe da jogging invece,
ed avventurarsi a velocità da crociera
tra sanpietrini e saliscendi d'antico borgo,
indigestiona si, d'immagini; ma fibrilla anche coronarie e polmoni,
esaspera la panoramica comprimendo il rifiato;
stuzzica l'eco di gomma e muscoli,
e ne cura il rimbalzo su pareti millenarie
miscelando le distanze tra afrore e rètina,
abbraccia le mura di abbraccio ritmato,
squassa il traffico strepitante
che s'avvinghia addosso come fossato impotente,
sbucando poi, improvviso, a silenzio vergine,
attraverso squarci di varchi che inerpicano alla città vecchia,
dal respiro sopito,



al contrario del tuo desueto sfregare polmoni che, tuttavia,
s'adagiano elastici alla (nella) Storia,
e s'adattano anche di docile calpestio
sull'acciottolato sconnesso come il tuo respiro riarso,
fino ad identificarsi con l'edera ed i lampioni sghembi,
e i gerani già gonfi di colore che sbirciano da minuscole finestrelle
tifando composti al tuo vorace passaggio,
dove un vento disordinatamente di casa sbreccia l'arco
e le fontane dissetano d'arte scolpita e zampillo ricamato;



gli architravi di pietra in bilico s'issano a sorreggerti come protoenergetico
ed i portoncini di legno incupito spiano i bioritmi;
col Duomo ad accoglierti, infine, su scalinate
che hanno visto scorrere sangue e lacrime,
ed oggi s'accontentano del tuo sudore
a rendere omaggio al silenzio definitivo
di piazza immobile.





venerdì 19 luglio 2013

ENZO

Solo un amico?


Di più, se c'è un pezzo della nostra vita che va via con lui.
Vagonate di ricordi, di viaggi, di risate, di cene, di musei, di nuotate, di passeggiate in montagna alla scoperta di orchidee selvatiche ed asparagi introvabili, tra fotografie ed infinite discussioni tra calcio, cinema e politica.


Enzo non aveva internet ma era la nostra enciclopedia vivente.
Non prendeva l'aereo ma conosceva mille posti ed alla vigilia di ogni nostro viaggio sapeva dirti esattamente cosa andare a visitare. 


Non aveva arredato casa di mobili, ma di amici.
E di attenzione costante verso tutti.
Non era un cuoco ma gestiva un ristorante: casa sua.

Da Enzo ar tredicesimo, l'avevo ribattezzato.

Una cena sempre pronta e quattro chiacchiere distensive a disinnescare stress e malinconia.


Una vita a lottare con un destino che, lui sapeva,
avrebbe presentato il conto.

Ma proprio per questo, una vita piena, con le impuntature e le cocciutaggini che ben gli conosciamo, ma con una generosità, una simpatia ed una franchezza particolari.

Solo un amico? Molto di più.

Papà” lo chiamava Luisa, adottata scherzosamente in un tempo che sembra lontanissimo ma è come fosse oggi, adesso.

Mi piacerà immaginarlo assorto davanti al suo acquario.

Ma senza più affanno.
E con un occhio sorridente su chi gli voleva, e gli vuole,
un gran bene.

Ciao Enzo.






martedì 16 luglio 2013

KOS

17 agosto 2009


Arriviamo a Kos in perfetto orario. L’albeggiare è sereno. Ci preleva un taxi. Ventotto i km fino all’albergo e l’isola si sgomitola davanti con una luce delicata che gradatamente svela curve, rettilinei, saliscendi, profili grezzi di montagne a segnalare cupa imponenza lungo il loro fianco da costeggiare, la vegetazione è modesta ma costante, l’urbanistica disordinata ed affollata ma, soprattutto, niente mare. Stiamo procedendo lungo la dorsale dell’isola, gli studi delle piantine geografiche prepartenza ci rendono sempre vagamente coscienti di luoghi, distanze e geografie altrimenti sconosciute, l’impatto è comunque guardingo e colmiamo la vista di sensazioni senza curarci di capire, immaginiamo solo, voraci e curiosi, anche se sconvolti da una notte semi insonne, ed al termine eccola la costa, con la Turchia quasi da toccare di fronte, ed il mare immobile del mattino a respirarci. Siamo arrivati Kos! Ennesima isola greca di un Egeo che non termina di appassionarci.



30 agosto 2009



Partenza da Kos. Ancora prima dell’alba stavolta, ed ancora taxi che in senso inverso ora, ci riporta in aeroporto. Ma stavolta è percorso di memoria strappata con altro spirito, album febbrilmente sfogliato. In 13 giorni l’isola si è rivelata. Come amiamo sempre dire con Lulù dopo anche solo poche ore di frenetico girovagare in nuovi luoghi: Kos non ha più segreti. Scorribandata a piedi ed in scooter in lungo e largo, alto e basso. Ogni metro è riconosciuto, ogni svolta nasconde un paesaggio, un richiamo, ogni incrocio si dischiude familiare, ogni ansa svela rivoli di strade battute che affollano memoria concitata ed ognuna moltiplica le visioni, che siano di chiesetta isolata – macchie bianche e blu affogate nel silenzio - spiaggia infinita, stradina dal convulso shopping o castello veneziano di solitaria vedetta. Ogni angolo ci saluta discreto mentre il taxi procede inesorabile e silenzioso con le nostre faccette incollate ai finestrini, è un addio confidenziale anche se di velato rammarico, un vicendevole ringraziarsi, un custodire meticolosamente impressione e sorriso ad ogni curva che dissimula storie ancora pulsanti, un tuffo nel cobalto od uno sbirciare Storia ancora irrequieta ed in un soffio affiora il ricordo delle cene al vento, quel quieto mangiare a tenue brezza d’isola che colora sapori disegnando la sera d’aromi allo tzaziki, ed ancora le ore col meltemi lieve e costante che t’assuefa al sole più spavaldo. L’isola si raggomitola discreta tra mille sfumature, e sembra augurarci quel delizioso “have a nice day” che ci ha accompagnato per l’intera vacanza, un delicato formulare il buongiorno che in questo pezzetto di paradiso risulta candidamente superfluo.