domenica 30 giugno 2013

CRETA

Gita alle Gole di Samaria


Il terzo giorno di vacanza a Creta prenotiamo per una delle gite più spettacolari: discesa a piedi delle gole di Samaria, le più lunghe d'europa, 18 km per un dislivello di 1100 metri con passaggi tra dirupi alti oltre duecento metri e con strettoie fino a 3 metri di larghezza... un vero canyon con guado di ruscelli, ponti sospesi e paesaggi da rimanere senza fiato, con sbocco finale, dopo circa sei ore di cammino (anche se in discesa ma con terreno a dir poco, sconnesso), sul turchese mar libico e bagno liberatorio.

Questa la premessa.

La sveglia ovviamente era alle 4, 30. Colazione veloce e pulman alle 5,30. due ore di strada e poi a piedi e poi ancora in barca per ritornare dove ci avrebbero ripreso i pullman.

La sera prima avvisiamo la reception per la sveglia e puntiamo anche i nostri cell (io anche qualche minuto prima per esigenze... ehm.. fisiologiche..).

La mattina dopo beato alle 5.16 apro gli occhi e faccio un salto sul letto!!!
Lulù presto non ha suonato nulla! tra un quarto d'ora dobbiamo essere in strada!!!
Puoi immaginare il caos delirante... Lulù dice che non ce la faremo mai e mi spedisce in reception ad annullare il tutto... c'erano del resto altri giorni per riprenotare... vado in reception e col mio inglese che te lo puoi solo immaginare cerco di negoziare un rinvio... receptionist irremovibile:  "Avete prenotato e mò partite".  Telefona e becca la guida che ci concede "zozzi" venti minuti di proroga...

torno in camera ed il caos delirante si moltiplica a dismisura... prepara tutto, in bagno a duemila, zaini alla bellemeglio, che ti sei scordata? Che mi so scordato? ed ogni dieci minuti la reception che squilla: fate presto!!! (e pure in inglese!
...)
Alle sei ci scaraventiamo per le scale e la guida della gita ci accoglie gelida... sul pullman tutti che ci guardano torvi (i soliti italiani!..)
Facciamo colazione col sacco che almeno ci avevano preparato in hotel e tentiamo l'appello di quello che ci siamo scordati... per fortuna nulla... ma siamo stravolti e soprattutto increduli che i nostri due cell più la sveglia non abbiano funzionato come invece fanno regolarmente... 
ora che ci penso li avevo visti in camera che sghignazzavano mentre noi ci arrabbattavamo istericamente nei preparativi...  hai capito che scherzetto!!! poi dici che uno i folletti li ammazzerebbe...  ;)))

Quando l'ho detto a Lulù si è fatta due risate e la giornata, comunque poi, è risultata una delle più esaltanti della vacanza (rientro cotti stracottialle 22 e cena strameritata su terrazza con luna piena tutta per noi, il giorno dopo spiaggia integrale sotto l'albergo con muscoli attorcigliati e fusi...  )


Se divertono proprio in vacanza quei due...   
KAFKIANO

Sono incaricato di consegnare un messaggio al Re.
Cavalco praticamente da tempo infinito,
ho attraversato mille terre, mari scoscesi e montagne tempestose,
incontrato le popolazioni più diverse, culture folli, nemici devastanti,
ma anche comprensione ed accoglienza,
sono stato sfamato e tradito,
picchiato e derubato.
Ma ho sempre conservato la missiva.
Non conosco il latore ne il messaggio.
Ma persevero nel mio mandato,
a costo della vita e del tempo tiranno.

Ma n'era mejo se chiamavo l'SDA?!?



MOSTRA DI HELMUT NEWTON (fotografo)
6 marzo - 21 luglio   Palazzo delle Esposizioni - Roma
http://www.palazzoesposizioni.it/categorie/introduzione-newton 

Le foto di Newton sono famose nel mondo per quel suo immortalare le modelle in posa formalmente erotica ma mai fastidiosa, anche se, assunto in dose massicce, può risultare vagamente tedioso nella sua insistita monotematicità.

Quella che invece risulta decisamente irricevibile è la mostra Empire State, sull'arte moderna a New York, abbinata per l'occasione a Newton, che occupa tutto il piano terra del palazzo con una serie di opere contemporanee che agiscono in presunta rivoluzionaria irriverenza lasciando perplesso anche il più disponibile degli utenti. Dal bancale da supermercato poggiato alla parete alla foto sfocata appesa storta, allo scatolone da trasloco buttato lì, al semaforo rotto in un angolo della sala, e via dicendo con una serie di ovvietà metropolitane senza alcun senso artistico capaci di confonderti al punto tale - e vi giuro che è accaduto - che quando siamo andati alla toilette prima di abbandonare la mostra, per un attimo ho avuto timore di accomodarmi sul divano antistante immaginandolo un'opera d'arte messa lì assieme a tutte le altre cianfrusaglie “artistiche” delle quali, la mia ristrettissima apertura mentale, aveva permesso solo una minima ricezione emozionale...   

sabato 29 giugno 2013

L'ALTRA FOTOGRAFIA


LA CROCE DIVELTA


La croce divelta (1988)

un film di Aurelio Labriocca
con Michele Folli, Marion Feels, Orlando Goltray, Demi Creep, Alessandro Urbani


Un Papa impazzito (o rinsavito) un bel giorno decide di regalare il Vaticano, svendere proprietà, liquidare monasteri, disfarsi di chiese, “spossessarsi del demonio” come annuncia all'Angelus.
Si scatenerà una guerra santa. Il vicario di Cristo se la rischia, i popoli plaudono, i potenti deplorano, l'esempio viene raccolto a denti stretti. Gli equilibri si sfaldano, i coperchi si ribaltano. Si rischia il collasso dell'apparato “Chiesa”, inteso come emblema di potere.
Un giovane sacerdote (un Folli finalmente all'altezza delle promesse) ed una suora laica (la fin troppo fascinosa Creep), affiancati dagli eventi, imbastiranno la fuga del Pontefice (Alessandro Urbani forse troppo perennemente accigliato) minacciato dai poteri occulti.
Che assomigli molto a Giovanni Paolo I non è probabilmente un caso, questo Papa visibilmente turbato che si affida spesso in preghiera ad un Dio antico quanto dimenticato. La storia affascina anche se convince a fatica la maratona dei fuggiaschi tra sette, sodalizi, congregazioni ed associazioni più o meno occulte che tentano il ripristino degli equilibri di potere. Esalta in compenso l'angoscia dei ricchi di spirito che si abbatte sui ricchi (e basta), la tenacia della Fede sulla barbarie del profitto, gli orizzonti della speranza oltre i confini della miseria (di spirito). Il finale vagamente fantasy magari non esalterà il puritano ma dona verve ad una trama altrimenti non sufficientemente affrancata da un classico mystic thriller. Una certa new age rivalutata in ambito possibilista, tutto sommato, può incarnare il sogno dello spettatore medio. Gli escamotage sfiorano la credibilità come neanche Dirk Selley aveva mai fatto supporre con le sue teorie letterarie, ed il montaggio frenetico, i piano sequenza mozzafiato ed ardite sequenze con camera a spalla rendono commestibili le oltre due ore anche ai palati più ostici. Opera prima, questa di Pitorri, pupillo ed ex aiuto regista di Frank Dubolt, da non sottovalutare quindi.


RICETTE



Tre zucchine scelte nel marasma
d'un allegro discount,
grattugiate nel verso della fantasia,
a sprigionare campagna saporita,
adagiate in ampia padella Ikea doc,
mischiate a due scalogni tritati
tra lacrime d'altre memorie e cucine 
e bagnati d'olio di frantoio sabino,
recuperato in una domenica di frizzante novembre   
riecheggiata dal solo espanderne l'aroma;
sale a rinsaldare,
a parte radi pachino, giusto a colorare le fragranze, 
e pesto (oggi vagamente agliato) a festeggiare;
di panna, da rigorosa soia no ogm, appena un'idea,
a crogiolarsi in spensierato caleidoscopio
di verdi intersecati.

Intanto mare d'acqua per le fettuccine della mamma
tagliate a mano e di grana grossa, al dente quanto basti 
per attorcigliarselo - il condimento -  
fino ad arabescare il piatto.

Quando arriva una trafelata Lulù
la casa festeggia profumi e calori 
assieme ad acquoline sorridenti.



PROVE DI TEATRO (prologo)

Dopo un anno sabbatico torno (torniamo, con mia moglie) a calcare le scene, e sono piacevolmente entusiasta, mi piace l'atmosfera, mi piace la compagnia; soprattutto avverto complicità contagiosa, ed un ottimo feeling, freschezza e voglia di fare.
E mi piace naturalmente Marta (svioliniamo un po', dai!...), la nostra regista, con la quale, almeno Luisa ed io, volevamo lavorare già da tempo...
L'approccio è classico, facciamo ancora confusione coi nomi (in fondo è solo la seconda volta che ci vediamo) ma fa piacere vedere fantasia, voglia di mettersi in gioco e rara diffidenza.
Gli esperimenti dei primi due giorni, e ieri in particolare, sono dedicati alla conoscenza dello spazio e degli “attori” che (lo) interagiscono.
Occupare lo spazio diviene quindi divertente scusa per scoprire e “(pre)occuparci” anche di noi stessi.
Le nostre azioni/reazioni forniscono in tempo reale discreta misura di chi - e come - ci gira intorno, offre spunti per ideare all'impronta situazioni creative e stabilire il grado d'iniziativa e di adattamento che ognuno di noi riesce a generare.
Personalmente trovo simpatiche queste atmosfere goliardiche, e stuzzicanti le tecniche di introduzione (ad esempio lo scambio del pavimento/palco con una zattera da non far ribaltare tramite i nostri movimenti, o i lanci di palla abbinati ad enumerazioni collegate, di numeri, nomi o aggettivi per favorire la coordinazione, od il muoverci a specchio l'uno con l'altro fino a quasi non percepire chi riflette e chi si muove, o mettere in piedi mini improvvisazioni che però danno il polso della potenziale collaborazione e affinità tra i protagonisti).
Insomma per dirla a tutto tondo, ci stiamo divertendo e sono sicuro che a giugno faremo impallidire pure i laboratori biennali... sempre che Marta fornisca al più presto materiale di lavoro definitivo... fare “officina” su un canovaccio acquisito, del quale padroneggi anche le virgole, permette ricchi imbizzarrimenti e ricami stilistici sui quali esercitarsi con serenità, senza l'affanno della ”memoria” che a ridosso spettacolo snatura tutti i più buoni propositi.

Ultimo, doveroso, accenno ai 9 (per ora) protagonisti di questo frizzante laboratorio, in rigoroso ordine alfabetico: Alessandra l'osservatrice, Corrado il camaleontico, Franco l'indisciplinato, Ludovica l'osservatrice, Luisa la brillante, Manuela l'enigmatica, Raffaella la meditativa , Sabrina l'esuberante e Valentina l'eclettica. Ed un teatralissimo in culo alla balena non ce lo toglie nessuno.

MARTA CHE TRAMA  (epilogo)


Volevamo lavorare con te.
E quel presentimento positivo si è rivelata felice intuizione.
Ci ha intrigato il tuo emanare entusiasmo, passione e sicurezza. Tutti elementi necessari in chi pretende ordine e dedizione da un manipolo di sbandati disarmonicamente assemblati, con le loro insicurezze, titubanze, reticenze ed ognuno, anche, con un'idea diversa del/sul come “fare teatro”.
Ti sei posta un traguardo ambizioso, ribaltandocelo poi con fermezza, con la costanza, ma anche col sorriso, con quella tua risata spontaneamente contagiosa, con l'entusiasmo e la fiducia; e con l'essere sempre presente, con l'arrivare alle prove regolarmente prima di tutti, con la disponibilità h24 adattandoti, specialmente negli ultimi weekend, alle nostre esigenze più disparate, e sempre con slancio palpabile, con pazienza certosina, senza che trapelasse mai un attimo di stanchezza o di sconforto, cavando il massimo da ognuno di noi, irrequieti attori ma sicuramente non “azzannati” dal Sacro Fuoco che leggo nei tuoi occhi, come quando, ad esempio, ti prendi da parte amorevolmente chi pensi abbia più bisogno, o quando stabilisci col metronomo entrate ed uscite, curi luci e posizioni, selezioni le musiche, ti barcameni con l'impostare le “tecniche” di scena e contemporaneamente anche in biglietteria e prenotazione posti, un “one woman show” dove non devi perdere un colpo (e dove non lo perdi...)
Hai assimilato la pignoleria di Sandro Conte coniugandola con la dolcezza, seppur determinata, ed un'epidemica serenità.
Ci hai fatto (ri)percepire le sensazioni che donano le tavole del palcoscenico; recitare è una droga, ma di quelle sane, di quelle che aiutano a crescere assieme ai tuoi compagni d'avventura, persone dapprima sconosciute, di età, attività od estrazione sociale magari distanti anni luce dalla tua, ma che - grazie al teatro, a quelle tavole, agli afrori accomunati, agli sguardi carichi d'ansia, ai copioni vissuti e nervosamente spiegazzati - ritrovi accanto, alla fine, che ti raccontano la loro vita, e tu la tua, con la confidenza che solo il vivere al di là della linea invisibile che separa la scena dal pubblico può offrirti.
Sono felice ora, spossato e libero, svuotato d'adrenalina, ma già nostalgico dello scricchiolio del palco, dell'odore del buio, della quinta che ti protegge e ti rivolta in scena poi, catapultato in un universo magico dove non sei più tu, ma dove, probabilmente, diventi il tu più ambito, quello che ami, quello che si scioglie in piena libertà vestendo altri mondi.
E ce l'hai messa tutta, giorno per giorno, hai ricucito screzi, fatto fronte a defezioni, ritardi, assenze, hai sopportato sfoghi (e rimarrà vivido quel mio buonanotte insistito a parare i crucci di Lulù...), hai mantenuto la nave in rotta quando era tempesta e sollecitato nuovo impeto quando era bonaccia, hai seminato e raccolto, hai scommesso e vinto e permesso che vincessimo anche noi.
Ma è giusto cosi.
Perchè in fondo in fondo, e te ne diamo atto,
Atramareramarta.

venerdì 28 giugno 2013

USTICA: TRENTATRE ANNI DI PRATICAMENTE NULLA.

La strage alla Stazione di Bologna per “coprire” il caso Ustica. 
A pensarci sarebbe un gran bel film da godersi in poltrona, un intrigo di stato/i dai risvolti micidiali ed agghiaccianti.
Forse invece è pura realtà.

Un chiodo scaccia chiodo al cui confronto impallidisce il più cruento degli Hostel.
Ma anche le ultime indagini lo ammettono solo a mezza bocca.
Sentire il presidente Napolitano poi, che incoraggia i parenti superstiti a tenere duro è patetico.
Tra un po’ scompariranno gli ultimi testimoni, l’oblio sarà totale, rimarrà qualche pirla che scrive una play ogni anno senza smuovere una virgola.


Questo scrivevo nel 2010. Dopo trentanni di fuffa giudiziaria. 
Oggi Napolitano (presidente italiano)ammonisce sui silenzi ed i colpevoli ritardi. nella stanza a fianco, invece, l'Avvocatura di Stato (sempre quello italiano) fa ricorso sui rimborsi ai parenti.
Mi vergogno.
 

giovedì 27 giugno 2013

INTERVISTA A KEVIN SPACEY...


Mr. Spacey, attendevamo con ansia il suo ritorno sul grande schermo.

In effetti non ne avevo proprio voglia, ormai vivo a Londra mi occupo di teatro, del mio teatro, a tempo pieno; tra l'altro le sceneggiature che mi vengonno sottoposte sono decisamente improponibili...

Ci parli di Casino Jack, cosa l'ha spinta a riproporsi come protagonista?

Il film non è poca cosa come subito è stato bollato ma ho ritrovato un certo spirito perso col tempo ed il cachet che ho strappato mi permetterà comunque di mettere su un bel cartellone per la stagione teatrale del mio Old Vic...

E' vero che ha rifiutato il sequel de I soliti sospetti.

I soliti sospetti è unico. Non c'è sequel che possa tenere, ma Hollywood non si ferma dinanzi a nulla ed un altro tordo lo troveranno, magari Matt Damon, che si adatta a qualsiasi cosa. Tanto ci mette sempre la stessa faccia...

Si dice in giro che il flop di K-pax, all’epoca, l'abbia turbata parecchio.

Era un film di alto profilo, boicottato dal pubblico ma in conseguenza di produzione e distribuzione appositamente trascurate, un esperimento di cinema interattivo, dove il pubblico avrebbe scelto il messaggio, identificato storia e personaggi. L'hanno fatto passare per un film contro il sistema sanitario, ma c'era ben di più...
Flop si, ma consapevole.


Ci sono altri film che non l'hanno, come dire, sufficientemente gratificata?

Il negoziatore su tutti, considerato un volgare blockbuster, poi chicche come The big Kahuna, dove si respira prepotentemente teatro, coi tempi, con l'impostazione, con la filosofia... da entrambe queste pellicole sono uscito distrutto dalla critica, ma cosciente di aver dato il massimo, ovviamente sono orgoglioso della mia prima regia di Albino Alligator, riciclato in Italia come Insoliti criminali (per assonanza con I soliti sospetti, avete un modo cosi puerile in Italia di sfruttare ogni minimo aggancio...), ma è stato ignorato dal mondo, praticamente, si continua a tributare successo ai soliti noti, trainati da major senza fantasia…


E' per questo che si centellina col cinema?

Anche per questo, potrei inflazionarmi come un Eastwood qualsiasi, ma rischierei l'involuzione, ecco perché ora torno anche con Margin Call.... un film sulla finanza vista dal dna, basta con i Wall Street omologati e senza nerbo, faremo tremare i polsi agli addetti ai lavori, uomini in apparenza, ma sostanzialmente slot machines in giacca e cravatta...


Ha ripensato mai all’Oscar dopo American beauty?

Sarei stato da Oscar al posto di quell’altro lessato di Colin Firth in A single man, ma non mi hanno voluto, peggio per loro... ormai ci sono due o tre facce che monopolizzano il mercato, me l'aveva detto il mio amico Val (Kilmer n.d.r.) all'epoca che è tutto un circolo vizioso, ma io non scendo a compromessi, non l'ho fatto all'epoca, figuriamoci ora, infatti m’hanno praticamente oscurato...

Non salva nessuno, eh? E’ anche la sua leggendaria misoginia a renderlo particolarmente astioso?

Anzi, e ringrazi che la vostra rivista (FilmTv, ndr) non abbia inviato uno dei suoi critici saputelli, di quelli che non hanno fatto altro che massacrarmi ad ogni film, cosiddetto, di nicchia…misogino a me? Ah ah.. sono solo uno che si fa gli affari suoi… certo il comportamento paga poco… magari dovrei accompagnarmi anch’io con qualche vostra attricetta come usa qualche altro mio collega presunto fenomeno impegnato…

A parte le attricette, pensa di poter realizzare qualcosa in Italia?

Non mi è mai dispiaciuto il vostro paese, sarebbe un’ottima location, ma dai costi elevati… ecco perché quell’altra sanguisuga di Woody Allen vi evita(va) come la peste…
ed a proposito di Italia... c'è quel Casarezza, Catarizza... come cavolo si chiama (Caparezza n.d.r.) che mi ha dedicato, ho saputo, una canzone, nella quale rivela i finali di film celebri, compreso I soliti sospetti... simpatici voi italiani ma sempre discretamente bastardi…











I SOLITI (SPOT) IDIOTI

Si può parlare di pubblicità (televisiva) su FilmTv? Etimologicamente si.
Senza considerare quanto cinema abbia mosso i primi passi facendo palestra tra i videoclip. Eppoi siamo anche quotidianamente in lotta con straripanti pop up e banner che ci costringono a furiose acrobazie di tastiera per evitare l'apertura di plurisessioni, quindi qualche accenno a riguardo credo sostenti la liceità dell'argomento.
Il fianco lo prestano due recentissimi spot televisivi da gran sballo:
Uno riguarda le peripezie di un'auto in quel di Xdrive, paesello sfigato (trattasi in realtà del friulano cucuzzolo del Monte Lussari) dove per 365 giorni all'anno piove, nevica, smotta il terreno, ghiacciano le strade, esondano torrenti, si sbizzarriscono i tornado, il vento impazza e le tormente dilaniano quelle quattro straccio di strade che tentano un'eroica resistenza e dove giusto qualche pazzoide collauda le berline destinate al raccordo anulare. Gli abitanti sono depressi all'ultimo stadio dediti al suicidio di massa ed invece di cambiare nazionalità si comprano una macchinetta decappottabile... l'altro è quello di un amaro dove un gruppetto di amici alcolizzati una volta ripescava un bronzo da campanile in mezzo all'oceano (ma chi ce le butta le campane in fondo al mare?!?) e stavolta recupera una chiatta con banda al completo di strumenti ed orchestrali in smoking in balìa delle onde… (so’ scivolati dal palco di una mega crociera? roba da non credere ai propri occhi!!..)

senza poi ricordare le svariate pubblicità di lavandini incrostati che neanche le fogne di Calcutta o quelle in cui distinte signore in ascensore temono il diffondersi di devastanti olezzi d'incontinenza - manco fossimo in piena guerra batteriologica - o peggio ancora, la reclàme (diamoci un tono internazionale...) comparativa tra sputazzi immondi di residuo polmone spappolato in full HD. 

EROI CONTRO


Mentre sbirciavo le evoluzioni di Jack Reacher contro la rozzezza basica dei suoi avversari mi è balenata quest'idea balzana: ma se i nostri beneamati eroi, che spesso hanno a che fare con gentaglia spesso tosta ma che giunta all'obiettivo finale inevitabilmente sbraca più o meno dignitosamente di fronte all'eroe prestabilito, quello che comunque deve uscire vincitore, ebbene dicevo, se questi nostri eroi fossero iperbolicamente e tridimensionalmente (ma anche berlinescamente) per una volta messi in competizione l'uno contro l'altro.. chi se la caverebbe meglio secondo voi? Io ho tirato fuori, in omaggio al numero chiuso offerto per default dal sito, sette soggetti che in epoche (comunque moderne) e circostanze diverse hanno divertito ed assicurato il lieto fine ai propri fans.
Ma se dovessero avere a che fare l'uno contro l'altro?
Ed in omaggio alle quote rosa ho infilato anche due intrepide tutto pepe.
A voi qualche idea di sceneggiatura effervescente, il compito di decretare un “vincitore superstite” ed anche l'invito a tirare fuori altri nomi che per abilità, carisma e doti eroiche, avrebbero potuto sopravvivere allo Scontro Finale. Qui la mia delirante trama intanto:
Nikita (Nikita) gira per il mondo curando per un cartello sudamericano il traffico di eroina (non lei eroina, ma proprio eroina eroina).
Jack Reacher (Jach Reacher) ogni tanto lo vedono in qualche outlet alla ricerca di una maglietta di ricambio ma di norma guarda la tv e copula con le cassiere (dell'outlet).
John McLane (Trappola di cristallo)ha una birreria nel Bronx dove mesce solo birra scura a scanso di equivoci.
Martin Riggs (Arma letale) è appena uscito dal manicomio dove si è fatto dieci anni per aver tentato di strangolare moglie, figlia e suocera.
James Bond è alle Bahamas dove passa il tempo al sole ed a bere scorpioni reggendo sul ginocchio un bicchiere di tequila, ma soffre una nostalgia fottuta per gli ascensori appena avviati da prendere al balzo.
Frank Martin (Transporter) vive in Italia e fa concorrenza ad Italo portando turisti in macchina da Roma a Milano (e viceversa) in meno di un'ora.
Beatrix Kiddo (Kill Bill) infine, lucida la katana leggendo i superpocket di Moccia, per di più in italiano...

La storia è semplice:
una vecchia zia di origine romane (pensavamo a Kathy Bates) rintraccia Jack Reacher sulle Pagine Bianche, l'unico posto dove aveva dimenticato di cancellare l'indirizzo e lo chiama a Roma per dare una lezioncina al pizzicagnolo di Via Ripetta che continua ad aumentare indiscriminatamente il prezzo del pecorino. Jack arriva a Milano perde la coincidenza e si affida a Frank Martin per arrivare a Roma, ad una stazione di servizio beccano Nikita che usa il bagno degli uomini e per evitarle noie con la Sicurezza (Sicurezza negli autogrill?!? .. ah ah..) la portano con loro.
Bucano una gomma ad Orte e mentre Frank la sta cambiando arriva Martin Riggs con un'autoarticolato e lo fa fuori sul ciglio della strada, Jack e Nikita smettono di pomiciare e partono all'inseguimento, giunti a Roma sul raccordo si perdono, chiedono aiuto ad un biondastro all'uscita Laurentina; si, è lui, Daniel Craig in arrivo dalle Bahamas per una vacanzina e che conosce Roma come le sue tasche, si offre di accompagnarli a Via Ripetta dove trovano la zia di Jack che discute col pizzicagnolo, un John McLane con pancetta (sia addosso che sul bancone), mentre Daniel Craig chiede se c'è un ascensore, dal retrobottega appare Beatrix Kiddo che con la katana affetta due etti di mortadella e con l'ultimo taglio di sguincio squarta Nikita che l'aveva guardata storta, John McLane invidioso della maglietta di Jack gli lancia il taglia parmigiano e lo centra in fronte: sangue, urla ed effluvi prosciuttifici attirano dentro Martin Riggs che ha parcheggiato in piena Piazza del Popolo e facendosi scudo della zia dà una capocciata a James Bond e lo uccide sul colpo, tenta di far fuori anche McLane il pizzicagnolo ma Beatrix lo fulmina con una katanata che tagliuzza a morte, in contemporanea, anche la zia di Jack. A questo punto John furioso prende la testolina bionda di Beatrix e la piazza nei 140 watt dell'affettatrice elettrica del negozio urlando: “Hai fatto fuori la mia miglior cliente!! Proprio ora che avevo deciso di tornare nel Bronx con la ricetta del secolo: birra al pecorino!!” ...
Quindi McLane vincitore.. del resto era il mio preferito ancor prima di iniziare.. eh eh..
Il regista avrebbe dovuto essere Woody Allen in omaggio alla sua tendenza a girare gialli strampalati, ma aveva incassato già tutti i sussidi dal Comune di Roma per l'ultimo suo capolavoro.. una chance potrebbe averla anche Béla Tarr solo che insiste per far guidare a Frank Martin un carrettino col cavallo... ora vediamo che si può fare...


METTI UN HARING A CHIETI… ottobre 2011


Mi ritrovo sovrappensiero in un'uggiosa e coinvolgente Chieti, tra nebbie arabescate che attanagliano i lampioni, nubi in affusolato coccolìo appese ai cornicioni, lontano miliardi di miglia dalla capitale, ultimamente presa d'assalto da presunti blackbloc e da meno presunti uragani pseudotropicali.
Si passeggia in compagnia esclusiva della propria nebulosità, custoditi da severa ed ordinata architettura del XVI secolo, disciplinatamente esposta a difendere la pacatezza locale, la gentilezza dei modi, l'accoglienza ospitale, la straordinaria mitezza delle temperature.
La provincia si esalta nella sua taumaturgica carezza ed offre, come curiosa proposta culturale, anche inconsuete oasi alla scoperta delle modernità più esuberanti.
Proprio in questi giorni, al Museo della Civitella, sul cucuzzolo di Chieti alta, in affaccio alla valle ed a tramonti mozzafiato, c'imbattiamo in una mostra celebrativa del più famoso graffitaro del mondo, Keith Haring, morto a soli trentadue anni di AIDS ma non prima di aver sommerso mondo e metropolitane coi suoi famosissimi pupazzetti colorati e non.
Mi ci immergo quasi a termine pomeriggio, coniugando la compassata aria demodè di Chieti centro, le sue facciate compite e le ordinate geometrie, con l'esuberanza haringhiana, i murales devastanti, i colori ed i movimenti che traboccano dalle tele e vengono ad infrangersi tra i nostri sensori emotivi.
Un apparentemente azzardato, ma felice, abbinamento che svela come aprire, ed aprirsi, all'emozione; a conferma che ovunque e da ovunque essa venga stimolata, arricchisce e rasserena.
Crea prospettive dove far coincidere sogni e bisogni, abbatte la diffidenza e predispone all'ascolto curioso.
Capita allora, che un graffitaro newyorchese, che già affermato, scarabocchiava ancora illegalmente sui muri, a tratti veloci e stilizzati proprio per sfuggire più velocemente ai controlli di poliziotti magari anche suoi fans, s'integri meravigliosamente in questa estrema testimonianza di Regno delle Due Sicilie, dove decadenti eco papali pare bisbiglino, tra vicoli vertiginosi, colorate a spray, come su una ribelle lavagna di vagone metropolitano...



PAROLE

Come si misureranno le parole - oltre che in riferimento all'ovvia ammonizione di chi ne ritiene offensive alcune a seconda, appunto, di un'ipotetica misura - che ogni giorno affastelliamo in buon ordine (o in discreto caos), strappandole alle nostre emozioni, o disegnandole su di esse, e cercando di farle apparire a forma di palpitazione, misurando noi nuove unità di percezione che ci consentano di applicare una forma tangibile al nostro sentire.

Ed anche una volta misurate, inchiodate, catalogate, queste parole che da sole identificano il fardello del nostro emozionarci, chi ci assicura che non ne abbiano, invece, debordato il senso, sforbiciato il sospirare, occultato il trasalimento?

Come si misureranno queste parole se non sperando che si adattino perfettamente al nostro pensiero come un cashemire che si adagi, neve attutita nel silenzio di un'alba?
Non lo sappiamo. Rileggo il mio "pensiero adagiato" e cerco di scorgerne l'orlo emozionale.
C'è un qualcosa che tracima oltre il senso emotivo, è come se disegnassimo coartati.

Perdiamo probabilmente la fluidità del pensiero fino a fermarci quel fatidico istante e pensare a voce alta, come scrivendo nell'aria, a forgiare immagini rigurgitate da una macchina da presa già impazzita: 
Ma che cacchio sto a dì?!?
Ma, soprattutto, che firm avrò visto mai!?!?


SPIEGA LE ALI

Anche io ho un palazzo di fronte,
certo meno scalcinato di quelli che vomitano certe periferie,
a cortina e con discreta vegetazione a guarnirne l'estetica.

Ma pur sempre cemento rimane.

Sul terrazzo, al primo piano, staziona spesso quello che credo sia
un merlo, lucidamente appeso al cielo,
a godersi primavera da sbarco e folate di languido ponentino

Ogni tanto sbieca di traverso, spiega le ali e vola via.

Ora spiego un sogno e lo raggiungo.



PROVA A SFOGLIARE UN KINDLE...

“... Prendo in mano un kindle, apro un libro. Mi si apre alla pagina in cui l'ho lasciato e se è invece la prima volta che lo apro mi porta direttamente alla prima pagina di testo, senza neanche mostrarmi il frontespizio, se non lo cerco io. Grafica, illustrata, bella o brutta che sia, la copertina è il segno che il libro è un oggetto tridimensionale che contiene un testo; l'assenza di copertina è un segno che l'ebook è un oggetto bidimensionale che fa di tutto per corrispondere ad un testo, senza conferirgli connotati sensoriali...”
(Stefano Bartezzaghi)

Non me lo doveva certo dire Bartezzaghi

       - anzi, per certi versi sono ancora più drastico io nel considerare la lettura elettronica addirittura monodimensionale                              
ma anche  estremamente comoda e versatile -

che gli e-ebook stanno al libro cartaceo un po' come la Coca Cola al Chianti.

L'assenza di odori, del voltare pagina, del crogiolarsi nella semplice consistenza;
sbirciare la fine di un capitolo, sfogliare cosi, solo per creare aria e poi il cercare tra gli scaffali, sui comodini, sulle lavatrici (si, sulle lavatrici... non leggete al bagno? non sapete cosa vi perdete... )

E la cosa che ho notato subito anch'io sul mio e-ebook è quel dover scardinare i circuiti per recuperare una copertina, per dare consistenza al sogno, per accedere all'immagine che introduce le righe, scoprire il carattere usato, la spaziatura, le pause...  tutto lavoro di fantasia davanti alla monodimensione che emette pixel da un retrocosmo virtuale... un milione di libri spalmati su di una superficie antiriflesso ma anche antisogno se vogliamo.

Ma qui viene il bello. Noi non vogliamo. 
Facciamo nostro il fascino di riga elettronica e la vestiamo di sogno lì per lì. 
Ad ogni timida sfiorata di schermo che riformula la superficie di emozione pura.

(e poi ditemi anche quanto vi soddisfa un Chianti - invece di una Coca ghiacciata - con quaranta gradi all'ombra...)       

STRADE

Trent'anni fa ero un patito di bicicletta. 
Facevo chilometri alla domenica, nelle campagne romane, ai Castelli, al mare, per ripidi tornanti, iniziavo a gustarmi i silenzi, l'aria in faccia  ed il mondo che mi roteava attorno ma ad una velocità che rendeva lui percepibile ed io piacevolmente attento.

Ricordo che esisteva una strada che univa Ardeatina e Nettunense, Via del Divino Amore, sei chilometri di splendido asfalto perduto tra filari di vigneti e verde ordinatamente impazzito, appena fuori città.
Andavamo cercando spesso quella striscia quasi rettilinea perché serbava una piacevole particolarità.
La scorrevolezza.
Ogni strada ha un suo segreto. E per un ciclista quel segreto risulta ampliato, dettagliato e circostanziato.
Ebbene quella strada ti trascinava lei, pedalavi come in discesa, non avresti smesso mai. 
Non so se per la particolare mescola di asfalto o per l'aggraziata mistura di piano e falsopiano che la rendeva cosi fruibile, fatto sta che si volava via.
Ed era bellissimo.

Trent'anni di vicissitudini dopo, la ritrovo.

Per venire a Genzano passo da lì, andata e ritorno. Abito ad un tiro di schioppo. 
La percorro in macchina, qualche volta, in moto quasi sempre, ma la magia si ripropone.
La strada mi ha atteso, guastata dal tempo magari, con meno verde attorno, meno impazzito e più rado, meno silenzio, meno atmosfera,
ma abbraccia il mio stupore e mi riporta, ogni volta, non solo a casa ma anche indietro nel tempo.
E, soprattutto, con la medesima scorrevolezza.

Proprio incredibile. Se perdi un sogno, a volte è lui che ti ritrova.




FOLEGANDROS



Torno estasiato da Folégandros, una minuscola Ciclade sperduta nell'Egeo, fuori dai circuiti da movida, silenziosa di blu cobalto e bianco calce.
Vorrei viverci per sempre in posti cosi, dove ti "ascolti" finalmente, dove magari ti riconosci pure.
Dove incontri gente splendida che ti saluta anche se non ti ha mai visto e comprendi, di botto, che per il resto dell'anno sei tu quello che vive male, di ritorno nella "civiltà".
Luoghi dove la natura prende possesso della tua meraviglia, anche se alcuni di noi, questa "meraviglia", ringraziando Dio, la mantengono anche in mezzo al traffico, alla fretta ed allo stress.
Ma la dimensione (ri)acquisita in queste oasi, difficilmente è paragonabile a qualsiasi altrosistemico paradiso artificiale concepito in vitro dai nostri sistemi autoimmunitari.

Qui parliamo realmente di Altre Dimensioni.

E, giuro, quelli fuori dal mondo non sono certo loro, con l'ouzo al tramonto, gli asinelli fuori della porta, i sentierini impervi per scendere a mare ed i ghyrospita a 2 euro.

Quelli "fuori" siamo noi, coi budget, la fila alla posta ed il Superenalotto da controllare sul televideo.


TEMPI E TEMPISTICHE



Ieri dal parrucchiere (pour homme, sia chiaro) pensavo: se i capelli potessero non crescere più, una volta accertato il taglio ideale... sarebbe bello! e pam!!.. ecco l'idea!!... blocco della crescita totale... da scegliere in un solo momento della vita, ma attenzione! Scegliendo i 18 anni, ad esempio, stareste a scuola tutta la vita o comunque, in linea di massima, senza lavoro. Scegliendo, che so, i 30, rimarrete appena sposati, ma con pochi soldi e senza figli; a 50 invece sarete sottoposti in eterno ai primi acciacchi, avrete un figlio ventenne che vi spillerà soldi in eterno ed una moglie rompina dalla quale non potrete mai più divorziare.. , ad 80, ammesso che c'arriviate, godrete per sempre, ma un po' rincoglioniti, della prima mesata di pensione... 
eh eh... meglio che dormo dal barbiere, ve'?!
Che dite? Che lo sto già vivendo il blocco della crescita?!?
Ebbene si... ma non vi svelerò mai il segreto.. eh eh...


ERRI DE LUCA SI, ME L'ASPETTAVO PROPRIO COSI...

 (incontro alla Libreria Pavese  21 gen 2011)


Si, me l’aspettavo proprio cosi.

Con un sorriso affabile, con la voce attenuata di pensiero, dimesso nel vestito e nel muoversi, perché l’importanza è altrove, nel taglio di una parola e non nell’ampiezza di un gesto o di un’immagine.
E poi l’ho trovato subito e di nuovo complice, nell’affermare quella voglia di scrivere quando si torna a casa dal lavoro, quel bisogno di scrivere che fa da contrappeso alla fatica quotidiana, che sfoga il tuo intimo, che ti libera da un universo disegnato da altri catapultandoti nel tuo universo, parallelo e personale.
E quel ragionare di ricordi, quell’immaginare un’ipotesi di Dio, dal suo punto di vista di non credente, ma di curioso di quella storia che porta avanti una leggenda cosi apparentemente fragile, col solo e semplice amore a capo di tutto.
Ed ancora il suo rapporto schivo con la poesia, restio a considerarla un qualcosa di compiuto (pure se tutti amiamo la sua prosa poetica), quella capacità di raccontare estasiando l’impalpabile; la metafora sistematica al servizio della fantasia e dell’intonarsi al mondo convenzionale.
L’appassionato che legge De Luca è complice prima che lettore, testimone prima ancora che scopritore;
ed oggi, de visu, ho (ri)scoperto un amico.

Si, me l’aspettavo proprio cosi. Erri.

p.s. c'era un bel pò di gente venerdì, ed ho incontrato, senza appuntamento, anche altri amici ed amiche, tutti consapevoli e ben contenti di constatare un altro solido filo invisibile che ci lega.
Chi non c'era, c'era comunque, e spero sia segno d'amicizia giunto a destinazione.



TRENO DI NOTTE...

Esistono città che ti assaltano di bellezza.
Penso a Praga, Amsterdam, Bruges, Barcellona...
ed altre più discrete,
d'un fascino sottile
di ricamata poesia sottotraccia.
Città dal timido approccio,
che magari restano sulle loro,
se non presti dovuta attenzione
se non le respiri con cura
se non trasali al minimo azulejo,
se non entri in sintonia con l'asincrono sferragliare
dei tramvai colorati,
se non ti ubriachi dei loro panorami silenziosi.

Una di queste è Lisbona,
e noi non saremo certo cosi poco accorti
da lasciarla fuori dal cuore.

(ma sarà comunque complicato, dopo aver anche solo passeggiato per l'Alfama...)


BARICCHISMI


Dolce esibizionista del nulla”. Cosi Giulio Ferroni, scrittore, critico e storico della Letteratura, archivia Baricco.

Finanche troppo cortese, considerando a quanti, ed in che misura, stia sulle scatole il creatore della Scuola Holden.
Baricco rimane un fenomeno letterario inviso ai più. Al limite del “si ama o si odia”. Difficile, invece, che provochi indifferenza.
Certo la mia netta collocazione nel gruppo del “si ama” rende forzata qualsiasi parvenza d'obiettività. Come potrebbe apparire forzata una play su tale sito anche se, in realtà, la prima prova cinematografica del Nostro, Lezione Ventuno, lo integra di diritto nella categoria registi (Film.), una delle migliori trasmissioni televisive degli ultimi anni, Totem, porta la sua firma (tv.), ed in più la sezione di scrittura creativa della sua Scuola Holden (Holdenlab) maramaldeggia sul web (.it).
Tanto per dire che il Baricco su Film.tv.it ci s'incastra per benino...
Baricco conosce le corde sensibili. Posso commuovermi leggendo un Baricco. posso accedere in un mondo dalle mille entrate, perchè tante ne forgia Baricco, "esibizionista" di quel “nulla” plasmato dalla sensibilità dello scrittore:
Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere. Verifichi se esso protenda le radici nel profondo del suo cuore. Confessi a se stesso: morirebbe se le fosse negato di scrivere? Questo, soprattutto: si domandi nell'ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice “io devo”, questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità.”
(Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta)
La lettera di Rilke, per uno che scrive, è importante e bellissima. Andrebbe imparata a memoria. Ci sono delle cose anche commoventi, lì dentro, che non sapremmo tanto spiegare. Per uno che scrive non dovrebbe importare il resto, il successo, i soldi, che cosa dicono il vicino o la fidanzata: uno che scrive dovrebbe essere un mondo autonomo. E' una cosa che, detta in quel modo elegante, è commovente...”
(Alessandro Baricco)

E Baricco un mondo autonomo lo è, ed a tanti non va giù, Baricco crea lui lo spazio, la musica, il tempo, l'odore della pagina e quello della camera dove viene assaporato. Crea nuovo senso al tatto, nuovi orizzonti all'occhio affogato di riga imprevista e nuova percezione a cuore e mente subbugliati al solo fruscio di pagina che si volta, ed in libreria, mentre spulciamo scaffali, gli altri libri si autoemarginano, avvertendosi insulsamente di troppo... nei suoi libri c'è voglia di disarginare oceani di pessimismo ed un attimo dopo, con uno schiocco (lieve) di dita, ripristinare la speranza. Ma c'è di più, c'è la necessità di non perdere mai il senso e la misura di tutto ciò che accade, di non confondere gli entusiasmi con la felicità e tenerli ancorati alla depressione, di non abbattersi di delusioni ma restare aggrappati ad Icaro che costantemente ci fa svolazzare oltre tutte le nubi.
Emblema di un mondo illusoriamente scorrevole” a detta di Giulio Ferroni che insiste ancora:
Baricco offre dei prontuari di vita apparente,  dei ricami di gesti annaspanti: quei suoi personaggi si pretendono in quanto tali come emblemi della narratività, depositari inesauribili di storie (…), tutta l'opera di Baricco è percorsa dall'autocontemplarsi delle storie, un singolare nichilismo buonista e mediatico, narcisista e combinatorio, che ha tanto successo perché va incontro alla brama di illusione, di proiezione estetica facile e dolce, di spettacolo leggero ed evanescente, di progressismo senza destinazione e senza contraddizione, della buona coscienza culturale contemporanea. Abbiamo bisogno di tessuti diversi (con evidente, sarcastico, riferimento a Seta n.d.r.) “

Ma noi cerchiamo proprio questo da Baricco, vogliamo renderci indistinti e spiazzati “..è come vedere vincere il monco, all'ultimo colpo, quattro sponde, una geometria impossibile” (eccolo il Nolan della carta stampata...); mentre l'Hervè di Seta vola in Giappone, 

sepolto dagli sguardi di un amore simbolico e totalmente immaginato, a frantumare il cuore contro le distanze, noi piccoli Hèlene radicati a Lavilledieu, manchiamo il cardine dell'irrequietezza di Hervè, l'ombra del sogno che lo rende vulnerabile, e rimaniamo a salvaguardare il nostro giardino coi suoi piccoli fiori delicati, salvo vederci lungo alla fine, perché ci appaghiamo di "sogni". Volete toglierci anche le nostre storie adesso?  Non vi ci provate. 




mercoledì 26 giugno 2013

L'ISOLA CHE C'E': PONZA


Uno dei segreti dell'isola è il silenzio.
Silenzio a circondare tutto, al pari del mare.
E quando l'isola è minuscola (ma neanche tanto, stretta ma lunga una decina di chilometri - curve comprese -)
la sensazione di - scusa il gioco di parole - isolamento diventa magica;
al culmine di una collina puoi scorgere entrambe le coste, alba e tramonto, luce vivida da un lato e buio incombente dall'altro, marosi in subbuglio ad ovest e calma piatta ad est,
vento irrequieto a scompigliarti  su di un versante, aria immobile scolpita nella costa sull'altro.
E se la circumnavighi in barca, solcando acque dai colori più folli, t'impadronisci ancor di più di quei confini, delle loro sfumature, e ne diventi parte, come quando calpesti i "sentieri di salsedine" che 's'inerpicano verso il cielo, fino a che (è capitato) confondi l'orizzonte ed una barca lontana ti appare aereo immobile
e ubriaco di ginestre in crisi di caldo diventi allora custode dell'isola,
di tutto il mare e di tutti i sogni appesi al tuo sguardo,
ed anche chiudendo gli occhi, sapresti come muoverti.

Nel silenzio che ti respira.

METROPOLITANA



Uscire dalla metro a volte è come rifiatare da un'estenuante apnea, specie quando la calca ti si modella addosso con le forme e gli odori dell'umanità intera.
Oggi è cosi, sono stanco, uno straccio, m'è caduto pure il biglietto per terra e raccoglierlo è impossibile, ma chissenefrega.. non riesco neppure ad avvicinarmi alle porte e la fermata s'avvicina.. si aprono finalmente dopo un quarto d'ora di abbandono disarmante, d'impotenza respiratoria e sfrucugliamento apatico di volti spossati, orbite inermi; sfiatano via cosi altri stracci umani senza respiro, io riprendo aria sulla banchina mista a puzzolenti scorie di freno ed ora facciamoci queste rampe di scala che mi separano dall'ultimo sole di giornata. Scala mobile rotta. Non avevo dubbi. E gli scalini fermi delle scale mobili sembrano macigni invalicabili giunti a quest'ora, affogati di pensieri e di residuo lavoro appiccicato addosso.


Cominci a salire e la rampa non finisce mai, giro l'angolo e, meno male: quest'altra funziona, e scansiamoci pure perchè c'ho i soliti idioti che corrono, ma che se corrono dico io!.. Ti devi mettere sulla destra per far passare quelli che c'hanno fretta se no ti montano sopra... almeno stiamo arrivando, un altro paio di rampe e via, ora che arriviamo in superficie riattivo pure il cell.. e figurate se ti dà la linea... fanno i cellulari iperbolici e come gli metti un tetto sopra sparisce la linea... lo devono vedere il satellite!... la prossima rampa me la faccio a piedi anch'io però... sono stufo.. voglio uscire, manca l'aria qua dentro, forse le miniere cilene sono meno peggio.. ma strano.. non c'è più nessuno.. e nessuno neanche a scendere e, soprattutto: mi ricordavo quattro rampe, e non l'ho già fatte?! Qui si continua a salire.. sto rimbambendo? E possibile che sia rimasto solo? Nessuno scende e nessuno sale... ma che ora è? Forse siamo arrivati dai.. ecco la curva.. e poi c'è l'atrio.. NO!! Non è possibile, ancora una rampa.. calma dai! Ragiona.. abbiamo preso una deviazione interna? No dai, non ci sono biforcazioni o altre uscite... c'erano solo una serie di scale ma con cunicolo bidirezionale, si sale e si scende.. aho! E sono anni che la faccio.. ma questa non arriva da nessuna parte, non arriva mai!... e sono solo.. il telefono, ecco, mo' chiamo fuori.. e no, cazzo non funziona!... niente campo... ditemi che sto sognando.. intrappolato nel sottosuolo, ma che è Asimov? Svegliatemi vi prego!... adesso urlo, giuro che urlo, fatemi uscire vi prego!.. ma non c'è nessuno? Dove sono finito? Solo 'sti neon maledetti che riflettono il ghiaccio che mi sta gelando, sudore gelato.. stai calmo ora, fai mente locale, quando sei sceso dal treno? A che ora è iniziata la salita? Stavi sovra pensiero? Magari hai fatto una sola rampa ed hai avuto un semplice giramento.. ok, può essere, ma gli altri..dove sono tutti gli altri, sono svenuto e la metro è chiusa? Mi hanno lasciato qua come nei peggiori incubi? Riscendiamo? No.. siete pazzi.. giù non ci torno, piuttosto crepo qua.. ci sarà un'uscita, una fine! Dannazione..Voglio usciree!! Si, ora grido, e quasi il grido mi si strozza in gola... sento dei passi... qualcuno scende, e di corsa anche... finalmente! Ma viene giù sparato... fermati! Ehi fermati!! Siamo in un incubo! Ma cosa corri? ... un ragazzetto tutto trafelato.. con quei pantaloni sbracati che vanno adesso ed il cappelletto da baseball calato sugli occhi... mi guarda e dice: “Presto, si non c'hai er bijetto torna indietro, c'è stanno i controllori su.. stanno a fa piagne tutti...”

...Indietro?!? Indietro NOO!!!