martedì 25 giugno 2013

IL PIANTO DI UN BAMBINO


Poche cose possono essere più insondabili e disperate del pianto di un bambino. Come se nel suo pianto si raccogliesse tutto l'indicibile dolore dell'essere soli e vivi.
Ne ho un'esperienza personale. Molti anni fa, di ritorno a casa a notte alta nell'antica strada romana dove abitavo, il silenzio era rotto dal pianto dirotto di un bambino nascosto tra il muro di casa e le auto in sosta. Era il piccolo venditore di stringhe che nel quartiere tutti conoscevano. Inutile cercare di capire la ragione del suo pianto ostinato ed ogni tentativo di consolarlo comprandogli tutte le stringhe del suo vassoio di legno aveva avuto per solo risultato un testardo voltarmi la schiena senza smettere quel suo oscuro pianto finché, per non essere più infastidito, se ne era andato a piangere dietro un'altra macchina più lontana. Nell'insieme un piccolo ricordo che misteriosamente mi avrebbe accompagnato negli anni legato ad ogni bambino che piange. Perché tutti i bambini che piangono ad ogni angolo del mondo sono lo stesso bambino. Siamo noi. Soli e vivi. Allora e sempre”. (Gianfranco Calligarich)


Propedeutica premessa al mio, personale, ricordo:
Proprio l'estate scorsa, in una serata afosa di quelle che solo certa periferia romana può dispensare, c'imbattemmo (ero con mia moglie invitati a cena da amici) in un ragazzino disperato e dal pianto dirotto, fermo sul marciapiede come in attesa di qualcosa, pantaloncini e petto nudo, sei sette anni al massimo.
Avevamo appena parcheggiato ed ora, a motore spento, nel silenzio di quella fetta di Roma semideserta, l'eco del singhiozzare risuonava inquietante.
Mi avvicinai per chiedere cosa era successo: “Ho perso il mio papà, è uscito a portare il cane nel parco e sono rimasto chiuso fuori di casa”.
Potevamo lasciarlo cosi? Parlava male italiano, l'inflessione era slava o albanese, il viso dolcissimo, me lo sarei portato a casa, giuro; cercammo di capire dove potesse essere questa casa e lui s'incamminò per i dedali di questi cortili tra palazzoni pachidermici, dove le comunità convenzionali, e spesso succede nelle periferie sovraffollate, incrociano comunità irregolari, dai lavori precari e dagli ambigui sostentamenti.
E noi seguivamo il bimbo verso questi confini mai esplorati, a dir la verità, oltre le rassicuranti colonne d'Ercole del quartiere conosciuto, con qualche apprensione, tanto da far dire a mia moglie: Non è che si tratta di una trappola per rapinarci? Ed io subito a scacciare l'insano pensiero, ma senza essere, in realtà, affatto tranquillo.
Ci allontanavamo dai circuiti consueti per inoltrarci in una zona franca, di abitazioni arrangiate, spesso a livello terra o di seminterrato, a sfruttare locali per esercizi commerciali concepiti in origine per un ipotetico passeggio da shopping, ma presto ingoiati dal degrado.

Cittadinanze ibride, strati sociali dal disagio tangibile a vista, e noi appresso a quel ragazzino che, d'improvviso, si blocca davanti ad una porta creata dal nulla sull'entrata di un potenziale negozio di quartiere modello: magari solo nelle intenzioni dell'urbanista ispirato, un tizio che semina cemento dove attecchirà indigenza.
Attorno panni stesi in residui giardinetti condominiali fantasma, indigeni che ci guardano strano, a noi: pasciuti frutti dell'opulenza integrata - lavoro vacanza cinema ristorante casa lavoro e di nuovo ancora, in quel ciclo incurante, che non sa del resto del mondo che va tre a cilindri, a due o anche meno -.

Suono al campanello. Nulla. Dentro intravedo luci fioche. Ovviamente niente finestre, la saracinesca è stata tolta per far posto ad una parete di cartongesso con porta annessa.
Una delle innumerevoli abitazioni che sfuggiranno a censimenti ipocriti.
Si avvicina una ragazza con passeggino e bimbetto relativo, chiama il “nostro” ragazzino per nome e lui che continua singhiozzare; è albanese, ci spiega, io il nome non l'ho ancora capito ma è come se lo avessi con me da una vita. Le dico che avrei chiamato la polizia, mi guarda come se avessi parlato di marziani.
Avrei quasi preferito che nessuno lo riconoscesse nella mia fantasticata adozione-lampo-fai-da-te.
Ci confida di genitori e fratelli poco raccomandabili e poco presenti con lui, il bambino, sempre a spasso per il quartiere e dintorni, e che non dobbiamo preoccuparci, lo prende lei in custodia, lo verranno a riprendere, è abituata; tutti sono abituati cosi, i cuccioli del branco li gestisce la collettività, questa collettività al margine, al margine dello shopping, delle vetrine, delle vacanze, del resto-del-mondo.
La salutiamo ringraziandola, e salutiamo lui, stropicciandogli i capelli crespi, mentre si asciuga i lacrimoni, venendo via con un sorriso malinconico stampato sulla faccia.
A pensarci - all’epoca - che quel ragazzino eravamo noi, soli e vivi. Allora e sempre.
E da quell’allora, ogni volta che ripasso nei dintorni, c’è un pensiero in più che torna, un sorriso che combatte con le lacrime.
Uno ricordo straniante.
Di quelli che restano bambini.




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